L'Iran ritiene di poter prolungare la guerra ancora per mesi e logorare gli Stati Uniti. È quanto emerge dai rapporti dell'intelligence americana delle ultime settimane, di cui ha parlato il New York Times: secondo i funzionari che li hanno letti, Teheran avrebbe acquisito maggiore fiducia nella propria capacità di resistere e starebbe ora valutando nuove escalation, mentre la pressione cresce anche in altre zone chiave del Medio Oriente come Libano e Yemen.
Nell'ultima settimana l'Iran ha colpito navi nello Stretto di Hormuz e obiettivi militari statunitensi nella regione, mentre in risposta le forze americane hanno bombardato obiettivi in territorio iraniano. Donald Trump continua a ritenere che la pressione militare ed economica possa alla fine costringere Teheran a cedere sul controllo dello Stretto e, in prospettiva, anche sul programma nucleare. I rapporti dell'intelligence indicano però che un accordo resta ancora lontano e che, nel breve periodo, le sanzioni potrebbero alimentare una nuova escalation regionale.
Teheran punta a logorare Washington
A luglio l'Iran ha attaccato basi americane in Medio Oriente, uccidendo tre soldati statunitensi alla base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, e ha colpito ripetutamente il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz e infrastrutture nella regione. Nello stesso periodo hacker legati a Teheran hanno preso di mira oltre cento sistemi idrici americani. Nessun impianto è stato compromesso al punto da rendere l'acqua non potabile, ma alcuni gestori hanno dovuto passare ai comandi manuali.
Il vicepresidente JD Vance ha però minimizzato la minaccia informatica. “Se si guarda alla capacità iraniana di alterare la vita normale degli americani, credo sia piuttosto limitata”, ha detto giovedì. “Non è zero, ma è piuttosto limitata”.
Il punto centrale dei rapporti dell'intelligence è però politico. “Gli iraniani si sentono piuttosto ottimisti sulla loro posizione”, ha spiegato Jason Crow, deputato democratico del Colorado e membro della Commissione Intelligence della Camera. La nuova leadership iraniana appare più compatta di quella precedente, l'opposizione interna è stata messa a tacere e Teheran conserva ancora rilevanti scorte di missili e droni. Inoltre, secondo funzionari americani, il Pentagono avrebbe più difficoltà a organizzare nuove offensive di grande portata a causa delle scorte di munizioni in calo.
Teheran guarda anche al calendario politico americano. La guerra e il rincaro della benzina provocato dalle difficoltà del traffico nello Stretto di Hormuz pesano duramente sulla Casa Bianca in vista delle elezioni di metà mandato. “Gli iraniani pensano di avere in mano il massimo della leva in questo momento”, ha detto il deputato democratico Josh Gottheimer. “Quindi, dal loro punto di vista, perché non continuare a metterlo in difficoltà?”.
A questa strategia si accompagna una campagna d'influenza sui social. Meta ha rimosso a fine agosto una rete con base in Iran composta da falsi account Facebook e Instagram che si spacciavano per attivisti e studenti americani e diffondevano contenuti anti repubblicani, in parte generati con l'intelligenza artificiale.
Israele consolida la sua presenza nel sud del Libano
La pressione sull'Iran cresce intanto in Libano. Il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato venerdì che la conquista del crinale di Ali al-Taher, circa 15 km oltre il confine israeliano, ha completato “il processo di consolidamento della nostra presa sulla zona di sicurezza nel Libano meridionale”. Sotto il rilievo, a circa 600 metri di quota, si estende una delle maggiori basi sotterranee di Hezbollah. L'operazione israeliana era cominciata a giugno e l'esercito israliano afferma ora di avere raggiunto il “controllo operativo” del crinale dopo aver ripulito due gallerie.
L'Iran aveva avvertito gli Stati Uniti attraverso l'Oman che un'offensiva israeliana contro Ali al-Taher avrebbe superato una linea rossa. Secondo fonti iraniane, decine di miliziani di Hezbollah e alcuni consiglieri dei Guardiani della Rivoluzione erano rimasti intrappolati nel complesso durante l'accerchiamento da parte delle forze israeliane.
L'intesa mediata dagli Stati Uniti a giugno prevedeva il disarmo di Hezbollah da parte dell'esercito libanese e un progressivo ritiro israeliano. Il meccanismo, però, si è quasi fermato: Hezbollah rifiuta ancora di consegnare le armi, Israele accusa Beirut di non impedirne il ritorno nelle zone evacuate, mentre il governo libanese attribuisce lo stallo ai raid e ai ritiri israeliani mai completati. Katz ha ribadito che le truppe resteranno nel sud del Libano finché Hezbollah non sarà disarmato. Per Teheran, invece, qualunque accordo con Washington deve comprendere la cessazione dei combattimenti su tutti i fronti.
Gli Houthi avanzano verso Bab al-Mandab
Contemporaneamente si è riaperto anche il fronte terrestre nello Yemen. Giovedì gli Houthi hanno lanciato l'offensiva più vasta dalla tregua mediata dalle Nazioni Unite nell'aprile 2022. Secondo funzionari locali citati dal New York Times, l'obiettivo è conquistare posizioni che permetterebbero alla milizia di aumentare la pressione sullo Stretto di Bab al-Mandab, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden.
I combattimenti più duri si concentrano nella parte occidentale della provincia di Taiz e nel sud di Hodeidah. Le forze governative sostengono di avere riconquistato alcune posizioni, ma gli Houthi cercano di tagliare le vie di rifornimento verso Mokha, città portuale a meno di ottanta chilometri dallo stretto. Mokha è già sotto attacco da giorni con missili balistici e droni che hanno danneggiato il porto e le navi ormeggiate. La città è controllata dalle forze del generale Tareq Saleh, alleato del governo riconosciuto internazionalmente dello Yemen.
A luglio gli Houthi avevano inoltre dichiarato un blocco navale contro l'Arabia Saudita e attaccato il traffico petrolifero saudita. L'eventuale conquista delle alture attorno a Mokha darebbe loro una capacità decisamente maggiore di minacciare le navi in transito nel Bab al-Mandab. La perdita simultanea di un accesso sicuro a Hormuz e al Mar Rosso finirebbe per ridurre drasticamente la capacità di Riad di esportare greggio sui mercati mondiali.
La posta in gioco è aumentata enormemente dopo l'inizio della guerra con l'Iran. Con il traffico attraverso Hormuz fortemente ridotto, l'Arabia Saudita ha dirottato oltre il 70% delle esportazioni verso i terminal del Mar Rosso, soprattutto Yanbu. Dopo l'inizio della campagna degli Houthi contro le navi saudite, però, anche i flussi attraverso lo Stretto di Bab al-Mandab sono crollati e una parte crescente del greggio viene ora instradata verso nord, attraverso il canale di Suez e l'oleodotto Sumed, oppure circumnavigando l'Africa.
