L'Iran ha risposto nella notte tra martedì e mercoledì ai nuovi raid americani lanciando missili e droni contro le basi che ospitano truppe statunitensi in Giordania, Kuwait e Bahrein. Lo ha fatto ignorando l'avvertimento del presidente, che poche ore prima aveva scritto sui social che qualsiasi rappresaglia sarebbe stata "colpita di nuovo a un livello molto più duro e più alto". Sei mesi dopo l'inizio della guerra, il conflitto tra Stati Uniti e Iran è tornato a scaldarsi su tutti i fronti: quello militare nello Stretto di Hormuz, quello economico delle sanzioni, quello informatico contro le infrastrutture americane e quello politico a Washington, dove il Pentagono perde pezzi e i repubblicani cominciano a criticare il segretario alla Difesa Pete Hegseth.
Martedì sera gli Stati Uniti hanno colpito circa 100 obiettivi lungo la costa meridionale dell'Iran: siti di difesa aerea, radar, sistemi per la posa di mine e altre installazioni. Il Comando Centrale americano, il comando militare responsabile del Medio Oriente, ha spiegato che i raid erano una risposta ai tentativi iraniani di attaccare navi commerciali nello Stretto di Hormuz e militari americani nella regione. Le ostilità erano riprese domenica, dopo circa un mese di relativa calma, con l'attacco americano ai lanciatori sull'isola di Larak che, secondo Washington, stavano per disperdere mine nello stretto. L'Iran aveva risposto con missili balistici contro una base in Giordania, otto dei quali intercettati secondo il presidente. Martedì è arrivato il secondo raid americano in tre giorni. Lunedì, intanto, due petroliere nello stretto erano state colpite da proiettili di origine non identificata.
Teheran sostiene che i raid di martedì abbiano colpito anche una festa di matrimonio in una casa di Sirik, città costiera nel sud del paese. La Mezzaluna Rossa iraniana ha parlato di almeno quattro morti e 67 feriti, un bilancio che potrebbe salire. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che "più pericolosa della bomba stessa è la normalizzazione del bombardamento" e che l'Iran "risponderà a questi crimini selvaggi con fermezza", paragonando l'episodio all'attacco contro una scuola elementare a Minab nelle prime settimane di guerra, che uccise circa 120 bambini ed è ancora oggetto di un'inchiesta militare americana. Il Comando Centrale ha negato di aver colpito civili.
La rappresaglia iraniana è arrivata nella notte. L'esercito giordano ha riferito di aver affrontato 13 missili balistici: dieci sono stati distrutti e tre sono caduti in zone remote, senza vittime. La Giordania ospita circa 4.000 militari americani ed è già stata più volte bersaglio dell'Iran. Anche Kuwait e Bahrein hanno detto di aver respinto attacchi con missili e droni. Il Kuwait ha segnalato nuove minacce anche nelle prime ore di giovedì. Il ministero degli Esteri iraniano ha chiesto ai paesi della regione di impedire agli Stati Uniti di usare il loro territorio per gli attacchi. Mercoledì sera gli Stati Uniti non hanno annunciato nuovi raid.
Il presidente ha detto mercoledì ai giornalisti che la campagna di bombardamenti non durerà "troppo a lungo" e che l'esercito è pronto a colpire di nuovo "in qualsiasi momento vogliamo". Nelle stesse ore però ha alternato toni molto diversi. Martedì sera, dopo i raid, ha scritto sui social di non avere alcun interesse a un accordo con Teheran ("non potrebbe importarmene di meno se firmano un accordo") e ha rilanciato l'appello agli iraniani a ribellarsi al regime, lo stesso che aveva fatto all'inizio della guerra prima di ammettere che era un obiettivo irrealistico. Ha minacciato "l'attacco più grande di tutti", dopo il quale "resterà ben poco della Repubblica Islamica dell'Iran". Mercoledì mattina ha chiesto ai suoi follower se lo Stretto di Hormuz debba essere ribattezzato "Trump Strait".
La Casa Bianca continua a dire che l'obiettivo resta un accordo negoziato, a partire dalla rinuncia iraniana al programma nucleare, un risultato che sei mesi di guerra non hanno ottenuto. Il memorandum d'intesa provvisorio firmato a giugno è saltato e nessuna delle due parti ha mostrato di voler tornare al tavolo.
