L'ondata di consenso per i democratici alle elezioni di metà mandato del 3 novembre potrebbe essere più alta di quella del 2018, quando la reazione al primo mandato di Donald Trump restituì al partito il controllo della Camera. Anche le difese che i repubblicani stanno costruendo per contenerla, però, sono più solide di otto anni fa. È la tesi di un'analisi di Ronald Brownstein pubblicata sulla CNN, secondo cui il voto si deciderà nel punto in cui "l'onda incontra il muro".
Per i democratici la spinta arriva soprattutto da due fattori: l'affluenza (i loro elettori sono più motivati di quelli repubblicani) e il giudizio sul presidente, oggi più negativo che nel 2018 e anche che nel 2010 e nel 2006, due elezioni di metà mandato andate molto male per il partito della Casa Bianca. La prima difesa dei repubblicani è invece la mappa elettorale, che si gioca quasi tutta in territori vinti da Trump nel 2024. La seconda è il denaro, un vantaggio reso ancora più grande da due recenti sentenze della Corte Suprema. "Queste elezioni si giocano in casa dei repubblicani e devono sfruttarlo", ha detto a Brownstein l'ex deputato repubblicano Tom Davis, che in passato ha presieduto il comitato del partito per le elezioni alla Camera. "D'altra parte, sono un referendum sul presidente e per lui si sono sommate molte cose negative".
Il primo segnale d'allarme per i repubblicani è l'economia. La scorsa settimana il prezzo medio della benzina ha raggiunto 4,28 dollari al gallone, contro i 2,75 del giorno delle elezioni del 2018, pari a 3,65 dollari di oggi tenendo conto dell'inflazione. Nell'ultimo sondaggio della CNBC, condotto quest'estate da una coppia di sondaggisti, uno democratico e uno repubblicano, solo il 27 per cento degli americani giudica l'economia buona o eccellente, mentre il 73 per cento la considera discreta o scarsa. A ottobre 2018 i giudizi positivi erano il 58 per cento e quelli negativi il 40. Il repubblicano Micah Roberts, uno dei due autori del sondaggio, ha spiegato che oggi sono più negativi di allora i democratici, gli indipendenti e anche gli elettori repubblicani, la cui fiducia è ai minimi dell'era Trump. La quota di chi è pessimista sia sul presente sia sul futuro è il doppio rispetto al 2018. "È un contesto radicalmente diverso", ha detto Roberts.
Il giudizio sull'economia è più cupo anche di quello registrato prima delle elezioni del 2010 (quando i democratici subirono perdite storiche) e del 2006 (quando i repubblicani persero entrambe le camere del Congresso). Nel 2006 pesò anche la guerra in Iraq: il 59 per cento degli elettori riteneva che non avesse reso il paese più sicuro e oltre tre quarti di loro votarono per i democratici. Oggi la guerra con l'Iran incontra un'opposizione simile nella maggior parte dei sondaggi. Alcune iniziative del presidente sono popolari, come il controllo del confine con il Messico e le riduzioni temporanee delle tasse sulle mance e sugli straordinari. Molte altre invece sono respinte da una larga maggioranza degli americani, a partire dai dazi e dai tagli a Medicaid, il programma sanitario pubblico per le persone a basso reddito. Il sondaggista democratico Nick Gourevitch ha riassunto così la differenza con otto anni fa: nel 2018 gli elettori pensavano che Trump fosse una persona inaffidabile ma che l'economia andasse bene, oggi pensano che sia inaffidabile e che l'economia vada male.
Secondo la media dei sondaggi della CNN, il 35 per cento degli americani approva l'operato del presidente e il 63 per cento lo disapprova. Se questi numeri si confermassero tra chi andrà a votare, sarebbero molto peggiori di quelli degli exit poll del 2018 (i sondaggi fatti all'uscita dai seggi), quando lo approvava il 45 per cento degli elettori e lo disapprovava il 54. Sarebbero anche peggiori di quelli degli altri presidenti che hanno perso le elezioni di metà mandato: Joe Biden nel 2022, Barack Obama nel 2010, George W. Bush nel 2006 e Bill Clinton nel 1994. Il dato conta perché chi disapprova Trump tende a votare in modo compatto: nel 2018 i candidati democratici alla Camera ottennero il 90 per cento dei voti di questi elettori e nel 2020 il 93 per cento.
Per ora molti candidati democratici non raggiungono quelle percentuali tra chi disapprova il presidente. Gli elettori scontenti sono però così numerosi, anche in stati tendenzialmente repubblicani come North Carolina, Texas, Ohio e Georgia, che i democratici possono arrivare al 50 per cento anche con una quota più bassa di loro. La sondaggista democratica Anna Greenberg ha detto che nei suoi focus group sono proprio gli elettori degli stati repubblicani i più delusi dal ritorno di Trump, per l'inflazione, la guerra con l'Iran e l'attenzione del presidente ai propri interessi. "Gli indipendenti, gli ispanici e in parte le donne bianche senza laurea sono davvero arrabbiati con Trump", ha detto, "e di riflesso con i repubblicani. Si sentono traditi".
Secondo il sondaggista repubblicano Whit Ayres, la presa del presidente resta intatta tra chi si riconosce nel movimento MAGA, ma circa metà degli elettori repubblicani non ne fa parte. Tra questi, che comprendono sia i conservatori tradizionali sia i nuovi elettori più giovani e non bianchi conquistati nel 2024, il consenso per Trump è calato molto.
