Da luglio i democratici sono saliti di quasi due punti nella media nazionale dei sondaggi, mentre i repubblicani sono rimasti fermi. Nei sondaggi sui singoli stati, invece, a settembre non è cambiato quasi nulla. Lì il vantaggio democratico c'era già da mesi ed è distribuito in modo molto diseguale. È ampio negli stati vinti largamente da Donald Trump nel 2024, dove ci sono meno laureati e più elettori delle minoranze, ed è quasi nullo negli stati democratici più istruiti.
Il punto di partenza è il generic ballot, la domanda con cui i sondaggi chiedono quale partito si voterebbe alla Camera senza fare i nomi dei candidati. Nella media del modello di Focus America oggi i democratici sono al 49,3 per cento e i repubblicani al 41,8, con un vantaggio di 7,7 punti. L'11 luglio erano 47,5 a 41,9, cioè 5,1 punti di distanza. La quota repubblicana è rimasta praticamente identica per tre mesi. La crescita democratica quindi non toglie voti ai repubblicani: arriva da elettori che prima non indicavano nessuno dei due partiti.
I democratici crescono, i repubblicani sono fermi da luglio
Quota dei due partiti nella media nazionale del generic ballot, la domanda su quale partito si voterebbe alla Camera senza fare i nomi dei candidati. Da luglio i democratici sono saliti dal 47,5 al 49,3 per cento, i repubblicani sono rimasti al 41,8. I pallini chiari sono i singoli sondaggi, la riga tratteggiata segna oggi, a 31 giorni dal voto.
La media si ferma al 3 ottobre 2026: democratici 49,3, repubblicani 41,8.
Lo spostamento si è concentrato fra agosto e settembre. I sondaggi nazionali di agosto davano in media ai democratici 6 punti di vantaggio, quelli di settembre più di 8. Non dipende da quali istituti hanno pubblicato: dei 20 istituti che hanno fatto almeno un sondaggio sia prima sia dopo il 10 settembre, 15 hanno registrato un miglioramento democratico, con uno spostamento mediano di 1,3 punti.
Nel modello la probabilità che i democratici conquistino la Camera è passata da 77 possibilità su 100 all'inizio di settembre a 95 su 100 oggi, con 236 seggi stimati contro 222. Al Senato la probabilità è salita da 55 a 75 su 100 il 23 settembre, prima di scendere a 68 dopo una modifica del modello che dà meno peso ai sondaggi commissionati dalle campagne elettorali.
La crescita nazionale non si ritrova nei sondaggi statali per il Senato e per i governatori. Confrontando i sondaggi dello stesso istituto nello stesso stato prima e dopo il 10 settembre, lo spostamento medio verso i democratici è di circa mezzo punto, meno della metà di quello nazionale. Il motivo non è che i democratici vadano male negli stati, ma che lì erano già molto avanti rispetto ai risultati del 2024.
Da marzo in poi, negli stati vinti da Trump con più di 10 punti di margine, i sondaggi danno uno spostamento verso i democratici fra gli 11 e i 15 punti rispetto alle presidenziali. Negli stati in bilico lo spostamento è stabile fra i 7 e i 9 punti, negli stati vinti da Kamala Harris con più di 5 punti oscilla intorno allo zero. La media nazionale invece è passata da poco più di 7 punti in primavera a quasi 10 oggi, avvicinandosi a quello che gli stati repubblicani mostravano da mesi.
Negli Stati il vantaggio democratico c’era già in primavera
Spostamento medio verso i democratici rispetto alle presidenziali del 2024 nei sondaggi per il Senato e per i governatori, diviso per gruppi di Stati e per periodo. La media nazionale è salita di oltre due punti da maggio, i sondaggi statali sono rimasti dove erano.
Le sfide per il Senato mostrano bene questa geografia, la stessa che emerge dal modello di Decision Desk HQ. In Texas, dove Trump aveva vinto con quasi 14 punti di margine, il democratico James Talarico è avanti in media di 3,4 punti nei 14 sondaggi pubblicati dal 15 agosto, con uno spostamento di circa 17 punti. In Nebraska l'indipendente Dan Osborn è a un punto dal senatore repubblicano Pete Ricketts in uno stato che Trump aveva vinto di 21 punti. In Kansas, Alaska e Ohio lo spostamento supera i 15 punti, in Iowa e North Carolina i 13. In Michigan, uno degli stati in bilico, si ferma a 5 punti. In New Hampshire e Massachusetts è di 2 punti, mentre in Minnesota e Maine va nella direzione opposta. In Maine pesa la candidatura della senatrice repubblicana uscente Susan Collins, che da anni ottiene risultati migliori del suo partito.
