A dieci giorni dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, gli elettori americani che non hanno ancora deciso per chi votare sono pochi, si preoccupano soprattutto dei prezzi e in grande maggioranza bocciano il presidente. Molti di loro, nel 2024, avevano votato per Donald Trump. È il quadro che emerge da un'analisi di G. Elliott Morris, analista di dati elettorali e autore della newsletter Strength In Numbers, che ha messo insieme gli ultimi quattro sondaggi realizzati con l'istituto Verasight.
Il campione è piccolo: 391 elettori registrati che, alla domanda su quale partito voteranno per la Camera, rispondono "non so" anche dopo che viene chiesto loro verso chi propendono. A seconda del sondaggio, gli indecisi sono tra il 5 e il 10% degli elettori. Nei tradizionali exit poll, i sondaggi fatti all'uscita dai seggi, la quota di chi dice di aver deciso nell'ultima settimana è più alta, tra il 15 e il 20% nel 2022 e nel 2024. Secondo Morris però quel dato è probabilmente sovrastimato per il modo in cui gli exit poll scelgono gli intervistati il giorno del voto. Nel 2025 in Virginia solo il 5% degli elettori ha detto di essere indeciso a The Voter Poll, una nuova versione dell'exit poll che si basa in gran parte su interviste fatte prima delle elezioni.
Gli indecisi danno più peso all'economia rispetto a chi ha già scelto. Il 45% indica i prezzi e l'inflazione come il problema più importante del paese e un altro 18% il lavoro e l'economia. In tutto fanno il 63%, contro il 48% tra gli elettori che hanno già deciso se e per chi votare. Su quasi tutti i temi, l'ordine delle priorità degli indecisi assomiglia più a quello di chi voterà per i democratici che a quello di chi voterà per i repubblicani.
Il giudizio sul presidente è molto negativo. Il 69% degli indecisi disapprova il suo operato e solo il 14% lo approva. Sui prezzi la distanza è ancora più ampia: 77% di giudizi negativi contro l'8% di positivi. Se si escludono quelli che non hanno un'opinione su Trump, meno di un indeciso su dieci approva il modo in cui sta gestendo l'inflazione. Per Morris, se questi elettori si stanno interessando alla campagna solo adesso e mettono i prezzi in cima alle priorità, il giudizio sul presidente in questo campo rischia di essere decisivo.
Circa sei indecisi su dieci hanno votato nel 2024, secondo i dati che Verasight ha registrato quando sono entrati nel suo panel di intervistati. Tra quelli che avevano scelto uno dei due candidati principali, gli elettori di Trump sono quasi il doppio di quelli di Kamala Harris: il 28% degli indecisi ha votato Trump e il 15% Harris. Il resto non ha votato (38%) oppure ha scelto un candidato minore (18%). Gli indecisi che avevano votato Trump gli danno ora un saldo tra approvazione e disapprovazione di meno 31 punti, un po' peggio del meno 25 che registra tra tutti gli elettori registrati. Sui prezzi il saldo scende a meno 59. Molti di loro sono giovani, la fascia d'età che si è allontanata di più dai repubblicani.
Gli indecisi sono anche in gran parte elettori poco informati, lo stesso gruppo che aveva contribuito alla vittoria di Trump nel 2024 e che ora gli si è rivoltato contro più degli altri. Nel sondaggio di ottobre il 63% degli indecisi ha sbagliato almeno una di due domande semplici su quale partito controlla il Congresso, contro meno di un elettore su quattro tra chi ha già scelto un partito. Secondo Morris questi elettori reagiscono soprattutto a due cose: i prezzi e l'impressione generale su come va il paese.
