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Guerra all’Iran, il Pentagono limita l’accesso al registro degli ordini militari
La portaerei USS George Washington durante un'operazione di rifornimento in mare nel Mar Arabico, il 22 agosto 2026. Credito: NAVCENT Public Affairs / U.S. Navy / DVIDS — pubblico dominio.
Sicurezza e Difesa 4 min di lettura

Guerra all’Iran, il Pentagono limita l’accesso al registro degli ordini militari

Dopo lo scoop del Washington Post sui dubbi dei comandanti, il registro degli ordini è sparito dal portale SIPRNet. Il New York Times ha ricostruito la crisi logistica: rifornimenti a 3.500 km di distanza e quattro portaerei su undici impegnate.

Il Pentagono ha rimosso decenni di documenti classificati da un sistema informatico riservato utilizzato ogni giorno da funzionari della Difesa e militari americani, pochi giorni dopo che il Washington Post aveva raccontato le riserve dei vertici militari sulla guerra contro l'Iran. Secondo tre persone a conoscenza della vicenda, i documenti relativi al Secretary of Defense Orders Book, ovvero il registro degli ordini del Segretario alla Difesa, sono stati rimossi da un portale interno di SIPRNet, la rete che ospita informazioni classificate al livello "secret". Non è chiaro se siano ancora consultabili attraverso altri canali, né quanto la restrizione possa complicare la pianificazione militare.

Il registro, che era aggiornato due volte al mese, indicava dove si trovano e quanto sono disponibili navi, reparti e sistemi d'arma. Ma era anche lo strumento attraverso il quale generali e ammiragli potevano mettere formalmente a verbale il proprio dissenso dalle decisioni di Donald Trump e del Segretario alla Difesaa Pete Hegseth, pur continuando a eseguire gli ordini. La procedura è chiamata "non-concur": il comandante espone le proprie riserve o segnala gli effetti negativi che una decisione potrebbe avere su altri piani operativi.

Proprio nell'edizione del 14 agosto, diversi alti ufficiali hanno avvertito Hegseth che prolungare fino al 2027 le operazioni su larga scala contro l'Iran, mantenendo oltre 50.000 militari in Medio Oriente, non fosse sostenibile e rischiava di ridurre la capacità degli Stati Uniti di rispondere alle minacce in altre aree del mondo. Lo aveva rivelato domenica il Post.

Tra coloro che hanno espresso un "non-concur" figurano il generale Alexus Grynkewich, comandante delle forze americane in Europa, che ha avvertito di non disporre di navi sufficienti per proteggere contemporaneamente Israele e il territorio degli Stati Uniti, il generale Francis Donovan, a capo del Comando Sud, l'ammiraglio Samuel Paparo, comandante nel Pacifico, che ha contestato l'obbligo di cedere un gruppo portaerei e alcuni cacciatorpediniere e l'ammiraglio Daryl Caudle, capo delle operazioni navali, secondo il quale la Marina non può sostenere indefinitamente l'attuale livello di impegno in assenza di una data prevista per la conclusione delle operazioni.

Il generale Kenneth Wilsbach, capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, e il generale Christopher LaNeve, capo di Stato Maggiore facente funzioni dell'Esercito, hanno invece approvato il piano di Hegseth di prolungare la permanenza di alcune unità, sottolineando tuttavia che comporta rischi significativi.

Il Pentagono restringe l'accesso al registro

Il portavoce Sean Parnell non ha commentato direttamente la rimozione, ma non l'ha neppure smentita. "Il Dipartimento della Difesa non discute pubblicamente i processi deliberativi interni, compresi la gestione e i protocolli di accesso al Secretary of Defense Orders Book".

Dopo l'articolo pubblicato domenica, Parnell aveva però scritto su X che "pubblicare valutazioni altamente classificate dal registro degli ordini del Segretario è un crimine, un tradimento". Aveva inoltre sostenuto che gran parte di quanto riportato fosse "inesatto", senza fornire dettagli, e che i "non-concur" fossero "la norma": "Il Segretario li vede continuamente. È così che si gestisce un esercito vero. Siamo in ottima forma in tutto il mondo".

La rimozione dei documenti si aggiunge a una serie di misure adottate contro le fughe di notizie, tra cui test del poligrafo per parte del personale, citazioni in giudizio rivolte a giornalisti e, a gennaio, la perquisizione dell'FBI nell'abitazione di una giornalista del Post, con il sequestro dei suoi dispositivi elettronici.

Un ex funzionario del Dipartimento della Difesa che consultava abitualmente quei documenti ha spiegato al giornale che trasferire il registro su sistemi con un livello di classificazione più elevato "ridurrà drasticamente il numero di persone con accesso diretto". Comandanti e staff, tuttavia, lo utilizzano per prendere decisioni urgenti: spostare aerei, armi e altre risorse da un comando all'altro richiede un lavoro logistico immediato, che ora diventa "certamente più difficile".

Una Marina sempre più sotto pressione

La guerra è intanto entrata nel settimo mese, nonostante che inizialmente Trump avesse inizialmente parlato di una durata di poche settimane, e continua a consumare munizioni sempre più scarse, dagli intercettori Patriot ai missili Tomahawk. Il peso maggiore ricade però sulla Marina. Il New York Times ha ricostruito le dimensioni dello sforzo necessario per mantenere la flotta operativa: il blocco navale dei porti iraniani coinvolge circa 20 navi e 20.000 tra marinai e marines, comprese 2 portaerei, la George H.W. Bush e la George Washington, 12 cacciatorpediniere e un gruppo anfibio di tre unità.

Ogni settimana servono 420.000 pasti e circa 30 milioni di litri di carburante. Le portaerei sono a propulsione nucleare, ma gli aerei imbarcati su ciascuna consumano ciascuno circa 7,5 milioni di litri di carburante alla settimana. Il 28 febbraio, primo giorno di guerra, l'Iran ha distrutto la base logistica della Marina in Bahrein, mentre gli altri porti della regione capaci di accogliere una portaerei o una nave da rifornimento restano alla portata dei missili e dei droni iraniani. Le navi di supporto devono quindi percorrere circa 3.500 km fino a Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, diventata il nuovo hub logistico della flotta, oppure circa 6.000 km fino a Singapore, attraversando lo Stretto di Malacca.

Ne deriva la necessità di effettuare un rifornimento in mare ogni 5 o 6 giorni: per ore le 2 navi navigano a una quarantina di metri di distanza, alla stessa velocità e sulla stessa rotta, collegate da cavi d'acciaio attraverso i quali vengono trasferiti carburante e pallet, mentre gli elicotteri fanno la spola trasportando viveri, ricambi e posta.

Le missioni non hanno una durata prestabilita: le navi rientrano soltanto quando il presidente e il Segretario alla Difesa lo decidono. La Marina dispone complessivamente di 11 portaerei e ne ha impiegate in totale 4 in Medio Oriente dall'inizio della guerra, mentre alcune delle altre sono ferme nei cantieri per lavori destinati a durare anni. La USS Abraham Lincoln ha trascorso gran parte dei suoi nove mesi di dispiegamento senza mai entrare in porto, nonostante la prassi preveda normalmente una sosta mensile per consentire all'equipaggio di riposare. Sostituita il 20 agosto dalla George Washington, mercoledì mattina ha attraccato in Thailandia prima di ripartire verso San Diego.

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