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La crisi economica americana è un autogol di Trump
Molly Riley, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA
Economia 5 min di lettura

La crisi economica americana è un autogol di Trump

Dazi, guerra con l'Iran, stretta sull'immigrazione e debito: per Matt Bai il presidente ha ereditato un'economia solida e l'ha messa in difficoltà con scelte che nessuno gli aveva chiesto

Donald Trump è il primo presidente dai tempi di Woodrow Wilson, un secolo fa, ad aver creato da solo la crisi economica che porta il suo nome. È la tesi di un'analisi del giornalista Matt Bai pubblicata su Rolling Stone: secondo Bai, il presidente ha ereditato un'economia sostanzialmente sana e l'ha messa in difficoltà con una serie di decisioni radicali che nessuno gli aveva chiesto, dai dazi alla guerra con l'Iran.

Di norma, spiega Bai, i presidenti non creano le economie a cui viene associato il loro nome: si limitano a reagire, bene o male. I cicli economici e i mandati presidenziali si sovrappongono, ma quasi mai coincidono. Le crisi cominciano molto prima che le persone se ne accorgano e i dati impiegano anni per registrarle. Nel 1992, quando George H.W. Bush cercava la rielezione, si stimava che l'economia crescesse a ritmi tra l'1,4 e il 2,7 per cento a trimestre, un segnale della recessione che favorì la vittoria di Bill Clinton. Anni dopo, le revisioni dei dati mostrarono che la crescita era stata in realtà sopra il 4 per cento e che la ripresa era già cominciata. Alla fine del primo anno di Clinton l'economia cresceva del 5,6 per cento.

Anche gli shock esterni sfuggono al controllo dei presidenti. La rivoluzione iraniana del 1979 aggravò una crisi energetica iniziata prima di Jimmy Carter. Gli attentati del 2001 paralizzarono l'economia di George W. Bush e la pandemia di Covid nel 2020 fece lo stesso con il primo mandato di Trump. Tutti questi presidenti affrontarono recessioni dolorose, ma avevano poco potere sugli eventi che le avevano provocate.

Quando Trump ha vinto le elezioni del 2024, l'economia stava finalmente uscendo dai minimi della pandemia, con crescita e occupazione in costante aumento. I democratici temevano soprattutto che il nuovo presidente si prendesse il merito della ripresa avviata da Joe Biden. "Aveva una buona economia", ha detto a Bai Rob Shapiro, economista che ha lavorato nell'amministrazione Clinton. "Doveva solo non mandare tutto all'aria".

La prima mossa di Trump è stata una guerra commerciale, questa volta non solo con la Cina ma con il mondo intero. Secondo Bai, i dazi sono arrivati mentre l'inflazione, causata soprattutto dai problemi nelle catene di approvvigionamento e aggravata dalla forte spesa pubblica, era già alta da tempo. Trump ne aveva parlato di continuo in campagna elettorale, ma nessuno è riuscito a fargli capire che i dazi avrebbero reso permanente un problema temporaneo, perché fanno salire il costo delle importazioni e della produzione industriale.

Alla guerra commerciale si è poi aggiunta la guerra con l'Iran, che la Casa Bianca ha giustificato in modi diversi a seconda del momento: la repressione del regime contro la popolazione, il rischio che Teheran costruisse la bomba atomica, la decisione di Israele di attaccare. Per Bai il conflitto ha ottenuto poco sul piano militare e ha fatto un grave danno all'economia, perché ha bloccato il flusso di petrolio verso l'Asia e l'Europa e ha fatto salire i prezzi dell'energia negli Stati Uniti. Come Carter, Trump si ritrova con l'economia in ostaggio degli intransigenti iraniani. A differenza di Carter, però, nella crisi ci è entrato per scelta.

Secondo Bai ognuna di queste due decisioni sarebbe bastata da sola a mettere a rischio una ripresa ancora fragile. La creazione di posti di lavoro, sostenuta nell'ultimo anno di Biden, si è quasi fermata nel 2025, in buona parte a causa della dura stretta sull'immigrazione, che ha reso più difficile per le piccole imprese trovare lavoratori, sia qualificati sia non qualificati.

