A un mese dal voto i democratici sono avanti di circa 9 punti nella media dei sondaggi nazionali e il modello di Focus America dà loro 95 possibilità su 100 di conquistare la Camera e 69 su 100 di prendere il Senato. Per il presidente e il suo partito resta una strada per uscire bene dalle midterm del 3 novembre: che i sondaggi sbaglino molto e nella stessa direzione delle tre presidenziali con Trump in scheda. Nel 2016, nel 2020 e nel 2024 i sondaggi delle ultime tre settimane hanno sovrastimato i democratici in media di 3,8 punti, come ha ricordato Nate Silver. Un errore di quella taglia oggi non basterebbe a salvare la Camera, ma basterebbe a tenere il Senato. I meccanismi che lo producono sono noti e misurati da anni. Vale la pena capire da dove potrebbe venire.
La media del Silver Bulletin è a 9 punti di vantaggio democratico nel generic ballot, la domanda su quale partito si voterebbe alla Camera senza fare i nomi dei candidati. Sale a 9,6 con la correzione per i probabili votanti. I sondaggi del New York Times e del Siena College usciti il 3 ottobre danno i democratici avanti di 6 punti in Texas, di 7 in Alaska, di 3 in Ohio, alla pari in Kansas e indietro di un punto in Iowa. Rispetto alle presidenziali del 2024 sono spostamenti fra gli 11 e i 15 punti negli Stati vinti da Trump con più di 10 punti di margine, come mostrano i sondaggi statali raccolti dal nostro modello. Per Silver un'onda di questa ampiezza è nella regola delle midterm, non un'eccezione. Il problema non sta nella plausibilità dell'onda, ma nello strumento che la misura.
Nel 1997 il 36 per cento delle persone contattate dal Pew Research Center al telefono accettava l'intervista. Nel 2022 il sondaggio del New York Times e di Siena ha chiuso un'intervista ogni 250 chiamate, lo 0,4 per cento, cioè circa due ore di telefonate per ogni questionario completo. I panel online non vanno molto meglio. Quello di Pew, che recluta per posta e poi intervista via internet, ha un tasso di risposta complessivo intorno al 3 per cento. Quando risponde una persona su cento, chi risponde si è selezionato da solo. La domanda diventa se chi accetta di parlare con un sondaggista assomiglia a chi rifiuta. Su questo il Pew Research Center, che per anni aveva sostenuto il contrario, ora stima che i repubblicani siano diventati un po' meno propensi dei democratici a partecipare ai sondaggi, soprattutto negli anni delle presidenziali. Questa sarebbe la radice della sottostima di Trump nel 2016, nel 2020 e nel 2024.
La differenza è stata misurata. Uno studio del 2022 sui sondaggi telefonici del 2020 in dodici Stati, pubblicato su Public Opinion Quarterly, la rivista dell'associazione americana dei sondaggisti, ha trovato che i democratici accettavano l'intervista 3 punti più dei repubblicani e 6 punti più degli indipendenti, a parità di caratteristiche demografiche e di tipo di comunità. Pareggiare la propensione a rispondere avrebbe ridotto l'errore sul margine di 4 punti.
Nate Cohn, che dirige i sondaggi del New York Times, ha misurato lo stesso fenomeno sulle liste elettorali: nel 2020 i democratici bianchi registrati rispondevano il 20 per cento più spesso dei repubblicani bianchi, nei sondaggi per il Senato del 2022 il 28 per cento più spesso. In un collegio del Kansas quasi il 70 per cento più spesso. La correzione più ovvia, dare più peso ai repubblicani che si hanno in campione finché il loro numero non torna giusto, è quella che quasi tutti ormai applicano: i sondaggi nazionali pesati per partito o per voto passato erano il 22 per cento nel 2016 e quasi il 70 per cento nel 2024.
Pesare non basta se i repubblicani che rispondono non assomigliano a quelli che non rispondono. È la conclusione a cui è arrivata la task force dell'AAPOR, l'associazione dei sondaggisti, sull'errore del 2020, il più grande da 40 anni per il voto nazionale: i sondaggi pesati per partito e per voto del 2016 non erano in media più precisi di quelli pesati solo sulla demografia, perché i repubblicani in campione erano più tiepidi verso Trump dei repubblicani nella popolazione. Lo stesso report ha scritto che i risultati dei sondaggi "are increasingly as much a function of statistical adjustments" quanto dei dati raccolti.