I democratici recuperano di più dove Trump aveva stravinto
Di quanti punti si è spostato il margine verso i democratici rispetto alle presidenziali del 2024, nelle sfide per il Senato con almeno due sondaggi dal 15 agosto. In Nebraska, Texas, Kansas e Ohio lo spostamento supera i 15 punti, in Maine e Minnesota va nella direzione opposta. La riga tratteggiata è lo spostamento della media nazionale.
Per capire quali elettori stiano cambiando idea si può incrociare lo spostamento di ogni stato con la sua composizione demografica. È un'inferenza ecologica, che dice dove cresce il consenso ma non chi lo fa crescere. Con poche decine di stati, poi, il margine di errore è ampio.
Il legame più forte è con l'istruzione. Nei nove stati con almeno il 36 per cento di adulti laureati, cioè California, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, New Hampshire, New York, Oregon, Rhode Island e Vermont, i sondaggi per il Senato e per i governatori danno in media uno spostamento di 1,5 punti verso i repubblicani. Negli altri stati sondati lo spostamento è di 11 punti verso i democratici. Il legame resta anche tenendo conto di quanto ciascuno stato avesse votato per Trump.
Non sembra però una rimonta fra gli elettori bianchi senza laurea, il gruppo che dal 2016 è diventato la base del Partito Repubblicano. La quota di bianchi senza laurea in uno stato non è legata allo spostamento. Nelle sfide per il Senato, anzi, gli stati dove questi elettori sono di più si spostano un po' meno. Conta di più la quota di adulti non laureati che appartengono alle minoranze, soprattutto ispanici e afroamericani. Negli stati in cui superano un quarto della popolazione adulta, come Texas, Georgia, North Carolina, Arizona e New Mexico, lo spostamento medio è di 11,6 punti. In quelli in cui sono meno del 15 per cento, come Iowa, Maine, Minnesota, Montana, New Hampshire, Vermont e Wisconsin, è di 2,2 punti. Sono gruppi che nel 2024 si erano spostati verso Trump più degli altri. La Florida è un'eccezione: nonostante un quarto della popolazione sia ispanica, lo spostamento si ferma a 8 punti e i repubblicani restano avanti di 5.
Lo stesso disegno si vede nei sondaggi sui singoli collegi della Camera, che sono pochi e quindi vanno presi con cautela. Nei 29 collegi con almeno un sondaggio da giugno, quelli vinti da Trump con più di 10 punti mostrano uno spostamento mediano di 16 punti verso i democratici, gli altri di 3,5. Nei collegi rurali lo spostamento medio è di 13,5 punti, in quelli suburbani di 4,5. Nel sud del Texas, dove la popolazione è in maggioranza ispanica, un sondaggio dell'università Texas Southern di agosto dava il deputato democratico Vicente Gonzalez avanti di 5 punti nel 34° distretto, che Trump aveva vinto con 10 punti di margine. Dall'inizio di settembre il modello ha spostato da un partito all'altro 16 collegi, quasi tutti sfide in bilico: in media le stime dei 435 collegi si sono mosse di 3 punti verso i democratici. Uno dei 16, il 5° distretto del Missouri, è cambiato perché lo stato è tornato alla mappa elettorale del 2022, non per i sondaggi.
Ci sono almeno tre motivi per non leggere questi numeri come una fotografia esatta. Gli istituti fanno più sondaggi negli stati repubblicani dove la sfida è aperta, quindi gli stati in cui i democratici vanno peggio sono anche quelli meno sondati. Molte di queste sfide hanno candidati molto conosciuti, che spostano voti a prescindere dal clima nazionale. E negli stati democratici i sondaggi hanno spesso più indecisi, che tendono a comprimere il margine. Nel complesso, però, la direzione è chiara. La crescita democratica di settembre si è vista finora nei sondaggi nazionali, mentre negli stati il recupero rispetto al 2024 era già in corso e si concentra dove gli elettori sono meno istruiti e più spesso appartengono alle minoranze.
