Lo Stretto di Hormuz è stato la carta più forte dell'Iran dall'inizio della guerra, alla fine di febbraio. Negli ultimi due mesi, però, funzionari americani sostengono che l'esercito statunitense abbia progressivamente eroso quella leva, fino a controllare di fatto gran parte del passaggio. "Lo Stretto è aperto. La risposta iraniana è molto blanda. Non vogliono che torniamo a colpirli. È tutta lì la partita, il resto non conta", ha detto Donald Trump ad Axios in un'intervista telefonica giovedì.
Quello che sei mesi fa era cominciato come un'operazione per degradare le capacità missilistiche iraniane e distruggere ciò che restava del programma nucleare si è così trasformato in uno scontro a tempo indeterminato per il controllo del più importante snodo energetico del mondo. Quando la guerra è iniziata, lo Stretto era aperto, il petrolio scorreva senza interruzioni e il Brent valeva circa 72 dollari al barile. Nelle prime 72 ore l'Iran ha annunciato la chiusura del passaggio e minacciato di attaccare le petroliere in transito.
Dietro le quinte, secondo funzionari israeliani e americani, l'allora comandante della Marina dei Guardiani della rivoluzione, il generale Alireza Tangsiri, diede l'ordine che fece precipitare la situazione: posare mine navali nel Traffic Separation Scheme, il principale corridoio internazionale dello stretto. Tangsiri è stato poi ucciso il 26 marzo, quasi quattro settimane dopo, in un raid israeliano a Bandar Abbas.
Gli attacchi alle navi e la minaccia delle mine hanno bloccato il traffico commerciale. Nei due mesi successivi il prezzo del Brent è salito fino a 126 dollari e Trump ha accettato il cessate il fuoco dell'8 aprile anche per l'aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti, esattamente il tipo di pressione economica che Teheran voleva esercitare. La riapertura dello Stretto era il perno del Memorandum d'Intesa firmato il 17 giugno, ma il passaggio non si è mai riaperto completamente e l'accordo è presto naufragato.
Washington dice di aver riaperto Hormuz. Il traffico dice un’altra cosa
Washington riapre il canale, ma i tracker frenano l'ottimismo
Da allora l'esercito americano ha lavorato per riaprire autonomamente la rotta. Una task force statunitense, insieme agli Emirati Arabi Uniti, ha cominciato a scortare le navi lungo il canale meridionale, garantendo copertura aerea e intercettando droni e missili da crociera iraniani. Una campagna di bombardamenti durata due settimane ha ridotto la capacità dei Guardiani di colpire le imbarcazioni in transito, mentre Washington ha ripristinato il blocco navale dei porti iraniani.
Le operazioni di sminamento hanno coinvolto sommozzatori della Marina, Navy SEAL, droni subacquei e di superficie e contractor privati: dal corridoio principale sono stati rimossi oltre 200 oggetti simili a mine, ma secondo funzionari americani soltanto 11 erano vere mine e poche erano state posate correttamente. "Le rotte internazionalmente riconosciute nello Stretto sono libere dalle mine iraniane", ha comunque dichiarato l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, in un video pubblicato giovedì sera.
Cooper ha aggiunto che negli ultimi mesi le forze americane hanno assistito quasi 1.500 navi mercantili che trasportavano circa 750 milioni di barili di greggio. "L'Iran è stato avvisato che qualsiasi nave o imbarcazione che posi nuove mine sarà immediatamente e sistematicamente distrutta", ha avvertito Cooper. Trump ha poi rilanciato lo stesso messaggio su Truth Social.
L'Iran continua comunque ad attaccare le navi, anche se con una capacità di mira limitata: secondo un funzionario americano, soltanto il 2% delle imbarcazioni transitate nell'ultimo mese è stato colpito. Il traffico nel canale meridionale sarebbe così salito a 20-30 petroliere per notte, per una media di 9-10 milioni di barili, vale a dire circa la metà dei volumi prebellici. Esperti del mercato petrolifero e società che monitorano le petroliere dubitano però che i flussi siano così elevati, mentre i funzionari americani sostengono che i tracker li stiano sottostimando. Le periodiche segnalazioni di petroliere colpite continuano inoltre ad alimentare dubbi sulla reale sicurezza del passaggio.
