A un mese dalle elezioni di metà mandato il modello di Focus America dà ai democratici 95 possibilità su 100 di conquistare la Camera e 69 su 100 di prendersi il Senato. Sono i numeri da cui è partita la diretta di ieri sera alle 21, dedicata poi all’approvazione di Donald Trump, a una scheda elettorale americana vista da vicino e, Stato per Stato, alle corse per il Senato e per i governatori.
Le dirette proseguono ogni domenica alle 21 fino al voto del 3 novembre, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento è dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.
Il modello e il generic ballot
Lorenzo Ruffino ha spiegato che per il nostro modello la vittoria democratica alla Camera è ormai estremamente probabile, con una media di 236 seggi, 18 sopra la maggioranza. Il salto dipende dal generic ballot, la domanda dei sondaggi su quale partito si voterà per la Camera, dove il vantaggio democratico è passato da 5,5 a 7,5 punti dopo essere rimasto stabile da febbraio ad agosto. Al Senato le probabilità sono più basse ma comunque alte. Il 31% dei repubblicani non va però sottovalutato, perché nel 2016 Trump aveva più o meno le stesse possibilità di vincere le presidenziali. Ai repubblicani basta arrivare a 50 seggi, visto che in caso di parità decide il vicepresidente JD Vance, mentre i democratici devono arrivare almeno a 51, sempre che John Fetterman non cambi partito dopo il voto (un’ipotesi che Ruffino considera poco probabile).
Gli altri modelli sono in linea con il nostro, tranne Decision Desk HQ che è più prudente sui democratici. Davide Cocuzzi ha aggiunto che lo spostamento si vede anche dall’attenzione dei sondaggisti, passati dal Texas, dalla North Carolina, dalla Georgia e dall’Ohio al Kansas e al Nebraska.
Un grafico mostrato in diretta mette ogni collegio della Camera in relazione con il margine di Trump nel 2024. I seggi democratici sono tutti al sicuro, mentre la partita si gioca in collegi vinti dal presidente: alcuni che aveva vinto di 10-20 punti oggi sono dati come probabilmente democratici e tutti quelli in bilico tranne uno erano stati vinti nettamente da lui. È anche il motivo per cui il presidente sta facendo campagna in Alabama e in Florida, dove in tempi normali non avrebbe bisogno di andare.
Alessandro Benedetto Carelli, collegato da Washington, ha detto che più che un clima nazionale ce ne sono due opposti. Tra i democratici c’è entusiasmo, con un sentimento di rivalsa dopo la sconfitta del 2024. Tra i repubblicani si è passati dalle copertine sulla nuova generazione di elettori giovani e ispanici a un presidente che tra i 18-24enni ha un net rating tra -30 e -40, mentre gli ispanici si stanno allontanando anche dal partito per effetto delle politiche migratorie.
Nella nostra media del generic ballot i democratici sono al 49,7% e i repubblicani al 42%, un vantaggio di 7,7 punti. Nel 2018 il voto finale fu di 8,6 punti a favore dei democratici, mentre oggi le medie di Nate Silver (+8,8) e di FiftyPlusOne (+8) sono più generose della nostra. Per Carelli quei numeri sono credibili, anzi gli sembrava strano il vantaggio di soli 4-5 punti dell’estate, mentre la crescita di settembre coincide con la convention di metà mandato di Trump a Dallas. Il ridisegno dei collegi voluto dai repubblicani era pensato per un’elezione decisa da 4-5 punti, ma un margine come quello attuale presuppone un’onda blu. L’unico precedente di un generic ballot molto sbagliato che gli viene in mente è il 2020, quando i democratici erano avanti di quasi sette punti nelle medie e finirono con una maggioranza di pochi seggi. Se finisse così, ha concluso, sarebbe un voto contro Trump più che a favore dei democratici, la cui popolarità resta bassa.
Cocuzzi ha spiegato perché i sondaggi sugli elettori probabili sono più favorevoli ai democratici di quelli sugli elettori registrati: la coalizione costruita da Trump è fatta soprattutto di colletti blu, meno coinvolti in questo tipo di elezione, mentre alle elezioni di metà mandato i più motivati sono quasi sempre gli elettori dell’opposizione. Ruffino ha poi quantificato il peso del ridisegno dei collegi. Per il modello un punto di generic ballot vale circa 6 seggi, mentre per avere la maggioranza ai democratici servono circa 3,2 punti di vantaggio nazionale, contro i 2 di prima del ridisegno. L’effetto si attenua man mano che il vantaggio cresce, perché oltre gli 8-9 punti si entra in collegi profondamente repubblicani che non cambiano partito facilmente.