La prova più pulita viene dall'American National Election Study, lo studio accademico di riferimento sul voto americano, che nel 2020 aveva un tasso di risposta del 37 per cento, dieci volte quello dei sondaggi commerciali. Dava comunque Joe Biden avanti di 11,2 punti contro i 4,5 reali. Gli autori hanno ricostruito che chi aveva votato Clinton nel 2016 aveva 4,2 punti di probabilità in più di rispondere rispetto a chi aveva votato Trump, a parità di tutte le variabili usate per pesare. Gli elettori di Trump abbandonavano anche più spesso l'intervista già iniziata. Ricalibrare il campione sul risultato del 2016 avrebbe spostato la stima da 11,1 a 10,2 punti: quasi nulla. Il New York Times ha deciso nel 2024 di tenere nel campione il 15 per cento di intervistati che riattaccano a metà questionario proprio per questo: fra loro Trump era avanti di 9 punti, fra chi arrivava in fondo di 3, con le stesse caratteristiche demografiche.
È qui che si inserisce il timore di Lakshya Jain, che cura i sondaggi del sito The Argument e il modello previsionale di Split Ticket. Il suo ultimo sondaggio dà i democratici avanti di 6 punti fra gli elettori registrati e di 9 fra i probabili votanti, in linea con le medie. Jain pesa ogni sottogruppo sul voto del 2024 ricostruito da Catalist, la società di dati vicina ai democratici. I bianchi senza laurea nel suo campione hanno votato Trump con 27 punti di margine, come nella realtà. Oggi quegli stessi intervistati si spostano di circa 10 punti verso i democratici. Nel podcast di Galen Druke ha spiegato che cosa non può correggere: se i bianchi senza laurea che non rispondono al sondaggio hanno votato Trump nella stessa proporzione ma non stanno cambiando idea, il campione avrà la giusta quota di elettori di Trump e la giusta demografia e sbaglierà lo stesso. "There is something buried in the fact that these people actually respond to polls that also makes them behave or swing differently", ha detto. Chi riattacca è arrabbiato con il presidente quanto chi risponde, ma non sta spostando il voto. Jain non si aspetta che vadano a votare a novembre. Se lo facessero, ha aggiunto, sarebbe chiaro dove il sondaggio ha sbagliato.
Il secondo meccanismo riguarda chi va a votare. Nelle midterm è quello decisivo. Nel 2024 ha votato il 64 per cento degli aventi diritto, nel 2022 il 46, nel 2018 il 50. Gli elettori che mancano ai sondaggi sono quelli meno coinvolti, con meno fiducia nelle istituzioni e meno istruiti. Dal 2016 votano in maggioranza repubblicano.
Nelle presidenziali questi elettori vanno a votare e i sondaggi li mancano. Nelle elezioni a bassa affluenza restano a casa. La loro assenza dal campione non produce errore. Per questo gli stessi sondaggi che hanno sottostimato Trump tre volte hanno avuto una distorsione quasi nulla nelle midterm del 2018 e del 2022 e hanno sottostimato i democratici nelle elezioni del 2025: in Virginia e in New Jersey l'errore medio è andato a favore dei repubblicani di 6 punti, in New Jersey di 9. Il report dell'AAPOR sul 2024 conclude che l'elettorato di metà mandato contiene molti meno elettori marginali e difficili da raggiungere e per questo è più prevedibile. La via di Trump passa quindi da una condizione precisa: che la sua coalizione a bassa propensione vada a votare senza di lui sulla scheda, come non ha fatto né nel 2018 né nel 2025.
Ci sono segnali che i sondaggisti stiano dando per scontato il contrario. Celinda Lake, sondaggista democratica di lungo corso, ha detto a Slate che i sondaggi di oggi presumono un'affluenza giovanile da record e una smobilitazione repubblicana. Entrambe potrebbero essere sovrastimate. Nel sondaggio di Jain gli elettori sotto i 30 anni si spostano di 11 punti verso i democratici fra i registrati e di 23 fra i probabili votanti, mentre gli over 65 si spostano di 3 e di 5: lo spostamento è più grande proprio nei gruppi la cui partecipazione a una midterm è meno certa.
Il filtro dei probabili votanti, che storicamente ha aiutato i repubblicani, quest'anno aiuta i democratici in quasi tutte le medie. I primi dati del voto per posta chiesto finora dicono poco: in Iowa e in Pennsylvania la quota di richieste democratiche è più alta che nel 2024, ma più bassa che allo stesso punto del 2022. Il voto postale è comunque più anziano e meno repubblicano dell'elettorato finale.
Il terzo meccanismo è la modellizzazione, perché un sondaggio oggi è per metà un modello. G. Elliott Morris, che pubblica sondaggi con Verasight, ha rifatto i pesi delle sue rilevazioni fra maggio e luglio con tre modi diversi, tutti difendibili, di contare democratici e repubblicani: il vantaggio democratico passava da 7,1 a 9,2 punti. Due punti di margine decisi a tavolino. La scelta più diffusa, pesare sul voto dichiarato alle presidenziali precedenti, tira il campione verso il risultato del 2024, cioè verso Trump avanti di un punto e mezzo. Nate Cohn aveva calcolato che questa tecnica avrebbe peggiorato i sondaggi in ogni presidenziale dal 2004 al 2020, perché ancora il sondaggio all'elezione precedente e fatica a vedere i cambiamenti.