Il debito federale era un problema già prima di Trump, ma diventa molto più urgente quando i tassi di interesse tornano a salire. La spesa per gli interessi sul debito pubblico ha raggiunto il massimo storico, circa il 18 per cento delle entrate federali, contro circa l'11 per cento prima della pandemia. Secondo Bai, la politica estera imprevedibile del presidente aumenta il rischio che gli investitori stranieri smettano di comprare il debito americano. Da decenni un piccolo gruppo di esperti di bilancio a Washington avverte del rischio che debito e tassi alti costringano il paese a un lungo periodo di austerità e recessione. Con Trump, scrive Bai, quello scenario sembra vicinissimo.

Di solito i presidenti arrivano alla Casa Bianca con un'idea coerente di economia, che sia liberista, monetarista o keynesiana. Trump invece è contrario alle tasse e alle regole come un conservatore radicale, protezionista come la sinistra vicina ai sindacati e favorevole al controllo pubblico delle industrie, con lo Stato che entra nel capitale di aziende private, come un collettivista sovietico. Per Bai l'unico filo conduttore della sua politica economica è la rivalsa culturale: burocrati di carriera, immigrati, università, governi progressisti e alleanze internazionali sono nemici da colpire. Trump sostiene che questo faccia bene all'economia e liquida ogni dato contrario come una bugia delle élite istruite.

Gli economisti ritengono che i fondamentali dell'economia americana restino abbastanza solidi e che la crescita sia ancora discreta. Secondo Bai, però, la gestione caotica di Trump ha peggiorato due problemi che esistevano già. Il primo è che sempre più americani faticano ad arrivare a fine mese: con salari che crescono più lentamente, prezzi più alti e debiti più cari, i conti di molte famiglie non tornano. Nel frattempo Trump e la sua famiglia hanno guadagnato miliardi durante la presidenza, in gran parte da investitori stranieri del suo crescente impero delle criptovalute. Il secondo è che l'economia è molto più esposta a una crisi imprevista: con l'inflazione già alta e gli interessi sul debito che assorbono una parte crescente delle entrate, il governo avrebbe pochi margini per spendere di più davanti a un rallentamento improvviso, per esempio una nuova pandemia.

L'economista conservatore Douglas Holtz-Eakin ha detto a Bai di considerare quella di Trump l'economia del "sì, ma": "Sì, stiamo andando alla grande, ma i dazi. Sì, le cose vanno benissimo, ma ora vuole una guerra con l'Iran. Continua a mettersi i bastoni tra le ruote da solo". Bai trova questa definizione troppo indulgente, perché fa sembrare gli errori del presidente goffi e involontari, mentre per lui sono deliberati e sconsiderati. Per questo parla di un'economia dell'autogol: più Trump cerca di dominare i suoi avversari, più danneggia il resto del paese e la propria eredità politica.

In un sondaggio del New York Times pubblicato a metà settembre, solo il 14 per cento degli elettori e il 29 per cento dei repubblicani ha detto che l'economia va meglio di un anno fa. Bai ritiene possibile ma improbabile che Trump riesca a contenere le perdite alle midterm, le elezioni di metà mandato, come era riuscito a Biden nel 2022. Se dovesse perdere, secondo il giornalista, è probabile che provi comunque a contestarne i risultati.

La corsa tra i repubblicani per la successione a Trump, scrive Bai, è già cominciata e nei prossimi mesi sempre più parlamentari e governatori del partito prenderanno le distanze dai dazi e dalla guerra, per paura delle conseguenze nel 2028. Un primo segnale è arrivato a settembre, quando il senatore repubblicano dello Utah John Curtis ha chiesto un'indagine sui legami tra Donald Trump Jr. e l'oligarca russo che ha pagato il ricevimento dopo il suo matrimonio, su un'isola privata alle Bahamas.

Per Bai l'economia si può ancora sistemare, anche se a un prezzo alto, mentre la presidenza di Trump probabilmente no. A differenza di tutti gli altri presidenti dell'era moderna, conclude, Trump ha ottenuto esattamente l'economia che si merita.

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