Lo Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui prima della guerra tra Stati Uniti e Iran transitava circa il 20% del petrolio mondiale, è ancora minato. Lo hanno riferito a Bloomberg fonti a conoscenza del dossier, secondo le quali non tutte le mine posate dall'Iran — tra 80 e 150, secondo le stime degli alleati — sono state neutralizzate. Questo nonostante Donald Trump abbia dichiarato più volte che la Marina americana ha completamente bonificato l'area. Le operazioni sarebbero state complicate dalle correnti, che hanno spostato alcuni ordigni rispetto ai punti in cui erano stati posati.
Gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente insistono per una missione internazionale di sminamento su larga scala, con navi e aerei, ritenendola l'unico modo per restituire piena fiducia agli armatori. Il Comando Centrale americano (CENTCOM), responsabile delle operazioni militari nella regione, sostiene invece che le rotte internazionali nello stretto non presentino pericoli per la navigazione. È la stessa linea di Trump, che ha ripetuto in più occasioni che Hormuz è sicuro, anche nel tentativo di stabilizzare il mercato dell'energia in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
Il 25 agosto Trump ha affermato ancora una volta che lo Stretto è completamente aperto alla navigazione e che le mine iraniane nelle acque internazionali sono state distrutte o disinnescate. "L'Iran è stato avvisato che qualsiasi nave o imbarcazione che poserà nuove mine sarà immediatamente e sistematicamente distrutta", ha aggiunto, precisando che gli Stati Uniti mantengono lo stretto sotto sorveglianza continua.
In precedenza Axios aveva rivelato che Washington ha creato un corridoio riservato attraverso il quale ogni notte transitano tra le 15 e le 20 petroliere, per un totale di circa 10 milioni di barili di greggio. Secondo le fonti di Axios, i Guardiani della Rivoluzione possono ancora ostacolare il traffico, ma non controllano più il passaggio. Trump ha parlato di "enormi quantità di petrolio" tornate a uscire dal Medio Oriente e ha detto che, una volta conclusa la guerra, dichiarerà lo stretto "americano".
L'Iran aveva chiuso Hormuz dopo i massicci attacchi statunitensi sul suo territorio, provocando un'impennata dei prezzi del petrolio. Washington aveva risposto imponendo un blocco navale ai porti iraniani. Tra le condizioni poste ora da Teheran per un accordo figura il riconoscimento del diritto a riscuotere un pedaggio sulle navi in transito.
Il costo della guerra, intanto, si misura anche molto lontano dal Golfo. Come afferma un'inchiesta del Washington Post, il consumo di munizioni in Medio Oriente preoccupa sia gli alleati asiatici sia i funzionari del Pentagono responsabili dell'Indo-Pacifico. Taiwan si aspetta ora "ritardi significativi" nelle consegne dei missili Patriot, mentre il Giappone è stato avvertito di possibili problemi con i Tomahawk. Più di 30 navi inizialmente destinate al Pacifico sono state trasferite in Medio Oriente e le scorte complessive di intercettori Patriot e THAAD sarebbero scese a soli mille esemplari.
