L'Amministrazione Trump ha firmato un accordo di cooperazione nucleare con l'Arabia Saudita che potrebbe consentire al regno di arricchire autonomamente l'uranio destinato ai propri reattori. L'intesa, siglata mercoledì dal Segretario all'Energia Chris Wright e dal ministro dell'Energia saudita Abdulaziz bin Salman, punta a rinsaldare i rapporti tra Washington e Riyadh, messi sotto pressione a causa della guerra con l'Iran, e secondo la Casa Bianca potrebbe generare contratti per miliardi di dollari a beneficio dell'industria nucleare americana, a cominciare da Westinghouse, uno dei maggiori costruttori di reattori nucleari al mondo.
Per raggiungere un accordo con il principe ereditario Mohammed bin Salman, leader di fatto del regno, Trump ha tuttavia accettato condizioni meno rigorose rispetto a quelle imposte in passato ad altri alleati. L'intesa non include, infatti, il protocollo aggiuntivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), che consente agli ispettori di effettuare controlli a sorpresa anche nei siti nucleari non dichiarati: i controlli più delicati saranno affidati a squadre americane e, per procedere senza le ispezioni internazionali ordinarie, Trump ha dovuto firmare una deroga motivata da ragioni di sicurezza nazionale. Inoltre, al termine di uno studio congiunto sulla sostenibilità economica della produzione di combustibile nucleare, l'Arabia Saudita potrebbe ottenere il diritto di arricchire uranio o riprocessare plutonio direttamente sul proprio territorio.
L'accordo rientra, comunque, nella categoria dei cosiddetti "accordi 123", dal nome della sezione dell'Atomic Energy Act che disciplina la cooperazione nucleare civile degli Stati Uniti con governi stranieri. Washington ne ha sottoscritti attualmente 26, che coinvolgono in totale 51 governi e l'AIEA. Questi accordi dovrebbero garantire che tecnologie, materiali e competenze americane non vengano utilizzati per programmi militari.
Uranio saudita, garanzie ridotte
Washington annuncia con Riyadh un accordo nucleare civile che apre all’arricchimento sul territorio del regno, senza le ispezioni rafforzate dell’AIEA.
Addio al “gold standard” degli Emirati
L’accordo con Abu Dhabi del 2009 fissava tre vincoli di non proliferazione. L’intesa con Riyadh li allenta tutti.
Perché il Congresso difficilmente lo fermerà
Dagli Emirati alla guerra con l’Iran
Mohammed bin Salman ha promesso “senza alcun dubbio” la bomba se Teheran la otterrà. E se Riyadh può arricchire uranio, Turchia ed Egitto potrebbero chiedere lo stesso trattamento. Due lettere collaterali dell’accordo restano intanto riservate: parte del Congresso chiede di leggerle prima di esaminare l’intesa.
L'abbandono del "gold standard" degli Emirati
Le condizioni concesse a Riyadh segnano una netta discontinuità rispetto ad un equivalente accordo firmato con gli Emirati Arabi Uniti ed entrato in vigore nel 2009. Abu Dhabi accettò all'epoca il protocollo aggiuntivo dell'AIEA e rinunciò formalmente all'arricchimento dell'uranio e al riprocessamento del plutonio sul proprio territorio, escludendo così la possibilità di sviluppare in autonomia le infrastrutture necessarie alla costruzione di un'arma atomica. Quell'intesa, negoziata tra le Amministrazioni Bush e Obama, è diventata il "gold standard" internazionale della non proliferazione nucleare.
Trump ha invece scelto un approccio più flessibile. Il testo dell'accordo, non ancora reso pubblico, sarà ora trasmesso al Congresso, che avrà 90 giorni per esaminarlo e potrà tentare di bloccarlo approvando una risoluzione di disapprovazione. In caso di veto presidenziale, tuttavia, per fermare l'intesa sarebbe necessaria una maggioranza dei due terzi sia alla Camera sia al Senato, una soglia difficilmente raggiungibile nel contesto attuale. L'accordo dovrebbe quindi entrare in vigore, anche se il confronto politico si preannuncia acceso. Diversi esponenti democratici e repubblicani, così come alcuni funzionari israeliani, temono infatti che il programma nucleare civile saudita possa porre le basi per una futura capacità militare.
