Vi spieghiamo l’America di oggi con i numeri di domani.
Trump celebra i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso anticomunista e dai toni religiosi
Screenshot da video della Casa Bianca
Politica interna 7 min di lettura

Trump celebra i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso anticomunista e dai toni religiosi

Nel comizio notturno al National Mall il presidente ha esaltato la potenza militare americana, invocato Dio e rilanciato la riforma elettorale che crea tensioni anche tra i repubblicani al Congresso.

Donald Trump ha celebrato i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso dai toni politici e religiosi pronunciato dal National Mall di Washington, iniziato in ritardo e finito poco prima della mezzanotte ora locale (le 6 del mattino in Italia). È stato l’atto finale di una giornata segnata dal maltempo e dal caldo forte, che aveva più volte interrotto i festeggiamenti e costretto la folla a evacuare l’area, cercare riparo e poi ripassare i controlli di sicurezza alla riapertura dei cancelli.

Il comizio ha coronato una serie di commemorazioni costruite attorno al presidente e alla sua idea di America: una nazione forte, militarmente dominante, radicata nella fede cristiana e impegnata in una nuova battaglia politica contro il comunismo. Nei giorni precedenti Trump aveva promesso un discorso “davvero lungo”, “solo per dimostrare che posso fare qualsiasi cosa”: alla fine ha parlato per circa 35 minuti, cominciando dopo le 23 (le 5 del mattino in Italia) davanti a una folla ridotta a circa la metà rispetto a poche ore prima.

L’attacco al comunismo e ai progressisti democratici

Per buona parte dell’intervento, Trump ha evocato una battaglia contemporanea contro il comunismo, trasformandola in uno dei temi centrali della campagna in vista delle elezioni di metà mandato. “Non vogliamo comunisti nel nostro Paese”, ha detto. “Non ha mai funzionato e non funzionerà mai”.

Collegando la Guerra Fredda al presente, il presidente ha sostenuto che il comunismo ha rialzato “la sua brutta testa proprio qui in America” e che “è come un cancro: bisogna tagliarlo via, bisogna tagliarlo via in fretta”. Poi la promessa: “Le stelle e strisce hanno già gettato nell’oblio la falce e il martello e, se necessario, lo faremo di nuovo”.

Come hanno osservato diversi media americani, l’attacco era rivolto in modo piuttosto evidente ai candidati socialisti e progressisti che hanno vinto nelle recenti primarie democratiche, tra cui il sindaco di New York Zohran Mamdani.

Non è la prima uscita di questo tipo. La sera precedente, dal Mount Rushmore, Trump aveva usato toni ancora più cupi, definendo i suoi avversari comunisti “senza Dio”, il comunismo “una minaccia mortale per la libertà americana” e il voto di midterm una battaglia contro “la rinascita della minaccia comunista nel nostro Paese”.

Dio, esercito e riforma elettorale

Molto marcato anche il tono religioso del suo discorso. La Casa Bianca e i suoi alleati hanno dato ai festeggiamenti un’impronta esplicitamente fondata sulla preghiera e sull’idea di una guida divina. “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio lo saremo sempre, o anche di più”, ha dichiarato Trump. Poi ha aggiunto:

“Come ci dice la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti fatti a immagine di un unico Dio onnipotente, e un comunista non lo dirà mai, questo è certo”.

Espandi per il Fact check

La frase di Trump è una forzatura. La Dichiarazione d’Indipendenza non afferma da nessuna parte che gli uomini siano “fatti a immagine di un unico Dio onnipotente”: afferma invece che “tutti gli uomini sono creati uguali” e che ricevono dal loro “Creatore” alcuni diritti inalienabili. Il riferimento all’“immagine di Dio” appartiene alla tradizione biblica, in particolare alla Genesi, e non al testo della Dichiarazione di Indipendenza del 1776.

Trump ha costellato il discorso di cimeli e di ospiti. Ha mostrato bandiere storiche, tra cui una presentata come la prima issata sul ponte di Brooklyn, una che “sventolò trionfante quando gli inglesi agitarono la bandiera bianca della resa a Yorktown”, una che sventolò nel D-Day e una che, ha raccontato, era stata adagiata sulla bara di Abraham Lincoln. Sul palco sono saliti diversi veterani, tra cui un reduce della Seconda guerra mondiale di 107 anni che ha salutato la folla dalla sedia a rotelle, e gli astronauti della missione Artemis II della NASA, l’agenzia spaziale americana, che di recente hanno viaggiato più lontano dalla Terra di qualsiasi altro equipaggio. La folla li ha accolti con applausi, mentre il presidente rievocava una storia americana fatta di vittorie militari, sacrificio e innovazione.