L’approvazione di Trump e i primi repubblicani che si smarcano
Nella nostra media l’approvazione del presidente è al 36,1% e la disapprovazione al 61,6%, con un net rating di -25,5 punti, il minimo di questo mandato, 1,3 punti in meno in una settimana. Cocuzzi, che lo ha scritto nel suo aggiornamento della domenica, ha detto che dopo aver toccato il fondo adesso si sta scavando sotto. Il minimo del mandato è passato da -15 a -25, con parecchi sondaggi sotto -30. Alla stessa distanza dall’insediamento Joe Biden era a -10,3 e Trump nel primo mandato a -10. Il problema, ha aggiunto, è che dopo le elezioni di metà mandato la popolarità di un presidente di solito cala ancora.
Alla domanda su dove il presidente perda di più, Cocuzzi ha risposto che non c’è un tema su cui abbia un’approvazione positiva. Va un po’ meglio su sicurezza e immigrazione, mentre su inflazione, energia, politica estera e data center si arriva tranquillamente a -30 o -40.
Carelli vede le prime crepe tra i repubblicani. Oltre ai soliti nomi come Susan Collins, che in un’intervista a Politico ha detto di non volere né Trump né Vance in campagna in Maine, ha citato Ashley Hinson in Iowa e, alla Camera, Maria Elvira Salazar e Brian Fitzpatrick. In Texas il New York Times ha pubblicato una registrazione in cui Ken Paxton dice a un gruppo di donatori che dopo la convention di Dallas “i numeri di tutti sono calati”. L’approvazione del presidente tra i repubblicani resta comunque tra l’80 e l’85%.
Ruffino ha precisato che il modello non usa direttamente l’approvazione del presidente, che però è strettamente legata al voto per la Camera. In un’analisi in uscita misuriamo il legame tra il calo della popolarità e la crescita dei democratici nel generic ballot, un po’ più debole che nel 2018 ma comunque forte.
Com’è fatta una scheda elettorale americana
Daniele Angrisani, che è cittadino americano e vota dall’estero, ha mostrato in un video la sua scheda elettorale, spedita a Milano dalla contea di King, nello Stato di Washington. Sulle due facciate ci sono 24 scelte (21 cariche da assegnare e 3 proposte di legge), dove il Congresso occupa un solo riquadro. Accanto ai nomi non c’è il partito ma il “partito preferito”, perché Washington usa le primarie top two, in cui a novembre passano i primi due anche se sono dello stesso partito. Ci sono poi le cariche apartitiche, dal perito che stima il valore delle case per la tassa sugli immobili fino al direttore delle elezioni, cioè chi organizza e conta questo stesso voto, oltre a 14 giudici, perché in molti Stati americani i magistrati si candidano invece di vincere un concorso. In 11 corse su 21 c’è un solo nome.
La prima proposta di legge abolirebbe la tassa del 9,9% sulla parte di reddito oltre il milione di dollari approvata a marzo dal Parlamento dello Stato, che dal 2028 sarebbe la prima imposta sui redditi personali dal 1933. Le altre due sono iniziative popolari sui diritti dei genitori nella scuola pubblica e sull’esclusione dalle squadre femminili degli studenti che definiscono biologicamente maschi. Dall’estero si può rimandare la scheda anche per email, come fa Angrisani, anche se la contea avverte che così il voto è meno segreto.
Maine, North Carolina e Georgia
Il giro degli Stati è partito dal Maine, dove Carelli ha vissuto quattro anni e che descrive come l’unico punto positivo per i repubblicani sulla costa est. Nel modello Troy Jackson è avanti di 1,2 punti su Collins, mentre i sondaggi del New York Times con Siena e di CBS con YouGov danno parità o un leggero vantaggio a Collins. Per Carelli pesano la cultura politica indipendente del Maine, che premia i candidati eretici come Collins, ma anche primarie democratiche turbolente. Jackson è stato scelto dopo il ritiro di Graham Platner e dopo aver perso le primarie per governatore contro Hannah Pingree, figlia della deputata Chellie Pingree: lei oggi è avanti in doppia cifra, lui resta in parità. La governatrice Janet Mills non gli ha ancora dato il suo appoggio, mentre la sinistra che aveva sostenuto Platner lo critica per la vicinanza ai super PAC.
In North Carolina Roy Cooper è avanti di 7,2 punti e per Carelli i repubblicani hanno staccato la spina. Michael Whatley, ex presidente del Comitato nazionale repubblicano, in un anno normale sarebbe un candidato decente, ma deve fare i conti con la popolarità di Cooper, ex governatore molto apprezzato, oltre che con l’impopolarità del presidente. Angrisani ha ricordato che dopo il censimento del 2030 la North Carolina potrebbe diventare uno Stato chiave per le presidenziali.
