La nuova ondata di raid americani sull'Iran ha fatto risalire il petrolio, con gli investitori che stanno tenendo in conto il ritorno a una fase più calda del conflitto nel Golfo Persico. I future sul Brent, il riferimento internazionale, sono saliti di oltre il 4% superando i 94 dollari al barile, mentre il WTI, il riferimento americano, è cresciuto del 4,5% avvicinandosi ai 90 dollari. Oggi il Brent per consegna a novembre ha toccato i 96,59 dollari. Il giorno prima dell'inizio della guerra, a fine febbraio, aveva chiuso a 72,48.
I mercati hanno reagito così all'attacco a due superpetroliere, la Sidr dell'armatore saudita Bahri e la Senegal Prosperity della sudcoreana Sinokor, raggiunte da attacchi non rivendicati a pochi minuti di distanza tra lunedì sera e martedì, mentre uscivano dallo Stretto dentro il corridoio meridionale presidiato dagli americani, ciascuna con due milioni di barili di greggio saudita a bordo. Nel fine settimana gli Stati Uniti avevano bombardato l'isola di Larak, dove secondo il Comando Centrale americano l'esercito iraniano preparava razzi per portare mine nello stretto. L'Iran aveva risposto con droni contro la Giordania e gli Emirati e con il sequestro di una nave da carico vicino a Bandar Abbas. Si è trattato del primo ritorno a scontri veri e propri dopo circa un mese di calma.
I raid sull’Iran riaccendono Hormuz e riportano il petrolio sopra i 96 dollari
Dopo un mese di calma, il bombardamento americano dell’isola di Larak e gli attacchi a due superpetroliere in uscita dallo Stretto hanno riportato i mercati a prezzare la guerra. Il conto arriva alla pompa e alla Fed.
Il giorno prima dell’inizio della guerra il Brent aveva chiuso a 72,48 dollari. Nella seduta di oggi ha guadagnato oltre il 4%, il WTI il 4,5%.
Da Hormuz passa metà del greggio di prima: il resto aggira lo Stretto via oleodotto
La produzione del Golfo è risalita a circa due terzi dei livelli prebellici, ma i transiti nello Stretto restano dimezzati: il petrolio saudita ed emiratino esce sempre più dalle condotte verso il Mar Rosso e il Golfo di Oman.
Gli Stati Uniti dipendono poco da Hormuz: solo il 7% del greggio importato
Produzione interna e importazioni dal Canada hanno portato la quota di greggio americano in arrivo dal Golfo al livello più basso in quasi quarant’anni.
«Tra due anni lo Stretto di Hormuz sarà un pezzo d’acqua senza valore»
Scott Bessent, Segretario al Tesoro, a Fox Business dal G20 finanziario di Asheville
Il rimbalzo del greggio si scarica sulla benzina e complica la mossa della Fed
Gli oleodotti che aggirano lo Stretto
La produzione nei Paesi del Golfo è tornata a circa due terzi dei livelli prebellici, secondo Goldman Sachs, mentre i transiti nello Stretto restano a circa la metà, secondo la società di analisi marittima Marisks, perché gran parte di quel greggio esce ora dalla regione attraverso gli oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo di Oman. Prima della guerra dallo Stretto passava circa un quinto del commercio mondiale di petrolio. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) nel 2025 vi era transitato quasi il 34% del greggio mondiale, in gran parte diretto in Asia.
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto che lo Stretto "non è un collo di bottiglia" per gli Stati Uniti, parlando con Larry Kudlow di Fox Business a margine della riunione dei Ministri delle Finanze del G20 ad Asheville, in North Carolina. Nel 2024 il Paese ha importato attraverso Hormuz circa mezzo milione di barili al giorno dai Paesi del Golfo, il 7% del greggio totale importato, secondo l'Agenzia per l'Informazione sull'Energia (EIA), che ha registrato il livello più basso in quasi 40 anni grazie alla produzione interna e alle importazioni dal Canada. LoStretto resta invece un collo di bottiglia "per molti altri Paesi", ha ammesso Bessent, ma non per molto: "Tra due anni lo Stretto di Hormuz sarà un pezzo d'acqua senza valore", perché il petrolio "viaggerà su oleodotti attraverso la terraferma".
Arabia Saudita ed Emirati hanno già alcuni oleodotti operativi che aggirano lo Stretto: durante la chiusura dello Stretto Riyadh ha inviato petrolio per circa 7 milioni di barili al giorno sulla condotta Est-Ovest fino a Yanbu, porto sul Mar Rosso, e Abu Dhabi progetta di raddoppiare la capacità di esportazione da Fujairah, fuori da Hormuz, da 1,8 a 3,6 milioni di barili al giorno. Insieme a Iraq e Turchia i due Paesi hanno firmato accordi per costruire altri oleodotti, ma quelle infrastrutture richiedono anni.
L'aumento della benzina e il rischio tassi della Fed
Nel frattempo però il conto lo pagano i consumatori: la benzina negli Stati Uniti costa in media 4,09 dollari al gallone, secondo l'automobile club AAA, contro i 2,98 di due giorni prima dell'inizio del conflitto. Il rimbalzo del prezzo petrolio arriva in un momento delicato per Washington. Gli investitori guardano alla riunione della Federal Reserve di settembre, dopo che il nuovo presidente Kevin Warsh ha indicato l'inflazione come obiettivo principale e il membro del board Michael Barr ha detto che sarebbe disposto ad appoggiare un rialzo se l'inflazione non rallentasse abbastanza.
La previsione di un aumento dei tassi, oggi al 3,50-3,75%, è salita sui mercati delle scommesse a circa il 70%, mentre i rendimenti dei Treasury a due anni sono già cresciuti di cinque punti base, e quelli a dieci e trent'anni di quattro e due.