“A differenza di tanti altri nel mondo, in questo Paese abbiamo libertà di parola, libertà di religione, uguale giustizia davanti alla legge... anche se io non sono stato trattato così bene, ma non entriamo nel merito”, ha detto a un certo punto elencando i valori americani. Poi ha scherzato con la tesi infondata secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate: “Abbiamo ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato. Lo abbiamo usato un po’ nel nostro... anzi, dovrei dire terzo mandato, ma non lo farò, perché non voglio polemiche”. Ha anche rivendicato di aver “affondato l’intera marina iraniana” nella guerra cominciata a febbraio, che la sua amministrazione fatica ancora a chiudere del tutto.

Trump ha poi spostato il discorso sulla politica interna, chiedendo l’approvazione del SAVE America Act, la riforma elettorale ferma al Congresso, diventata una delle sue principali ossessioni e un motivo di attrito anche con alcuni alleati repubblicani.

“Non dovranno più esserci schede elettorali inviate per posta, salvo nei casi di malattia, disabilità, dispiegamento militare all’estero o viaggio. Così non ci saranno più brogli elettorali”, ha detto il presidente. Trump sta costruendo la campagna a sostegno della sua proposta di riforma elettorale su accuse infondate di frodi di massa, riferite sia alle elezioni presidenziali del 2020 sia alle recenti primarie in California.

Le accuse dei democratici

Gli attacchi politici erano cominciati già al mattino, quando Trump aveva salutato la festa nazionale con un post sui social: “Qualcuno ha mai visto un Dumocrat felice?”, una storpiatura del nome del partito avversario che richiama “dumb”, stupido. I democratici considerati possibili candidati alla presidenza nel 2028 hanno risposto nel corso della giornata con discorsi che descrivono la sua presidenza come un tradimento degli ideali americani.

“Questo è un uomo solo che cerca di fare al nostro autogoverno americano ciò che nessun re e nessuna potenza straniera sono mai riusciti a fare”, ha detto il governatore della California Gavin Newsom in un discorso diffuso sabato pomeriggio, accusando il presidente di “misurare fino a dove può spingersi” per minare le elezioni e “fare a pezzi” la Costituzione. Newsom ha annunciato nuove tutele statali contro i sequestri di schede elettorali, mentre nei giorni scorsi Trump ha inviato 260 agenti dell’FBI in Georgia per riesaminare i presunti brogli del 2020, accuse mai dimostrate.

Il governatore del Maryland Wes Moore, veterano dell’esercito, ha detto a una platea di ex militari ad Annapolis che “la premessa stessa del patriottismo è sotto attacco” e che “iniziare una guerra senza uno scopo non è patriottico”, un riferimento al conflitto con l’Iran. L’ex presidente Bill Clinton ha parlato in un comunicato di una “profonda divisione” nel Paese, accusando l’amministrazione di averlo portato “vicino al limite” con la stretta sull’immigrazione e con una “guerra incostituzionale”, e ha detto di trovare speranza nelle “persone in fila per votare”.

Caldo record, evacuazione e fuochi a mezzanotte

Il caldo estremo, con temperature oltre i 38 gradi e percepite fino a 46, aveva spinto le autorità ad annullare la tradizionale parata del mattino nella capitale e a rinviare l’apertura dei festeggiamenti sul National Mall dalle 13 alle 17 locali (dalle 19 alle 23 in Italia). Per superare i controlli di sicurezza legati alla presenza del presidente servivano tra le tre e le quattro ore di fila, senza poter portare cibo, acqua o sedie: diverse persone hanno avuto malori. L’ondata di caldo record investe da giorni tutta la costa orientale degli Stati Uniti.

Poco prima delle 19 (l’1 di notte in Italia), con una linea di temporali in avvicinamento e i fulmini all’orizzonte, le autorità hanno ordinato l’evacuazione del National Mall, proprio quando lo spettacolo serale doveva cominciare. Il Secret Service, l’agenzia federale che protegge il presidente, ha sospeso i controlli agli ingressi e migliaia di persone sono state indirizzate verso i musei e gli edifici federali vicini, alcuni dei quali però erano chiusi o già pieni. Centinaia di spettatori si sono rifiutati di andarsene, fischiando gli agenti e intonando cori “U.S.A.”, mentre anche Philadelphia e Boston interrompevano le loro celebrazioni per i fulmini.