Il messaggio con cui il presidente chiude la campagna parla poco di entrambe. Nei comizi delle ultime settimane Trump si è concentrato sul presunto estremismo dei candidati democratici e ha preso di mira con toni islamofobi Abdul El-Sayed, il candidato democratico al Senato in Michigan, storpiandone il nome. Secondo Morris questi attacchi possono funzionare con la base repubblicana ma non toccano i temi che interessano agli indecisi. Anche gli spot repubblicani evitano quasi sempre di parlare bene della presidenza, mentre i democratici insistono sui dazi. Per Morris l'esito è in gran parte già scritto e quel poco che può ancora cambiare dipende da elettori poco informati che giudicano soprattutto i risultati di chi governa, una condizione sfavorevole per i repubblicani.
Negli Stati Uniti si può votare prima del giorno delle elezioni, di persona in seggi aperti per giorni o settimane oppure per posta. Quest'anno lo farà ben più della metà degli americani, forse fino al 70%. Secondo Morris il dato diventa davvero significativo a una settimana dal voto, quando il numero di chi ha già votato è abbastanza alto da dire qualcosa sul risultato finale. Per ora, in tutti gli Stati, i democratici stanno votando in anticipo più dei repubblicani e con margini più ampi rispetto al 2022 e al 2024. Vale per i totali aggregati, per le correlazioni a livello di sezione elettorale e per la quota di chi aveva già votato in anticipo in passato ed è tornato a farlo.
In North Carolina, dove gli elettori si registrano indicando un partito, i democratici hanno espresso il 70% dei voti anticipati dei due partiti, la quota più sbilanciata a questo punto della campagna almeno dal 2006, come FocusAmerica aveva raccontato nei giorni scorsi. Il dato più indicativo riguarda gli elettori poco assidui, quelli che hanno votato solo in una delle due elezioni precedenti o in nessuna. Chi ha votato sia nel 2022 sia nel 2024 quasi certamente voterà di nuovo, mentre per gli elettori occasionali non è scontato: se tra loro c'è un forte vantaggio di un partito, significa che l'entusiasmo si sta trasformando in voti. Tra gli elettori occasionali che hanno già votato in North Carolina, i democratici sono avanti di 26 punti per registrazione di partito. Nel 2024 erano i repubblicani a essere avanti di 3 punti.
I repubblicani tendono a votare il giorno delle elezioni più dei democratici, quindi la composizione del voto anticipato non coincide mai con quella dell'elettorato finale. Secondo Morris però, anche se nei prossimi giorni si verificasse uno spostamento grande come quelli del 2018, del 2020, del 2022 o del 2024, i democratici avrebbero comunque la quota di votanti più alta in North Carolina almeno dal 2016. Per tornare alle composizioni dell'elettorato degli anni passati, i repubblicani dovrebbero mettere in piedi la mobilitazione per il giorno del voto più efficace della storia recente, senza che finora se ne veda alcun segnale. Morris lo ritiene possibile ma improbabile. Anche in Georgia l'affluenza dei repubblicani è più bassa del previsto, soprattutto tra gli elettori occasionali.
In tutti gli Stati, chi ha votato in anticipo è circa 10 punti più democratico rispetto al 2024. Secondo i calcoli di Morris e di altri analisti, questo porterebbe a un elettorato che a livello nazionale, una volta contati tutti i voti, sarebbe di circa 3 punti a favore di Harris se si guarda a come aveva votato nel 2024, con un margine di errore di qualche punto. A questo vanno aggiunti i repubblicani che voteranno per i candidati democratici e il vantaggio dei democratici tra gli indipendenti e chi non è registrato con alcun partito. Nell'ultimo sondaggio di Strength In Numbers e Verasight i democratici sono avanti di 10 punti tra gli elettori registrati e di 12 tra quelli considerati più probabili votanti, il vantaggio più ampio finora.
Morris ricorda che il voto anticipato da solo non basta a prevedere il risultato e va letto insieme agli altri indicatori, che per ora non mostrano nulla in controtendenza. Secondo il modello di FiftyPlusOne, il progetto di previsioni elettorali a cui collabora, i democratici hanno ottime probabilità di conquistare la Camera. Al Senato i repubblicani sono in svantaggio, ma basterebbe un errore dei sondaggi di dimensioni normali per permettere loro di mantenere la maggioranza.