Il Segretario all'Energia ha assicurato che le intese rispettano "i più alti standard di sicurezza nucleare e di non proliferazione", affidandosi "alla migliore tecnologia nucleare del mondo, progettata proprio qui negli Stati Uniti". Anche il Segretario di Stato Marco Rubio, interpellato durante una visita a Manila, ha garantito che gli Stati Uniti non concluderanno con alcun Paese accordi in grado di favorire la diffusione delle armi atomiche.
Molto più duro il comitato editoriale del Wall Street Journal, secondo cui l'intesa rappresenta un grave errore strategico per gli Stati Uniti. Il quotidiano statunitense osserva che l'Arabia Saudita non avrebbe alcuna necessità civile di arricchire uranio sul proprio territorio e sostiene che il vero obiettivo potrebbe essere quello di costruire una capacità militare nucleare da mantenere in riserva. Lo studio biennale previsto dall'accordo sarebbe, secondo il giornale, poco più di un espediente per rinviare la decisione finale. L'assenza del protocollo aggiuntivo dell'IAEA renderebbe, inoltre, le garanzie concordate da Trump persino più deboli degli standard normalmente richiesti.
Il rischio però è anche quello di creare un precedente regionale. Turchia ed Egitto potrebbero chiedere lo stesso trattamento, favorendo così la diffusione delle tecnologie di arricchimento dell'uranio in una delle aree più instabili del mondo. A sollevare ulteriori dubbi sono due lettere collaterali rimaste riservate, che accompagnano il testo principale. L'Amministrazione sostiene che contengono informazioni commerciali proprietarie e dati sensibili per la sicurezza nazionale, ma alcuni membri del Congresso potrebbero rifiutarsi di esaminare l'accordo finché i documenti non saranno resi accessibili.
L'ombra dell'Iran e il riavvicinamento tra Washington e Riyadh
I timori sul nuovo accordo sono alimentati dalle stesse dichiarazioni di Mohammed bin Salman, che in passato ha promesso, senza mezzi termini, di dotare l'Arabia Saudita di armi nucleari qualora l'Iran facesse altrettanto. "Senza alcun dubbio", aveva risposto durante un'intervista ad una domanda su questo argomento. Da parte sua, Teheran continua a sostenere che il proprio programma abbia finalità esclusivamente civili, ma dopo il ritiro americano dall'accordo nucleare del 2015, deciso da Trump nel 2018, ha arricchito uranio a concentrazioni sempre più vicine a quelle necessarie per costruire un ordigno nucleare.
Il negoziato con Riyadh procede, comunque, da anni. Durante l'Amministrazione Biden, la cooperazione nucleare tra i due Paesi era stata inizialmente inserita in un pacchetto più ampio, che comprendeva anche il riconoscimento diplomatico di Israele da parte dell'Arabia Saudita e l'ingresso del regno nei cosiddetti Accordi di Abramo. Quella prospettiva però è tramontata del tutto dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e la violenta risposta israeliana nella Striscia di Gaza. Trump ha successivamente separato il dossier nucleare dal processo di normalizzazione con Israele, consentendo così ai negoziati di proseguire indipendentemente dalla questione palestinese.
Tuttavia, i rapporti tra Washington e Riyadh hanno conosciuto nuove tensioni anche negli ultimi mesi. A maggio, ad esempio, il governo saudita ha negato agli Stati Uniti l'uso del proprio spazio aereo per un'operazione destinata a proteggere le petroliere nello Stretto di Hormuz, controllato di fatto dalle forze iraniane dall'inizio della guerra in corso. L'accordo nucleare permetterà ora ai due Paesi di ricostruire una relazione più stabile. Parallelamente, però, l'Arabia Saudita intende continuare a mantenere aperto il dialogo con Teheran: preoccupata che la politica americana in Medio Oriente possa esporre il regno a nuovi rischi, secondo molti analisti Riyadh potrebbe cercare di preservare la normalizzazione dei rapporti con l'Iran avviata nel 2023 grazie alla mediazione della Cina.
