A settembre la paga oraria media dei dipendenti del settore privato non agricolo negli Stati Uniti è aumentata di soli 5 centesimi, arrivando a 37,81 dollari al lordo delle tasse: un incremento di circa lo 0,13%. Nello stesso mese, la Federal Reserve di Cleveland stima che i prezzi al consumo siano saliti dello 0,53%, ovvero 4 volte più rapidamente. Se la previsione sarà confermata, la paga oraria media avrà perso circa lo 0,4% del proprio potere d'acquisto in un solo mese.
Partendo da questi numeri, Brett Arends, editorialista di MarketWatch, sostiene che gli Stati Uniti del secondo mandato di Donald Trump comincino a somigliare sempre di più a quelli degli anni Settanta: un Paese con inflazione in crescita, salari reali in calo, in preda alla crisi energetica, conflitti internazionali ed una guerra che, nella sua lettura, il Paese sta perdendo, con un presidente divisivo e sempre più impopolare.
Il rapporto sull'occupazione diffuso venerdì 2 ottobre mostra che la creazione di posti di lavoro ha rallentato bruscamente: a settembre sono stati creati solo 29.000 nuovi posti di lavoro, meno di un terzo di quelli attesi dagli economisti, mentre la disoccupazione è salita dal 4,1% al 4,2%. La paga oraria media è cresciuta del 3% in un anno, di fronte a un'inflazione che la Fed di Cleveland stima ora pari al 3,6%.
Secondo i calcoli riportati da Arends, l'inflazione avrebbe così cancellato i guadagni degli ultimi due anni, riportando il valore reale della paga oraria ai livelli dell'autunno 2024. Il divario mensile può sembrare modesto, osserva l'editorialista, ma nel tempo si accumula ed erode sempre di più il tenore di vita: per fare un paragone, complessivamente negli anni Settanta i salari reali medi diminuirono del 7%.
Per Arends, la causa principale della perdita di potere d'acquisto è la crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran che la Casa Bianca non riesce più a fermare. Il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz, scrive, rappresenta un'umiliazione paragonabile a quella delle due crisi petrolifere degli anni Settanta, mentre l'impennata dei prezzi del gasolio finirà per far rincarare anche beni di prima necessità e servizi. L'aumento mensile dei prezzi stimato dalla Federal Reserve di Cleveland per il solo mese di settembre corrisponderebbe, se proseguisse per dodici mesi, a un'inflazione di circa il 6,5% annuo. I dati ufficiali sull'inflazione e sui salari reali del mese di settembre saranno pubblicati il 14 ottobre.
Arends ritiene, però, anche che le statistiche ufficiali sottostimino l'aumento del costo della vita per le famiglie. È una tesi sostenuta anche da Eugene Ludwig, che negli anni Novanta ha guidato l'Office of the Comptroller of the Currency, l'autorità federale di vigilanza sulle banche con licenza nazionale, e che ha elaborato un indice alternativo del costo della vita. L'editorialista suggerisce che anche questo scarto possa contribuire a spiegare perché la maggioranza degli americani, repubblicani compresi, sia insoddisfatta dell'economia.
La Casa Bianca è di opinione opposta
L'Amministrazione Trump ha dato una lettura del tutto opposta del rapporto. La vicesegretaria stampa Taylor Rogers ha rivendicato i 9.000 nuovi posti nel settore manifatturiero e altri 12.300 posti, da lei attribuiti alla costruzione di fabbriche, come la "prova che l'agenda di reindustrializzazione del presidente Trump funziona". Il secondo dato riguarda però le imprese specializzate nei lavori di costruzione non residenziale, una categoria più ampia che comprende anche attività diverse dalla costruzione di stabilimenti industriali.
Il direttore del National Economic Council, Kevin Hassett, ha aggiunto che i dati della settimana "dimostrano che la Trumponomics sta funzionando davvero". Più cauta è invece la valutazione dell'economista Mohamed El-Erian, secondo cui la domanda di lavoro è "debole su tutta la linea".
Il rapporto sul lavoro contiene anche un dato meno discusso: nell'arco di un anno gli occupati classificati come native born sono diminuiti di quasi un milione, mentre quelli immigrati sono aumentati di circa mezzo milione. La prima categoria comprende chi è nato negli Stati Uniti o nei loro territori, ma anche chi è nato all'estero con almeno un genitore cittadino americano. Arends interpreta questa dinamica come un segnale che "la grande guerra agli immigrati" non stia funzionando. Torsten Sløk, capo economista di Apollo, osserva invece che le restrizioni all'immigrazione e i pensionamenti hanno ridotto da 200.000 a quasi zero il numero di nuovi posti mensili necessario a mantenere stabile il tasso di disoccupazione.