In Georgia Jon Ossoff è avanti di 9,5 punti, mentre per il governatore Keisha Lance Bottoms lo è di appena 2,2. Una vittoria così ampia, ha detto Carelli, proietterebbe Ossoff come possibile candidato nel 2028. Bottoms, ex sindaca di Atlanta e nel 2020 tra le possibili vice di Biden, paga la polarizzazione geografica dello Stato, con quartieri a +80 per i democratici e zone rurali a +80 per i repubblicani. Paga anche un fattore razziale che nel profondo sud esiste ancora, perché in media i candidati neri vanno peggio nelle zone rurali più repubblicane. Ma come dimostra Raphael Warnock, ha aggiunto, può vincere.
Il Midwest: Ohio, Iowa e Wisconsin
In Ohio Sherrod Brown è avanti di 4 punti su Jon Husted, nominato dal governatore al posto di Vance, mentre per il governatore Amy Acton è avanti di 3,8 su Vivek Ramaswamy. Per Cocuzzi a trainare è soprattutto Brown, senatore dello Stato dal 2007 al 2025 e sconfitto nel 2024 ma non per questo un candidato debole. Husted è l’uscente solo sulla carta, perché quel seggio non l’ha mai conquistato in un’elezione, mentre Brown ne ha vinte parecchie, l’ultima nel 2018.
In Iowa nessun democratico vince una corsa per il Senato dal 2008, eppure Josh Turek è avanti di 0,2 punti su Hinson, mentre per il governatore Rob Sand è avanti di 8. Cocuzzi ha ricordato che l’Iowa non è uno Stato storicamente repubblicano, visto che lo ha vinto due volte Barack Obama. La differenza tra le due corse la fanno i candidati. Alle primarie per il governatore Zach Lahn, il candidato della destra, ha battuto Randy Feenstra, il candidato dell’establishment sostenuto da Trump. Ora Lahn patisce il confronto con Sand, che ha un profilo istituzionale e centrista.
In Wisconsin, dove si vota solo per il governatore perché Tony Evers non si ricandida, il democratico David Crowley è avanti di 4,5 punti su Tom Tiffany, sostenuto da Trump. Qui è andata al contrario che in Iowa, perché alle primarie democratiche Crowley ha battuto Francesca Hong, candidata della sinistra progressista che secondo Cocuzzi avrebbe messo in seria difficoltà il partito. In uno Stato dove i repubblicani fanno fatica da anni la corsa gli sembra chiusa.
Texas, Alaska e Nevada
In Texas James Talarico è avanti di 2,8 punti su Paxton, mentre per il governatore un sondaggio del New York Times ha dato addirittura Gina Hinojosa avanti su Greg Abbott. Ruffino ha detto che Talarico va ormai considerato il favorito, perché su una cinquantina di sondaggi uno solo dà avanti Paxton, un candidato molto impopolare e pieno di scandali che il suo stesso partito aveva cercato di rimuovere dalla carica di procuratore generale. C’è però anche un problema per tutti i repubblicani dello Stato. Avevano costruito il loro consenso sulla lotta all’immigrazione, ma oggi il confine è stato di fatto chiuso, con metodi discutibili ma con il risultato promesso, così quel tema non funziona più. Devono fare campagna su altro, come i data center, su cui anche il Texas ha introdotto una moratoria.
Pesano anche i soldi. Secondo un’analisi di AdImpact gli spot repubblicani vanno in onda meno di quanto si pensi, perché la legge obbliga le televisioni a vendere alle campagne dei candidati gli spazi al prezzo più basso, mentre i super PAC pagano il prezzo pieno. Paxton raccoglie poco e dipende dai gruppi esterni, per cui i soldi repubblicani comprano molti meno spot di quelli della campagna di Talarico.
In Alaska Mary Peltola è avanti di 2,3 punti per il Senato e anche Jonathan Kreiss-Tomkins lo è per il governatore. Ruffino ha invitato alla cautela, perché l’Alaska è poco sondata, ha pochi abitanti sparsi in zone rurali con una composizione etnica diversa dal resto del paese. Vota inoltre con il voto di preferenza ordinato tra quattro candidati, dove Peltola è l’unica democratica contro tre repubblicani, dato che il secondo democratico qualificato si è ritirato per favorirla. Se nessuno supera il 50% al primo conteggio il risultato arriverà solo il 18 novembre.
In Nevada si vota per il governatore, con l’uscente repubblicano Joe Lombardo in parità con Aaron Ford. I sondaggi sono appena cinque e l’ultimo, di Emerson College a inizio settembre, dava Ford avanti di 2 punti con il 7-12% di indecisi. Lombardo è favorito ma non si sa di quanto, anche perché le corse per i governatori sono meno legate al clima nazionale. Se però l’onda blu è davvero forte come dicono i dati, anche per lui potrebbe essere difficile resistere.
