La guerra con l'Iran rischia di consumare la presidenza di Donald Trump, che oggi si troverebbe in una posizione molto migliore se avesse seguito i consigli di politica estera del predecessore che detesta, Barack Obama. È la tesi di un'analisi dell'Economist, che ricorda la regola con cui anni fa l'ex presidente riassumeva al giornalista Jeffrey Goldberg il primo dovere di un presidente americano nel mondo: "non fare cazzate" ("don't do stupid shit").
La dottrina non è sofisticata e lo stesso Obama ha lasciato un bilancio contrastato in politica estera, visto che è stato lento a cogliere la portata della minaccia cinese. Se Trump gli avesse dato retta, però, non avrebbe affiancato Israele nella guerra all'Iran, cominciata il 28 febbraio senza un piano per vincerla. E non si sarebbe vantato che l'uccisione dei principali dirigenti iraniani, seguita da bombardamenti aerei durissimi, avrebbe portato in poco tempo a un cambio di regime. Vista la complessità dell'Iran e la spietatezza di chi lo governa, per l'Economist quella previsione era insensata quanto pensare di eliminare la mafia dalla Sicilia bombardandola dal cielo.
Il bilancio del presidente in Medio Oriente comprende successi reali, a cominciare dagli accordi di Abramo, con cui quattro paesi arabi hanno riconosciuto Israele. Secondo il settimanale britannico ha il merito di aver costretto, seppure in ritardo, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu a un cessate il fuoco con Hamas l'anno scorso, anche se le condizioni a Gaza restano durissime.
Anche la decisione di affiancare Israele nel bombardamento dei siti nucleari iraniani l'estate scorsa è stata rischiosa ma non stupida. Un costo c'è stato, perché gli ispettori internazionali hanno perso l'accesso all'uranio altamente arricchito iraniano, ma infliggere danni gravi al programma nucleare sotterraneo seguiva una logica coerente. La reazione contenuta di Teheran è stata un'ulteriore conferma.
Le richieste ripetute di prendersi la Groenlandia non rientrano in quella definizione, per quanto il presidente sia imprudente ad alienarsi la Danimarca, la potenza coloniale dell'isola e un'amica devota degli Stati Uniti. Copenaghen resta comunque un alleato della NATO che ha bisogno dell'America per contenere la Russia. Un'invasione vera e propria dell'isola sarebbe invece una stupidaggine senza attenuanti.
Obama aveva coniato la formula pensando al suo predecessore George Bush e al miscuglio fatale di spirito di vendetta, impazienza e ambizione eccessiva che condannò le campagne guidate dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq dopo gli attentati del settembre 2001.
Dagli anni di Bush trasse lezioni durature e per certi versi eccessive sui pericoli della tracotanza americana: era scettico sulla costruzione di nuovi stati in paesi lontani, riteneva che solo le minacce più gravi giustificassero un intervento armato e considerava molti alleati degli irritanti approfittatori della potenza americana. Provando a tenere insieme il proprio realismo freddo con i valori liberali che il suo paese avrebbe dovuto difendere, diceva che l'America doveva scegliere le proprie battaglie ed essere "dura di testa e insieme generosa di cuore".
Trump condivide molti istinti di Obama, nonostante le frecciate continue contro di lui. Anche lui diffida della costruzione di nuovi stati ed è infastidito dagli alleati che vivono di rendita sulla protezione americana. Se ne distingue per il gusto delle prepotenze all'insegna dell'America First, per la noncuranza rovinosa dei dettagli, per l'avidità personale esibita senza imbarazzo e per il disprezzo dei valori liberali. La politica estera trumpiana, scrive l'Economist, è l'immagine rovesciata di quella degli anni di Obama: si compiace di avere la testa grossa e il cuore duro.
Entrambi i presidenti hanno sperato di ridurre il ruolo americano di garante della sicurezza nella regione. Dal 2011 l'amministrazione Obama ha cercato apertamente di spostare risorse militari e diplomatiche dall'Iraq e dall'Afghanistan verso l'Asia, un'area dinamica dove gli investimenti della potenza americana avrebbero dato "i rendimenti maggiori".
I collaboratori di Obama dicevano che l'aumento della produzione energetica americana avrebbe reso il Medio Oriente meno rilevante e accusavano con una certa amarezza alleati come l'Arabia Saudita di voler spingere gli Stati Uniti a combattere l'Iran per conto del mondo arabo. La svolta verso l'Asia si è però arenata sulla nuova instabilità mediorientale, dalla guerra civile in Siria all'ascesa dello Stato Islamico.
Trump ha annunciato la propria svolta l'anno scorso a Riyadh, dicendo ai leader arabi che la regione sarebbe stata presto "definita dal commercio, non dal caos". La strategia di sicurezza nazionale, il documento che fissa le priorità della politica estera americana, dichiarava "finalmente finiti" gli anni in cui il Medio Oriente dominava l'agenda di Washington, con i conflitti sostituiti dalla vendita di tecnologie americane nel nucleare, nella difesa e nell'intelligenza artificiale. In cerca di rendimenti propri, i familiari del presidente hanno ottenuto centinaia di milioni di dollari dai governanti del Golfo e dai loro fondi di investimento.
La guerra con l'Iran ha poi fatto saltare il modello di affari del Golfo. È difficile per i paesi arabi costruire centri dati da miliardi di dollari pieni di chip americani mentre cadono i missili iraniani. Si profila così una svolta diversa e più cupa, con i partner mediorientali che perdono fiducia nell'America come alleato affidabile.
Gli Emirati Arabi Uniti restano schierati fino in fondo sul fronte dei legami militari con gli Stati Uniti, mentre gli altri paesi del Golfo, a partire dall'Arabia Saudita, si stanno coprendo le spalle. L'America resta un partner insostituibile ma gode di meno fiducia. Alcuni governanti pagheranno l'Iran in silenzio per comprarsi la tranquillità, altri stanno rafforzando i legami militari con attori come la Turchia e quelli economici con la Cina. Non aiuta il fatto che Trump abbia ridimensionato gli attacchi iraniani contro le basi americane e contro le infrastrutture dei paesi del Golfo, per nascondere i costi della guerra.
A marzo, forse per mostrare la propria superiorità mentre la guerra infuriava, il presidente ha deriso pubblicamente il principe ereditario saudita Muhammad bin Salman, vantandosi che non avrebbe mai immaginato di doversi ritrovare a "baciare il culo" a un presidente americano.
In un mondo duro l'intelligenza non basta, come ha imparato a sue spese la stessa amministrazione Obama. Ma per l'Economist la stupidità sconsiderata di un presidente produce catastrofi. Se Trump parlasse meno e ascoltasse di più, quell'avvertimento l'avrebbe forse sentito.
