In una sola settimana l'amministrazione Trump ha mancato due obiettivi negoziali: non è riuscita a piegare l'Iran dopo quasi sei mesi di guerra e ha fatto saltare le trattative commerciali con il Canada, che ha risposto con i controdazi. Per l'analista di politica internazionale Daniel Drezner i due episodi hanno la stessa radice, cioè il fatto che la forza americana non spaventa più abbastanza da strappare concessioni.
Nel 2025 quella politica estera era già sbagliata e attuata male, scrive Drezner nella sua newsletter Drezner's World, ma qualche risultato lo otteneva lo stesso, perché la potenza americana restava abbastanza temibile da convincere altri governi a cedere qualcosa. Chi controlla l'esercito più forte del mondo riesce a ottenere una parte dei propri obiettivi anche con minacce approssimative. Un anno dopo quel margine si è esaurito.
Le scorte americane di intercettori missilistici si sono assottigliate al punto da non bastare più a dissuadere Russia e Cina. I reparti impegnati in missioni prolungate mostrano segni di logoramento. Il debito federale ha superato i 40 mila miliardi di dollari. I tentativi del segretario al Tesoro Scott Bessent (il ministro delle Finanze americano) di intervenire sul mercato dei titoli di Stato sono falliti.
Interrogato proprio su quegli interventi, il presidente ha risposto che lo strumento decisivo per intervenire sul mercato obbligazionario è la forza militare. Drezner considera quella risposta il sintomo di un modo di ragionare che riduce ogni problema a una questione di potenza militare e che, a suo giudizio, prepara altre umiliazioni per la politica estera americana.
A quasi sei mesi dagli attacchi contro l'Iran lanciati insieme a Israele e a 75 giorni dal voto che deciderà se il suo partito manterrà il controllo del Congresso, il presidente si trova in un conflitto senza sbocco. Non riuscendo a ottenere la resa di Teheran e a proclamare la vittoria che cercava, se la prende sempre più con gli alleati. Il Washington Post ha raccontato le minacce rivolte all'Oman e ad altri partner del Golfo, dettate anche dal timore di un'intesa separata tra l'Iran e i paesi della regione che riaprirebbe lo stretto. "Si trova in una situazione da cui non può uscire e, a differenza di tante altre cose in cui si è cacciato, questa volta nessuno può tirarlo fuori", ha detto al giornale Andrew Leber, studioso del Medio Oriente al Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi di Washington.
La guerra ha consumato le risorse americane al punto che al presidente resta una sola opzione strategica, secondo Drezner: il ripiegamento. Se non può più imporsi sugli alleati, può disimpegnarsi e ritirarsi dal gioco. Le minacce ai paesi del Golfo, secondo l'analista, sono già un segnale in quella direzione.
Le trattative commerciali con il Canada sono saltate nella notte tra venerdì e sabato. Il primo ministro Mark Carney ha parlato alla nazione dicendo che l'amministrazione americana aveva preteso un "cattivo accordo" e che il presidente ha "calcolato male" alzando i dazi, sottovalutando la disponibilità dei canadesi a sopportare il danno economico. "Si è in guerra quando si viene attaccati e noi siamo stati attaccati", ha detto ai giornalisti a Ottawa. Sabato sono scattati dazi al 50% su 20 miliardi di dollari di merci canadesi, che si sommano a quelli già in vigore su acciaio, alluminio, legname e veicoli.
La ricostruzione di Politico, basata su interviste con più di una decina di funzionari canadesi e americani, lobbisti e associazioni imprenditoriali, descrive richieste dell'ultimo minuto e una squadra negoziale americana divisa. I funzionari statunitensi accusano Ottawa di aver aggiunto pretese in extremis, tra cui dazi più bassi sui camion pesanti. I canadesi indicano invece le rivalità interne all'amministrazione su chi controllasse i vari pezzi dell'intesa. Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ritenuto che l'impianto dell'accordo, messo a punto dall'ufficio commerciale guidato da Greer, gli fosse stato calato dall'alto pur riguardando materie di sua competenza. Nell'ultima settimana ha parlato più volte con Carney per messaggio e al telefono. Il Canada ha respinto richieste che a suo dire mettevano in discussione "la lingua francese e la nostra cultura" e la libertà di firmare accordi commerciali con paesi terzi. In gioco ci sono più di mille miliardi di dollari di scambi nordamericani, con il Messico che rischia di restare schiacciato in mezzo.
L'economia americana è dieci volte quella canadese e questo dovrebbe bastare a strappare concessioni a Ottawa. Con lo stesso ragionamento, però, gli Stati Uniti avrebbero già dovuto costringere l'Iran alla resa. I funzionari americani sembrano sorpresi e persino offesi dall'idea che altri paesi possano rispondere con le stesse armi: se Greer non si aspettava la ritorsione canadese, vuol dire che non era preparato ad affrontarla. L'amministrazione ha già fatto marcia indietro sui dazi quando sono saliti i prezzi della carne bovina, quindi anche un rincaro modesto potrebbe spingerla a cercare un compromesso di facciata.
La reputazione americana di fermezza nei negoziati si è logorata al punto che, anche se l'amministrazione non volesse cedere, è l'attesa canadese di un possibile cedimento a indebolire la pressione americana. Il risultato è uno stallo commerciale doloroso a meno di novanta giorni dalle elezioni di metà mandato, quelle che rinnovano il Congresso a metà del mandato presidenziale.
