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I repubblicani non nominano quasi mai Trump negli spot per le midterm
Joyce N. Boghosian, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA
Elezioni 8 min di lettura

I repubblicani non nominano quasi mai Trump negli spot per le midterm

Meno di un dollaro su cento della spesa repubblicana in spot tv cita il presidente. I democratici ne spendono 20 su 100 per legare gli avversari a Trump, che nelle primarie era ovunque.

Meno di un dollaro su cento della spesa repubblicana in pubblicità televisiva per la Camera e il Senato è andato a spot che nominano il presidente Donald Trump. Il dato riguarda il periodo dal 9 settembre al 17 ottobre, cioè buona parte dell'ultimo tratto di campagna prima delle midterm, ed emerge da un'analisi del New York Times sugli spot trasmessi in televisione e sulle piattaforme di streaming. Il giornale ha usato i dati e le trascrizioni di AdImpact, una società che monitora la pubblicità politica (le trascrizioni sono fatte con l'intelligenza artificiale).

Nei comizi in giro per il paese il presidente chiede agli elettori di "fare finta che io sia sulla scheda". Negli spot il suo partito fa l'opposto. Il tasso di approvazione di Trump è nettamente negativo e questo mette in difficoltà i repubblicani nelle sfide in bilico che decideranno il controllo del Congresso. "Quando l'approvazione del presidente è tra il 30 e il 40 per cento, di solito non è d'aiuto per una campagna che deve arrivare al 50 per cento dei voti", ha detto al New York Times Whit Ayres, sondaggista e stratega repubblicano.

I democratici seguono la strategia contraria. Nello stesso periodo hanno speso 20 dollari su 100 in spot che citano il presidente, attaccandolo sulla guerra con l'Iran, sui dazi, sui tagli alla spesa sanitaria e sulla gestione dei documenti del caso Epstein. Molti altri spot democratici non lo nominano ma criticano le sue politiche. I repubblicani cercano di prendere le distanze da un'agenda impopolare, mentre i democratici provano a legarli a quella stessa agenda.

Midterm 2026 · Spot elettorali

I repubblicani non nominano Trump negli spot, i democratici sì

Spesa in spot televisivi e in streaming per Camera e Senato dal 9 settembre al 17 ottobre. I repubblicani hanno speso di più, ma meno di un dollaro su cento è andato a spot che citano il presidente. I democratici ne hanno spesi circa 120 milioni.

Spot che nominano Trump Altri spot
Repubblicani
<1% 830 mln $
Democratici
20% 590 mln $
Fonte Analisi del New York Times su dati e trascrizioni di AdImpact. Spot televisivi e in streaming trasmessi tra il 9 settembre e il 17 ottobre 2026. La lunghezza delle barre è proporzionale alla spesa totale; in arancione la quota spesa in spot che contengono la parola "Trump".

Durante le primarie era tutto diverso. I candidati repubblicani, che volevano conquistare la base del partito e dimostrare la propria fedeltà al presidente, avevano speso 55 dollari su 100 in spot che lo citavano. Il nome di Trump compariva in più della metà dei passaggi televisivi e in streaming degli spot repubblicani, mentre nella campagna per le elezioni generali compare in appena 3 passaggi su 100. Anche i democratici avevano puntato molto su Trump nelle loro primarie, spesso giocate su chi si sarebbe opposto al presidente con più forza: circa 50 dollari su 100 spesi per la Camera e il Senato erano andati a spot che lo nominavano.

"Gli elettori danno la colpa a quello che hanno fatto per le difficoltà che stanno vivendo, quindi i repubblicani non vogliono prendersene la responsabilità", ha detto al New York Times Jesse Ferguson, stratega democratico. "Ma non puoi appiccare l'incendio e poi prenderti il merito di aver chiamato i pompieri". Secondo Ferguson ai repubblicani "serve una macchina del tempo, non uno spot".

I candidati repubblicani al Senato negli Stati in bilico e i gruppi che li sostengono hanno quasi sempre evitato di nominare Trump. Quando lo fanno, spesso è per marcare una differenza. Il senatore Dan Sullivan, che in Alaska rischia di perdere il seggio, ha ricordato in uno spot del 7 ottobre di aver "votato per costringere il Dipartimento della Giustizia di Trump a pubblicare i documenti su Epstein".

Altri hanno scelto una strada più indiretta. In Michigan l'ex deputato Mike Rogers, candidato repubblicano al Senato, ha preso le distanze dalla guerra commerciale del presidente con il Canada in uno spot andato in onda per la prima volta il 10 ottobre. "Il Canada non è nostro nemico. Dobbiamo mettere fine subito a questa guerra dei dazi. Da senatore del Michigan porterò i due partiti a lavorare insieme per abbassare i vostri prezzi", ha detto Rogers.

I democratici hanno concentrato la spesa per gli spot contro Trump negli Stati che il presidente ha perso nel 2024 o che ha vinto di poco, tra cui Maine, Georgia, Michigan e New Hampshire. In Georgia uno spot dei gruppi che sostengono il senatore democratico Jon Ossoff mostra una donna a un distributore di benzina che accusa lo sfidante repubblicano Mike Collins di stare dalla parte di Trump e lo incolpa dell'aumento dei prezzi del carburante causato dalla guerra con l'Iran.

Anche dove il presidente è più forte i due partiti hanno cambiato tono. In Iowa, che Trump ha vinto tre volte di fila, il candidato democratico al Senato Josh Turek ha cominciato ad agosto a trasmettere uno spot in cui promette di lavorare con chiunque, "anche con il presidente Trump", per sistemare un "sistema dell'immigrazione che non funziona" e "mettere in sicurezza il confine". La sua avversaria, la deputata repubblicana Ashley Hinson, l'anno scorso aveva detto di candidarsi per essere "il principale alleato" di Trump al Senato. Oggi sostiene di poter far approvare leggi chiunque sia alla Casa Bianca. "Lavorare con l'altro schieramento non è sempre facile, ma è così che si ottengono risultati", dice in uno spot in cui cita sia il presidente sia i democratici.

Se i candidati repubblicani tengono Trump ai margini, la sua amministrazione lo ha invece messo al centro di alcuni spot televisivi pagati con soldi pubblici. La settimana scorsa un giudice ha ordinato di ritirarli.

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