Gli Stati che nessuno aveva in scaletta: South Carolina, Nebraska e Kansas
Angrisani ha introdotto l’ultimo blocco con un paragone: è come se un repubblicano fosse avanti nello Stato di Washington o in Oregon e rischiasse di perdere in Pennsylvania. In South Carolina si vota per il seggio di Lindsey Graham, morto a luglio. Darline Graham, che ha ottenuto la candidatura repubblicana, è avanti di appena 4 punti in uno Stato dove i repubblicani vincono in doppia cifra. Per Carelli è un miraggio già visto nel 2020, quando Lindsey Graham vinse di soli 10 punti su Jaime Harrison, per cui pensa che la corsa finirà tra i 5 e i 10 punti. Graham ha però mostrato delle debolezze in un dibattito delle primarie contro Ralph Norman, quando non ha saputo spiegare perché agli Stati Uniti interessi che la Cina non invada Taiwan. La visita di Trump per sostenerla dice che anche i repubblicani considerano la partita aperta.
In Nebraska i democratici sostengono l’indipendente Dan Osborn, che nel modello è indietro di 3,2 punti su Pete Ricketts con 25 possibilità su 100. Con pochi sondaggi indipendenti e molti interni, Cocuzzi ha detto di fidarsi più delle sue sensazioni che della media. Nel 2024, in un anno sfavorevole ai democratici, Osborn aveva preso il 46,5% perdendo di poco più di 6 punti con Deb Fischer. In un’elezione in cui la forza dei candidati conta molto, gli basterebbe migliorare di pochi punti.
In Kansas il vantaggio repubblicano per il Senato è di 1,5 punti, mentre per il governatore Ty Masterson è avanti di soli 2,8. Per Ruffino l’onda blu che colpisce soprattutto gli Stati repubblicani si somma a buoni candidati democratici quasi ovunque, mentre i repubblicani hanno candidati che non hanno mai dovuto fare una vera campagna, si erano legati moltissimo a Trump e ora affondano con lui. Il Kansas non elegge un senatore democratico da decenni, ma ha eletto due volte la governatrice Laura Kelly e nel 2022 ha bocciato con il 59% un emendamento contro l’aborto. I sondaggi vanno comunque presi con cautela, perché in Stati poco sondati gli istituti hanno meno dati per stimare l’affluenza.
Ruffino ha poi annunciato che la notte tra il 3 e il 4 novembre Focus America seguirà lo spoglio in diretta fino al mattino, con proiezioni e una pagina del sito per i risultati. Il podcast Midterm condotto da Raffaele Dirigolamo esce invece ogni lunedì all’ora di pranzo: dopo il Michigan, la puntata di oggi è dedicata al Maine con Carelli.
La sessione finale di Q&A
Alla domanda se i repubblicani possano mantenere almeno il Senato, Cocuzzi ha risposto che la vede molto difficile. Vorrebbe dire che di fatto hanno vinto le elezioni di metà mandato, un esito che oggi gli sembra improbabile.
A Carelli è stato chiesto se i sondaggi in Maine oscillino tra il clima favorevole ai democratici e il consenso personale di Collins. Per lui il Maine è indecifrabile, forse più dell’Iowa, anche perché è molto difficile da sondare: quando faceva campagna porta a porta per Angus King molti rispondevano semplicemente “indipendente” o non rispondevano affatto. Collins ha una popolarità personale importante e da presidente della commissione Bilancio del Senato può portare molti fondi federali nello Stato.
Un’altra domanda chiedeva se il voto per posta sia stato reso più difficile. Ad Angrisani non risulta, anche perché la Corte Suprema ha bloccato la riforma della Casa Bianca sul voto per posta e il SAVE America Act non è passato.
A Ruffino è stato chiesto dei sondaggi che danno ai democratici 10-14 punti di vantaggio nel generic ballot. Sono interessanti, ha risposto, ma bisogna guardare le medie, anche perché nel 2024 non tutti gli istituti con un buon rating hanno fatto bene. Alcuni ancora non pesano i campioni per il voto passato, una correzione che secondo il Pew Research Center migliora i risultati e la cui assenza porta a sottostimare i repubblicani. L’esempio è il sondaggio di Ann Selzer in Iowa nel 2024, un dato che noi avevamo giudicato non credibile e che, pesato come fanno gli altri istituti, sarebbe stato molto diverso.
Sul voto anticipato Angrisani ha rimandato all’aggiornamento della settimana prossima e alla nostra pagina. In chiusura ha ricordato che le probabilità del modello fanno dei democratici i favoriti, non i vincitori, perché in un mese può ancora succedere di tutto.
Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.
