Gli Stati Uniti hanno imposto nuovi dazi tra il 10% e il 12,5% sulle importazioni da 60 paesi, che insieme coprono il 99,4% di tutto ciò che il paese compra dall'estero. L'annuncio è arrivato giovedì 23 luglio dall'ufficio del rappresentante per il Commercio, l'agenzia federale che gestisce la politica commerciale americana, e le nuove tariffe sono entrate in vigore alle 00:01 di venerdì, ora di Washington (le 6:01 in Italia), nel momento esatto in cui scadeva il dazio temporaneo del 10% introdotto dopo la bocciatura della Corte suprema. La motivazione ufficiale è il contrasto al lavoro forzato: secondo l'amministrazione, i paesi colpiti importano merci prodotte con manodopera coatta invece di comprare prodotti fabbricati dai lavoratori americani, pagati di più.
I paesi sono stati divisi in due categorie. Quelli che non hanno leggi contro l'importazione di merci prodotte con lavoro forzato, come Cina, Regno Unito e Giappone, pagheranno il 12,5%. Quelli che hanno queste leggi ma secondo Washington non le applicano, come i paesi dell'Unione europea, pagheranno il 10%. Alcuni Stati, tra cui l'India, sono stati spostati nella categoria più bassa dopo consultazioni con i funzionari americani. Restano esclusi dai nuovi dazi il petrolio e il gas, i prodotti che non possono essere fabbricati negli Stati Uniti e le merci coperte dall'accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada.
La vera posta in gioco è legale, non commerciale. A febbraio la Corte suprema ha dichiarato illegittimi i dazi che il presidente aveva introdotto nell'aprile 2025, quelli del cosiddetto "Liberation Day", perché basati su poteri di emergenza che secondo i giudici non potevano essere usati a quello scopo. Come misura tampone l'amministrazione aveva imposto un dazio piatto del 10% su quasi tutte le importazioni, in scadenza proprio venerdì. I nuovi dazi poggiano invece sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, una legge che consente al presidente di colpire le pratiche commerciali sleali di altri paesi dopo un'indagine formale. Gli esperti di commercio la considerano una base giuridica molto più solida, perché ha già superato ricorsi in tribunale in passato. Le tariffe imposte con questo strumento, inoltre, possono restare in vigore a tempo indeterminato.
Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer aveva rivendicato la strategia davanti alla commissione Finanze del Senato mercoledì, due giorni prima dell'annuncio, dicendo che sul commercio persiste una "emergenza nazionale". "Le autorità legali specifiche che questa amministrazione sta usando sono cambiate, ma la strategia commerciale no", ha detto Greer, aggiungendo che il governo continuerà a usare i dazi per sostenere la reindustrializzazione dell'economia americana e ridurre il deficit commerciale. In un comunicato, l'agenzia ha scritto che gli Stati Uniti sono l'unico paese al mondo ad adottare e applicare in modo efficace un divieto sulle importazioni fabbricate con il lavoro forzato.
Le aliquote annunciate giovedì coincidono con quelle contenute nei dieci accordi commerciali "reciproci" che l'amministrazione ha negoziato nell'ultimo anno con paesi come Malesia e Taiwan. Molti analisti hanno descritto al Washington Post l'operazione come un modo per replicare, con una base legale diversa, il sistema tariffario abbattuto dalla Corte. I funzionari dell'amministrazione sostengono che la preoccupazione del presidente per il lavoro forzato è genuina e ricordano che il divieto americano di importare merci prodotte con manodopera coatta esiste da più di un secolo. "Qualunque cosa si pensi delle recenti azioni tariffarie dell'amministrazione, non c'è dubbio che il lavoro forzato sia una crisi dei diritti umani e un problema serio nelle catene di approvvigionamento globali", ha detto al giornale Timothy Brightbill, avvocato commerciale dello studio Wiley Rein.
Diversi paesi colpiti hanno protestato. Il Brasile ha respinto il dazio del 12,5% definendo la misura "arbitraria" e "ingiustificata" e ha chiesto reciprocità. Il ministro del Commercio australiano Don Farrell ha detto ai giornalisti che la decisione di Washington è "del tutto ingiustificata" e che il governo continuerà a chiedere la rimozione di tutti i dazi sui prodotti australiani. Il ministro dell'Economia messicano ha invece minimizzato, spiegando che il dazio effettivo pagato dal Messico non cambia.
Per i consumatori americani l'effetto immediato dovrebbe essere limitato, perché le nuove tariffe in gran parte confermano dazi che gli importatori stavano già pagando. Il quadro però è destinato a peggiorare: entro poche settimane l'amministrazione dovrebbe annunciare un secondo pacchetto di dazi, sempre basato sulla Sezione 301, contro i paesi accusati di sussidiare un eccesso di capacità produttiva industriale, tra cui Cina, Messico e Unione europea. Secondo gli esperti di commercio, questo secondo pacchetto riporterà le aliquote vicino ai livelli record imposti l'anno scorso con i poteri di emergenza, i più alti dagli anni Trenta. "I dazi sul lavoro forzato non sono la fine della storia", ha detto al Washington Post Patrick Childress, avvocato dello studio Holland & Knight.
Nelle stesse settimane il presidente ha moltiplicato le iniziative commerciali su altri fronti. Lunedì ha imposto dazi del 50% su gran parte dei prodotti canadesi, accusando il Canada di discriminare auto, alcolici e latticini americani. Martedì ha annunciato dazi del 100% sui farmaci generici importati a partire dal 2028. Al Congresso, intanto, il senatore democratico Ron Wyden ha presentato una proposta di legge per limitare i poteri tariffari delegati al presidente, imponendo l'approvazione parlamentare per i nuovi dazi.
