Lo scontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky ha messo in luce quanto l'Ucraina dipenda ancora dagli Stati Uniti, anche dopo la fine delle nuove forniture gratuite di armi. In una sola settimana il presidente americano ha attaccato il leader ucraino, sospeso le sanzioni sul gasolio russo e chiesto che Kyiv scelga un nuovo presidente. Zelensky ha risposto annunciando la ripresa degli attacchi contro le raffinerie russe. Secondo gli analisti interpellati dal New York Times, una rottura definitiva tra i due leader, però, favorirebbe soltanto Mosca. "È una situazione in cui perdono tutti", ha detto al quotidiano Balazs Jarabik, ex diplomatico dell'Unione Europea a Kyiv e oggi analista della società di consulenza R. Politik.
Lo scenario peggiore per l'Ucraina sarebbe indubbiamente l'interruzione dell'assistenza del Pentagono. Le Forze Armate ucraine dipendono dagli Stati Uniti per tre risorse che, al momento, nessun altro alleato può sostituire pienamente. La prima è Starshield, il servizio militare di SpaceX che utilizza la rete satellitare Starlink per le comunicazioni, finanziato dal Pentagono e fondamentale per mantenere collegati i reparti al fronte. La seconda è l'intelligence, che consente di individuare i lanci di missili e aiuta a selezionare i bersagli degli attacchi a media distanza. La terza comprende alcune forniture di armi statunitensi acquistate con i fondi degli alleati: ricambi per gli F-16, missili antiradar e, soprattutto, intercettori Patriot, essenziali per contrastare i missili balistici russi.
Questa settimana alcuni episodi hanno mostrato quanto siano vulnerabili queste forme di assistenza. Le autorità ucraine hanno denunciato l'assenza di un preavviso dei partner per l'attacco missilistico di martedì 13 ottobre. Secondo fonti citate da CBS News, il sistema americano di allerta sembrava invece nuovamente tornato operativo durante l'attacco di mercoledì. I funzionari statunitensi hanno attribuito il mancato avviso precedente a un guasto del sistema di rilevamento causato dal maltempo, una spiegazione che gli interlocutori ucraini hanno respinto come poco credibile. Ad ogni modo, lo stesso Trump ha ribadito che Washington continua a condividere informazioni con Kyiv.
Nico Lange, ex funzionario del Ministero della Difesa tedesco e oggi ricercatore della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, ha spiegato che, almeno al momento, l'intelligence europea non è in grado di sostituire quella americana, capace di segnalare in anticipo i lanci di missili cruise dalle navi nel Mar Nero e gli attacchi balistici. Senza preavviso e senza Patriot, ha avvertito, la Russia potrebbe colpire impunemente.
Gli intercettori Patriot rappresentano uno dei punti più critici. Solomiia Bobrovska, componente della Commissione Difesa del Parlamento ucraino e vicecapo della delegazione di Kyiv presso la NATO, ha detto al Times di temere che Washington interrompa le forniture. Le scorte mondiali si sono assottigliate, soprattutto a causa della guerra con l'Iran, ma l'Ucraina ne riceve ancora un piccolo quantitativo ogni mese.
La situazione, però, potrebbe essere ancora più grave. Il 15 ottobre la CNN ha riferito, citando una fonte a conoscenza della situazione, che l'Ucraina aveva esaurito tutti gli intercettori Patriot a sua disposizione. Secondo la stessa fonte, quasi tutti i missili balistici dell'ultimo attacco erano riusciti a superare le difese proprio per la mancanza delle munizioni necessarie ad abbatterli. Bobrovska ritiene necessario cercare alternative all'assistenza americana, ma esclude che l'Ucraina smetterà di combattere in ogni caso: parlare di pace o di capitolazione, ha detto, "non è affatto un'opzione".
Starshield, il collegamento essenziale per il fronte
Un altro segnale è arrivato dalle comunicazioni satellitari. La mattina del 14 ottobre il comando ucraino ha segnalato che i droni dotati di terminali abilitati a Starshield avevano iniziato a prendere il collegamento oltre i 160 km/h. Secondo un'analisi del sito russo indipendente Meduza, la soglia è cambiata nelle ore successive: alcuni velivoli hanno iniziato a perdere il segnale già a 60 km/h, prima che il limite tornasse a salire. Mykhailo Fedorov, ex Ministro della Difesa ucraino, ha poi annunciato che il collegamento era nuovamente disponibile fino a 160 km/h, chiedendo però di eliminare del tutto le restrizioni di velocità.
Il Pentagono non ha spiegato pubblicamente le ragioni di questa scelta. Ma per capire la preoccupazione di Kyiv bisogna considerare il ruolo della rete nelle operazioni militari. Secondo Meduza, Starlink e Starshield sono diventati l'ossatura del sistema di comando ucraino: consentono ai reparti di fanteria, compresi quelli di fatto accerchiati, di comunicare e mantengono collegati i comandi a ogni livello.