Pochi di questi elettori delusi, però, sono disposti a votare per i democratici. Nei sondaggi della CNBC la quota di repubblicani non MAGA che intende votare comunque per il proprio partito è di circa 20 punti più alta di quella di chi approva il presidente. Per i repubblicani il rischio maggiore è che questi elettori restino a casa: "Al momento l'entusiasmo dei democratici è molto più alto di quello dei repubblicani", ha detto Ayres.
Secondo l'analista John Couvillon, dall'inizio dell'anno fino alle primarie della scorsa settimana in New Hampshire il 56 per cento dei voti espressi nelle primarie di tutto il paese è andato alle consultazioni democratiche, più del 54 per cento del 2018. Nel 2014 e nel 2022, due anni favorevoli ai repubblicani, erano stati loro a raccogliere almeno il 53 per cento.
Lo stesso vale per le elezioni speciali, quelle convocate per coprire seggi rimasti vacanti. Secondo i calcoli del sito The Downballot, nelle 110 elezioni speciali statali e federali che si sono tenute dal 2024 i candidati democratici hanno ottenuto in media 12,5 punti in più di quanto avesse preso Kamala Harris negli stessi territori. Nel 2017 e nel 2018 avevano fatto meglio di Hillary Clinton di 10,6 punti.
Secondo le analisi dei dati del censimento del demografo William Frey, in quasi tutti gli stati in bilico è cresciuto dal 2018 il peso delle minoranze e dei bianchi laureati, due gruppi favorevoli ai democratici, mentre è diminuito quello dei bianchi senza laurea, la base di Trump. I laureati inoltre votano in proporzione di più alle elezioni di metà mandato che alle presidenziali. Sono spostamenti che contano ai margini, ma possono bastare a decidere le sfide più combattute.
Il primo pezzo del muro repubblicano è la mappa. Prima del voto del 2018 i repubblicani avevano alla Camera 23 seggi in distretti vinti da Hillary Clinton due anni prima e ne persero 20. Quest'anno, prima della battaglia sui confini dei collegi, ne difendevano solo tre vinti da Harris. Secondo i calcoli del Center for Politics dell'Università della Virginia, i repubblicani devono difendere 30 seggi in cui Trump ha vinto o perso di poco nel 2024, contro i 36 del 2018. Il ridisegno dei distretti voluto dai repubblicani, il cosiddetto gerrymandering, ha inoltre lasciato 13 deputati democratici in collegi dove Trump ha fatto almeno 5 punti meglio del suo risultato nazionale: nel 2018 erano quattro. I seggi davvero competitivi sono meno di otto anni fa. I democratici restano nettamente favoriti per conquistare la maggioranza alla Camera, ma hanno meno margine per assorbire problemi locali come scandali o candidati deboli.
Al Senato la mappa è ancora più difficile. Tra i seggi repubblicani che i democratici contendono più seriamente, il Maine è l'unico in uno stato vinto da Harris e il North Carolina è l'unico altro in cui Harris è arrivata vicina a vincere. In tutti gli altri, cioè Alaska, Ohio, Texas, Iowa, Kansas e Nebraska, dove i democratici sostengono un candidato indipendente, Trump ha vinto con più di dieci punti di vantaggio. Anche lì il suo tasso di approvazione è ormai negativo, ma i candidati democratici devono superare anni di diffidenza verso il partito nazionale. "Non vincerà il partito, vincerà il voto per il cambiamento", ha detto la sondaggista democratica Celinda Lake.
Il secondo pezzo del muro sono i soldi. Nel 2018 i candidati democratici alla Camera e al Senato raccolsero molto più dei loro avversari, secondo i dati di OpenSecrets, un'organizzazione che monitora i finanziamenti elettorali. I comitati del Partito Repubblicano e i gruppi esterni che fanno campagna in modo indipendente avevano raccolto di più delle controparti democratiche, ma il loro vantaggio era limitato dalle regole federali, che vietavano di coordinarsi direttamente con i candidati e permettevano alle televisioni di far pagare a questi gruppi gli spot più cari rispetto ai candidati. Due sentenze della Corte Suprema, dove la maggioranza è formata da giudici nominati da presidenti repubblicani, hanno eliminato quest'anno entrambi i vincoli. Ora i repubblicani potranno sfruttare pienamente il grande vantaggio economico dei loro comitati e dei gruppi esterni.
Secondo Brownstein, anche l'immagine dei democratici gioca a favore dei repubblicani: nei sondaggi del Pew Research Center il giudizio favorevole sul partito è fermo da tre anni poco sotto il 40 per cento, un po' meno che nel 2018. L'immagine dei repubblicani però non è migliore e storicamente alle elezioni di metà mandato pesa molto di più il giudizio sul presidente che quello sul partito di opposizione.
L'ultimo pezzo del muro sono i tentativi di Trump di cambiare le regole del voto a favore del suo partito: dopo le pressioni riuscite su diversi stati repubblicani perché ridisegnassero i collegi, restano aperti i tentativi di limitare il voto per posta e l'ipotesi di schierare forze dell'ordine federali ai seggi nelle aree democratiche.
Tutti questi fattori potrebbero ridurre le conquiste dei democratici. Gli strateghi di entrambi i partiti concordano però che il giudizio sul presidente è diventato l'elemento che più di ogni altro decide le elezioni di metà mandato. Per questo, conclude Brownstein, nessun muro potrebbe essere abbastanza alto da contenere del tutto l'onda di scontento che accompagna il secondo mandato di Trump.