I dati raccolti dal Wall Street Journal descrivono infatti una situazione meno rosea. Il traffico attraverso lo Stretto, che prima della guerra era in media di circa 130 navi al giorno, è sceso a 15 al giorno in agosto, tra gli attacchi iraniani e il blocco americano dei porti di Teheran. Lloyd's List Intelligence, che utilizza come riferimento una media prebellica di 85 transiti quotidiani, ne ha contati appena 3 il 23 agosto. Le due parti hanno cercato di imporre rotte diverse: l'Iran vicino alla propria costa, gli Stati Uniti lungo un canale che costeggia l'Oman, dove si è concentrata la maggior parte degli attacchi. Le esportazioni iraniane di greggio e condensati, secondo il Journal, sono allo stesso tempo scese a circa 280.000 barili al giorno a maggio, dagli oltre 2,2 milioni di febbraio.
Le previsioni di un prezzo del petrolio oltre i 150 dollari non si sono avverate, anche perché i modelli non avevano tenuto pienamente conto delle rotte alternative per far uscire il greggio dal Golfo e della riduzione delle importazioni cinesi. Il Brent resta comunque vicino ai 90 dollari, la benzina americana è passata da 2,98 a circa 4 dollari al gallone e la riserva strategica statunitense è scesa sotto i 300 milioni di barili, ai livelli più bassi dal 1983. Secondo Clarksons Research, noleggiare una superpetroliera dal Golfo alla Cina costa ormai oltre 500.000 dollari al giorno, più del doppio rispetto a prima della guerra.
L'operazione americana mostra comunque segnali di progresso. Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait hanno aderito, l'Arabia Saudita dovrebbe seguire e Washington spera che il Qatar cominci presto a far transitare le proprie metaniere lungo la rotta protetta. Entro metà settembre gli Stati Uniti puntano ad ampliare il canale principale in modo che almeno 50 navi possano entrare e uscire dal Golfo ogni notte, con l'obiettivo di riportare le esportazioni al 60-70% dei livelli prebellici.
Teheran cerca mediatori, Trump non vuole trattare
Due fonti regionali hanno detto ad Axios che negli ultimi giorni l'Iran ha mostrato un rinnovato interesse per i negoziati. Domenica il comandante dell'esercito pakistano Asim Munir è stato visto a Teheran nel tentativo di rilanciare la mediazione, seguito nei giorni successivi dal Ministro degli Esteri dell'Oman e, giovedì, dal primo ministro del Qatar, arrivato su richiesta iraniana. In pubblico, però, Teheran non ha cambiato posizione: chiede che gli Stati Uniti applichino il Memorandum e presentino condizioni per la riapertura dello stretto.
Trump, per ora, sostiene di non voler trattare. "Non voglio incontrarli, sono loro a volerlo. In realtà stanno implorando un accordo", ha scritto giovedì su Truth Social. L'inviato americano Steve Witkoff continua però a parlare con i qatarioti e con gli altri mediatori: i negoziatori americani vogliono capire se il blocco, la pressione economica e il crescente vantaggio nello stretto finiranno per ammorbidire la posizione di Teheran. Per Washington il Memorandum del 17 giugno non è più rilevante e i colloqui tra Oman e Iran su una nuova gestione dello Stretto vengono trattati come un elemento secondario.
La guerra ha, intanto, già ridisegnato gli equilibri della regione. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato il 7 agosto alla Mecca un patto di difesa collettiva, mentre gli attacchi contro più di 20 siti americani, compresa la base navale in Bahrein, hanno spinto il Pentagono a rivedere l'intera presenza militare statunitense nel Golfo. Il costo dell'operazione, secondo il segretario alla Difesa Pete Hegseth, aveva raggiunto 37,5 miliardi di dollari a luglio, prima dell'ultima ondata di raid, mentre stime interne del Pentagono riportate da NBC News, che includono la riparazione delle basi e il rimpiazzo di aerei e munizioni, arrivano a 80-100 miliardi.
In Iran sono morte più di 3.600 persone secondo la Human Rights Activists News Agency. Dall'inizio della guerra hanno perso la vita anche 18 militari americani, mentre Amnesty International aveva documentato almeno 28 civili uccisi nei Paesi arabi del Golfo fino al 3 giugno.