Sopra il fronte, droni equipaggiati con terminali satellitari fungono da ripetitori per altri velivoli e per i mezzi robotizzati terrestri, ormai indispensabili per i rifornimenti. Questi ultimi operano spesso fuori dalla portata diretta delle antenne a terra: per guidarli servono quindi ripetitori in volo oppure terminali satellitari installati sui mezzi stessi. La rete permette inoltre di controllare droni che colpiscono il trasporto militare russo tra 50 e 150 km oltre il fronte, nei territori illegalmente occupati, per esempio lungo la strada che costeggia il mare d'Azov e conduce in Crimea.
Le conseguenze delle restrizioni imposte cambiano a seconda della soglia imposta. Con un limite di 160 km/h, spiega Meduza, diventa molto difficile attaccare bersagli in movimento, come i camion nelle retrovie, perché i droni d'attacco volano normalmente a velocità superiori. In alcuni casi è possibile adattarsi usando ripetitori più lenti. La stessa soglia impedisce però di utilizzare il collegamento satellitare sui droni intercettori che, per inseguire i velivoli russi a reazione, devono raggiungere velocità ben maggiori.
Un eventuale limite di 60-80 km/h comprometterebbe invece l'intera rete di droni al fronte, compresi i grandi multicotteri da bombardamento che i soldati chiamano Baba Jaga. Per mantenere operativi i mezzi robotizzati terrestri bisognerebbe dotare ciascuno di un terminale, con un forte aumento dei costi. Si dovrebbe inoltre rinunciare a gran parte degli attacchi a lunga distanza condotti con i piccoli droni FPV, pilotati attraverso le immagini trasmesse da una telecamera di bordo e spesso dipendenti dai ripetitori aerei. Un'interruzione totale del servizio, che Meduza considera improbabile ma possibile, priverebbe del tutto l'esercito ucraino della rete su cui poggia il suo sistema di comando.
Secondo l'analisi, oggi non esiste un'alternativa fuori dal controllo americano capace di sostituire questi servizi sulla stessa scala. OneWeb, la costellazione del gruppo francese Eutelsat, conta circa 600 satelliti. La società che l'ha sviluppata ha attraversato una procedura fallimentare nel 2020, prima di essere salvata. Eutelsat partecipa anche a IRIS², il progetto europeo di comunicazioni satellitari previsto per il prossimo decennio. Meduza ritiene che anche questo sistema avrà una capacità inferiore a quella di Starlink e che le reti cinesi Guowang e Qianfan potrebbero diventare accessibili ai militari russi ben prima che IRIS² possa esserlo per quelli ucraini.
L'esercito russo ha comunque dimostrato di poter continuare a operare anche dopo aver perso l'accesso a Starlink. All'inizio del 2026 SpaceX ha disattivato in Ucraina i terminali non registrati presso il Ministero della Difesa di Kyiv, nell'ambito di un accordo che, secondo i media, era stato negoziato dallo stesso Fedorov, allora Ministro. I reparti russi che usavano terminali ottenuti di contrabbando hanno così perso il collegamento da un giorno all'altro, ma in pochi mesi hanno costruito un'alternativa basata sulle reti mesh, nelle quali ogni nodo ritrasmette il segnale agli altri.
È una soluzione meno efficiente di quella ucraina, spiega Meduza: i ripetitori sono distribuiti in modo disomogeneo, gran parte delle apparecchiature proviene da volontari e le antenne a terra possono essere individuate e colpite. In caso di interruzione totale dei servizi satellitari, però, potrebbe diventare un'opzione anche per Kyiv.
Le pressioni di Trump e i dubbi al Congresso
L'industria della difesa sviluppata dall'Ucraina negli ultimi anni offre oggi a Kyiv un maggiore margine per opporsi alle richieste della Casa Bianca. Da quando Washington ha puntato sulla vendita di armi destinate all'Ucraina e finanziate anche dagli alleati europei, il Paese ha aumentato sensibilmente la produzione nazionale, attenuando l'impatto delle pressioni americane.
"Il potere di pressione che Trump può ancora esercitare negando qualcosa all'Ucraina è molto limitato", ha detto Lange al New York Times. "C'è ancora l'impressione, forse anche in Trump, che l'Ucraina perderebbe la guerra se gli Stati Uniti non potessero più aiutarla. Ma non è vero". Al Congresso, intanto, lo scontro preoccupa anche una parte dei repubblicani. Nove senatori, guidati dalla democratica Jeanne Shaheen e dal repubblicano Thom Tillis, che aveva già sollecitato un'indagine, hanno chiesto all'ispettore generale del Pentagono di accertare se funzionari americani abbiano ordinato, autorizzato o conosciuto in anticipo le modifiche ai servizi Starlink e Starshield e alla condivisione dell'intelligence con Kyiv. Tra i firmatari figurano altri tre senatori repubblicani: Susan Collins, John Cornyn e Lisa Murkowski.
I senatori chiedono anche di chiarire se i disservizi abbiano impedito al personale americano presente in Ucraina di raggiungere in tempo i rifugi durante gli attacchi russi. Entro il 1° novembre, due giorni prima delle elezioni, vogliono una conferma scritta dell'avvio dell'indagine e un primo aggiornamento. Shaheen ha ricordato che la legge impone al Pentagono di informare il Congresso in caso di sospensione o riduzione delle informazioni fornite all'Ucraina.