Nel 2024 ha funzionato, perché l'elezione è stata quasi una replica. In un anno di onda rischia di comprimerla: Morris stima che senza il peso sul 2024 il suo generic ballot salirebbe di quasi 3 punti. Nel 2025 i sondaggisti che pesavano su elettorati del 2021 e del 2024 hanno sbagliato più degli altri. Sul fronte opposto, la task force dell'AAPOR avverte che il peso sul voto passato "can effectively hard-code past electoral composition into a poll" e perde di vista chi non aveva votato la volta prima. La modellizzazione, insomma, può sbagliare in entrambe le direzioni. L'unico errore con una direzione prevedibile è quello della non-risposta dentro il partito repubblicano.
Dove potrebbe concentrarsi lo dicono i precedenti. Patrick Ruffini, sondaggista repubblicano di Echelon Insights, ha contato 3.312 sondaggi per il Senato negli ultimi quattro cicli: il democratico è stato sovrastimato nel 73 per cento dei casi, in media di 3,7 punti, con un picco di 5,9 a fine luglio che scende a 2,6 il giorno del voto. Negli anni di midterm l'errore estivo si riassorbe, in quelli presidenziali no.
In Iowa, Michigan e Ohio, ha stimato Ruffini, il 93 per cento dei sondaggi fra il 2018 e il 2024 ha sovrastimato il democratico e a 33 giorni dal voto, cioè oggi, le medie sbagliavano di 6,6 punti negli anni di midterm. Secondo i dati di Echelon citati nel podcast di Druke, gli Stati dove è più difficile raggiungere i repubblicani più convinti sono Iowa, Indiana, Michigan, Ohio e Arizona, molto meno Texas e Florida, dove gli elettori a bassa propensione sono in gran parte non bianchi e stanno cambiando voto davvero. Jain concorda almeno in parte: se il suo sondaggio sbaglierà, ha detto, sarà per aver mancato i bianchi poco coinvolti e arrabbiati con Trump che non parlano con i sondaggisti. Il rischio è più alto in Iowa e in Ohio che in Texas.
Nelle midterm, poi, l'errore non è uniforme come nelle presidenziali. Nel 2022 la media nazionale era quasi esatta, ma in Florida i sondaggi hanno sottostimato Ron DeSantis di circa 9 punti e in Ohio il governatore Mike DeWine di 5, mentre in Washington, Colorado e Pennsylvania hanno sovrastimato i repubblicani. Silver nota che il modello del Silver Bulletin tratta le midterm come una via di mezzo fra un'oscillazione nazionale e una serie di sfide indipendenti. Gli errori del 2018 e del 2022 sono stati soprattutto regionali.
Lo scenario coerente con tutti questi dati non è una ripetizione del 2016 su scala nazionale, ma una media nazionale più o meno giusta e un errore di 3-5 punti concentrato negli Stati bianchi e poco istruiti del Midwest e delle pianure: Iowa, Ohio, Kansas, forse Alaska, dove i democratici sono oggi fra il pareggio e i 7 punti di vantaggio. Basterebbe a lasciare il Senato ai repubblicani, con la Camera che cambia comunque maggioranza. Ruffini vede già nei sondaggi di quest'anno il segnale che precedeva gli errori passati: nei collegi più favorevoli a Trump i democratici guadagnano circa 2 punti in più ogni 10 punti di margine del 2024.
Le obiezioni a questo scenario pesano quanto gli indizi. Le ultime due midterm non hanno avuto distorsione, anche se nel 2014 i sondaggi avevano sovrastimato i democratici di quasi 3 punti e di 4 alla Camera, quindi un errore del genere a metà mandato è già successo. Joel Wertheimer sostiene che un vantaggio democratico di 9 punti è esattamente quello che il gradimento netto di Trump, a meno 23, fa prevedere sulla base delle midterm passate. Morris, dal canto suo, ritiene più probabile che i sondaggi stiano sottostimando i democratici, perché il peso sul 2024 costa loro circa un punto.
Silver ricorda che la direzione dell'errore non si prevede dall'errore del ciclo precedente: dal 2008 i sondaggi hanno sbagliato quattro volte contro i repubblicani, una contro i democratici e quattro volte non hanno sbagliato affatto. Il suo modello, come il nostro, presume che le due direzioni siano ugualmente probabili. Quello che i dati permettono di dire è più stretto. La sottostima dei repubblicani non è un mistero ma un meccanismo preciso, i repubblicani che non rispondono sono diversi da quelli che rispondono e nessun peso lo corregge. Si trasforma in errore solo se quegli elettori votano. Nelle presidenziali con Trump lo hanno fatto tre volte su tre. Senza Trump in scheda, finora, no.