La ripresa è stata annunciata circa due ore più tardi da Freedom 250, il comitato voluto dalla Casa Bianca per organizzare l’anniversario, e i cancelli hanno riaperto alle 21:45 (le 3:45 in Italia): chi non aveva rinunciato si è rimesso in coda per i controlli, questa volta sotto la pioggia. “Non mi importa se saranno le 2 del mattino”, aveva scritto Trump sui social assicurando che il discorso si sarebbe tenuto comunque, seguito un’ora dopo da un “SONO QUI!!!”. Salito sul palco, ha rivendicato di essere pronto a parlare anche “davanti a una sola persona alle 4 del mattino” e ha ringraziato chi era rimasto: “È una serata che passerà alla storia. Credo sia qualcosa di molto speciale”.

I fuochi d’artificio sono partiti solo a ridosso della mezzanotte (le 6 del mattino in Italia): 850.000 colpi in circa 40 minuti, presentati dalla Casa Bianca come “il più grande spettacolo pirotecnico nella storia del mondo” e da record secondo gli organizzatori. Il National Park Service, l’agenzia federale dei parchi, aveva avvertito che uno spettacolo di quelle dimensioni rischiava di lasciare per ore un inquinamento pericoloso sul centro di Washington. Nel gran finale il fumo e una pioggia leggera rendevano i fuochi a malapena visibili, mentre i fulmini continuavano a illuminare il cielo; Trump ha assistito da una postazione climatizzata.

Un anniversario a immagine del presidente

A pochi mesi dall’anniversario, Trump aveva accantonato America 250, la commissione bipartisan incaricata da un decennio di preparare le celebrazioni, sostituendola proprio con Freedom 250, composto da suoi alleati politici: i consiglieri del presidente hanno giustificato la scelta con l’eccesso di burocrazia. Man mano che il nuovo comitato veniva percepito come un organismo di parte, artisti ed espositori si sono ritirati dalla Great American State Fair, la fiera allestita per oltre due settimane sul National Mall, che ha faticato ad attirare visitatori per gran parte della prima settimana. Alcuni Stati guidati dai democratici hanno rifiutato di partecipare.

L’impronta personale del presidente si vede ovunque: il suo volto compare su una moneta commemorativa d’oro e sui “passaporti del patriota” in edizione limitata, l’amministrazione spinge per una banconota da 250 dollari con il suo ritratto e questa settimana Trump ha pubblicato l’immagine di una banconota da 100 dollari con il suo autografo, la prima volta che la firma di un presidente in carica compare sulla valuta americana. Nelle settimane precedenti si era autoproclamato “l’attrazione numero uno in qualsiasi parte del mondo” e “l’uomo che raduna un pubblico molto più grande di Elvis al suo apice”, definendo l’evento di apertura “un comizio di Trump” al quale erano “invitati solo Grandi Patrioti”.

Secondo un recente sondaggio dell’istituto di sondaggi Gallup, solo il 33% degli americani si dice “estremamente orgoglioso” di esserlo: è il dato più basso da quando la rilevazione è iniziata, nel 2001, in calo di 8 punti in un anno e di 37 rispetto al massimo del 2003. L’orgoglio resta alto tra i repubblicani, mentre tra democratici e indipendenti è ai minimi storici.

Nel 1976, per il bicentenario, il presidente repubblicano Gerald Ford scelse l’approccio opposto: pur impegnato nella campagna per la rielezione dopo il Watergate e il Vietnam, non nominò né la campagna né i suoi sfidanti e si limitò a ricordare che “a novembre il popolo americano, secondo la Costituzione, darà di nuovo il proprio consenso a essere governato”. John Pitney, ex dirigente repubblicano che oggi insegna scienze politiche al Claremont McKenna College, ha detto al Washington Post che Trump si sta allontanando dalla tradizione dei presidenti che nei grandi momenti nazionali parlavano da americani prima che da uomini di parte, ricordando il discorso di Ronald Reagan in Normandia nel 1984: “C’è una ragione se quel discorso è ancora ricordato. Non parlava di lui”.

Condividi
Redazione
Autore

Redazione

Seguici anche sui social

Le notizie più importanti dagli Stati Uniti, ogni giorno.