Secondo un'analisi del New York Times, il copione del presidente si ripete da mesi: prima l'annuncio che l'Iran è militarmente sconfitto e in rovina economica, poi la minaccia di un attacco apocalittico quando Teheran non cede. Matthew Bartlett, stratega repubblicano e funzionario del dipartimento di Stato nella prima amministrazione Trump, ha detto al giornale che la strategia "è stata ripetere sempre la stessa cosa" e che gli Stati Uniti sono stati "esposti per la mancanza di un piano per vincere o uscire da questa guerra". Michael Froman, presidente del Council on Foreign Relations, ha riconosciuto che l'Iran è oggi molto più debole di qualche anno fa: nelle prime settimane gli Stati Uniti hanno ucciso la guida suprema Ali Khamenei e distrutto gran parte della marina iraniana. Il problema, ha spiegato, è la guerra asimmetrica: un paese con una capacità militare molto ridotta può comunque paralizzare l'economia mondiale controllando lo Stretto di Hormuz.
Il petrolio lo conferma. Il Brent ha superato i 95 dollari al barile ed è salito di circa il 7 per cento in una settimana e del 57 per cento dall'inizio dell'anno, con il diesel negli Stati Uniti vicino ai massimi da quattro anni. Il rincaro dell'energia ha contribuito alla recente ondata di vendite sui mercati obbligazionari mondiali. Durante il mese di tregua i transiti di greggio attraverso Hormuz erano risaliti a circa la metà dei livelli prebellici, un recupero che i nuovi scontri rischiano di interrompere.
L'amministrazione punta tutto sul blocco navale dei porti iraniani e sull'"Economic D-Day" annunciato la settimana scorsa dal segretario al Tesoro Scott Bessent, ribattezzato "Operation Economic Outcast" e presentato come la più grande offensiva finanziaria mai lanciata contro un avversario. L'inflazione in Iran ha superato l'80 per cento, la valuta è crollata e la disoccupazione è esplosa. Bessent ha detto questa settimana che i leader iraniani sono "in preda al panico" e finiranno per negoziare. Ma i partner commerciali dell'Iran finora hanno ignorato le minacce di Washington: la Cina continua a comprare petrolio iraniano e a fornire materie prime e tecnologia, mentre Vladimir Putin ha promesso proprio questa settimana che la Russia continuerà a sostenere Teheran. Il presidente ha detto in privato ai suoi collaboratori che la pressione economica costringerà il regime a smantellare il programma nucleare o a crollare.
La storia delle sanzioni suggerisce cautela. Un'analisi del Wall Street Journal ricorda che Cuba resiste a un embargo americano da oltre sessant'anni, che la Corea del Nord ha imparato a finanziarsi rubando criptovalute e mandando soldati al fronte russo. Il Pil della Russia è sceso solo dell'1,4 per cento nel primo anno di sanzioni dopo l'invasione dell'Ucraina, per poi tornare a crescere. Dove i regimi sono caduti, come in Venezuela con la cattura di Nicolás Maduro a gennaio o in Siria con la fuga di Bashar al-Assad, è servita la forza militare, non la pressione economica. L'Iran ha decenni di esperienza nell'aggirare le sanzioni, ha aumentato gli scambi con i paesi confinanti e ha costruito con la Cina un sistema finanziario parallelo che aggira le banche occidentali. "Che gli Stati Uniti possano infliggere dolore è scontato", ha detto al Wall Street Journal l'economista Djavad Salehi-Isfahani della Virginia Tech, "la mia sensazione è che queste pressioni non porteranno il governo iraniano a scendere a compromessi".
Nel frattempo il Pentagono si prepara a una guerra lunga. Il Wall Street Journal ha rivelato che Hegseth sta prolungando le missioni delle truppe in Medio Oriente fino al 2027, in modo da mantenere i 50.000 militari nella regione e lasciare al presidente tutte le opzioni, compresa un'escalation. Nelle acque del Medio Oriente ci sono 19 navi da guerra, tra cui due portaerei e 13 cacciatorpediniere. Le unità di difesa aerea dell'esercito, quelle che abbattono missili e droni iraniani, sono passate da nove a dodici mesi di missione. Alcune unità trasferite dall'Europa e dal Pacifico sono in zona da più di un anno. La portaerei Gerald R. Ford è rimasta in mare 11 mesi, la missione più lunga dalla fine della Guerra Fredda. La Theodore Roosevelt si prepara a un dispiegamento più lungo del normale.
I combattimenti impediscono alla marina di rifornirsi nella regione, così le navi dipendono dalla remota base di Diego Garcia nell'Oceano Indiano, con meno posta, meno pacchi e meno scali per gli equipaggi. In una lettera alle famiglie vista dal giornale, i comandanti della 82ª divisione aviotrasportata hanno avvertito che i paracadutisti potrebbero restare in Medio Oriente fino al 2027.
Tom Karako, direttore del programma di difesa missilistica del Center for Strategic and International Studies, ha detto al Wall Street Journal che le missioni prolungate rischiano di logorare le truppe, ritardare la manutenzione e frenare la modernizzazione. Bryan Clark, ex alto ufficiale della marina oggi all'Hudson Institute, ha spiegato che tenere le portaerei nella regione significa "puntare tutto sull'Iran come centro della postura militare del prossimo anno", rinunciando alla presenza in altre aree del mondo. I generali avevano già avvertito Hegseth che la guerra sta logorando le forze armate. Sempre secondo il Wall Street Journal, il presidente discute in privato con i suoi collaboratori se dichiarare finita la guerra, un'idea che dice di preferire, mentre i consiglieri lo avvertono che un'escalation oltre gli attuali scambi di colpi potrebbe compromettere le chance repubblicane alle midterm di novembre.
Lunedì sera si è dimesso il segretario dell'Esercito Dan Driscoll, l'ultimo di almeno quattro alti funzionari della Difesa usciti dal Pentagono da aprile. L'Esercito è rimasto senza un segretario civile e senza un capo di stato maggiore confermati dal Senato: Hegseth ad aprile aveva chiesto le dimissioni del generale Randy George, alleato di Driscoll. Da allora ha allontanato almeno altri tre ufficiali considerati possibili successori. In servizio attivo restano solo cinque generali a quattro stelle, il numero più basso da decenni. Una fonte vicina a Driscoll ha detto a MS NOW che il segretario si era lamentato con l'amministrazione del fatto che Hegseth bloccava la riforma dell'Esercito licenziando i generali che ne erano responsabili.
Le critiche adesso arrivano anche dai repubblicani. Mike Rogers, presidente della commissione Forze armate della Camera, ha detto a MS NOW di essere "stanco di tutto questo ricambio" e ha risposto "sì" a chi gli chiedeva se ci fosse un vuoto di leadership al Pentagono. Don Bacon, deputato del Nebraska ed ex generale dell'aeronautica, ha detto che Driscoll "riflette l'opinione di molti di noi che il segretario ha esagerato con i licenziamenti", senza mai dare spiegazioni. Ha avvertito che così Hegseth perde credito presso un Congresso a cui poi chiede voti e fondi. Il senatore Mike Rounds ha detto che i senatori al rientro a Washington si chiederanno "dov'è la leadership". Lo speaker Mike Johnson e il presidente della commissione Esteri Brian Mast hanno invece difeso Hegseth, dicendo di fidarsi delle sue scelte sul personale. Il democratico Gregory Meeks ha chiesto le dimissioni del segretario. Uno degli argomenti a favore di Hegseth era proprio che il Pentagono ha bisogno di stabilità durante la guerra. Il continuo ricambio ai vertici, causato in buona parte dalle sue decisioni, lo indebolisce.
L'Iran prova a colpire anche a distanza. Secondo NBC News, nelle ultime settimane hacker iraniani hanno preso di mira gli acquedotti americani e poi anche le telecomunicazioni, l'energia e altre infrastrutture, concentrandosi sui sistemi automatizzati collegati a internet. I tentativi finora non sono riusciti. Domenica un canale Telegram che si presenta come voce delle operazioni informatiche iraniane, APT IRAN, ha annunciato che "presto gli Stati Uniti assisteranno a eventi inattesi e critici" nei settori dell'energia, dell'acqua e delle telecomunicazioni, senza però fornire prove di attacchi riusciti.
L'FBI sta indagando su un'ondata di attacchi agli acquedotti municipali in almeno sette Stati, con più di 30 impianti presi di mira nel solo Minnesota, senza gravi interruzioni né contaminazioni. Ad agosto un attacco informatico attribuito all'Iran ha fermato per quattro giorni una centrale elettrica britannica. La CISA, l'agenzia federale per la sicurezza informatica, ha avvertito che gli hacker usano l'intelligenza artificiale per generare script di attacco contro i sistemi di controllo industriale, abbassando drasticamente le competenze necessarie. L'amministrazione ha tagliato circa un terzo del personale della CISA e i democratici sostengono che i tagli rendono le infrastrutture più vulnerabili.
