I democratici sono nettamente avanti nei sondaggi nazionali e quasi tutti danno per scontato che riconquisteranno la Camera, ma il Senato resta una sfida molto più difficile. Per ottenere la maggioranza devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno dei propri. Gran parte delle sfide decisive, inoltre, si gioca in Stati dove nel 2024 il presidente Trump ha vinto con ampi margini. Secondo un'analisi del New York Times, alcuni strateghi democratici temono che le aspettative sempre più alte stiano nascondendo una realtà complicata: Stati che i democratici non vincono da decenni, un forte svantaggio economico rispetto ai repubblicani e un partito che resta impopolare tra gli elettori.
Il clima nazionale è comunque molto sfavorevole ai repubblicani. Questa settimana l'approvazione di Trump ha toccato un nuovo minimo, il giudizio degli americani sull'economia è pessimo e i democratici sono avanti di 11 punti nel generic ballot, il sondaggio in cui si chiede agli elettori quale partito voteranno per il Congresso senza indicare i nomi dei candidati. Il presidente è costretto a difendersi con comizi in zone molto repubblicane, che aveva vinto con margini enormi appena due anni fa. Questa settimana Senate Majority PAC, il principale super PAC che sostiene i democratici al Senato, ha cominciato a trasmettere spot televisivi per 1,2 milioni di dollari in Mississippi, uno Stato che non elegge un senatore democratico dal 1982. I super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate, a patto di non coordinarsi direttamente con i candidati. Due anni fa, quando il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer aveva parlato di cercare un candidato in Mississippi, i repubblicani e anche alcuni democratici lo avevano preso in giro.
Delle dieci sfide in bilico per il Senato, quattro vedono in campo un senatore repubblicano uscente: Dan Sullivan in Alaska, Jon Husted in Ohio, Susan Collins nel Maine e Roger Marshall in Kansas. Cinque si giocano in Stati che Trump ha vinto nel 2024 con almeno 11 punti di vantaggio. "Il Senato è costruito strutturalmente per essere repubblicano e la domanda è se quest'ondata riuscirà a superare l'argine", ha detto al New York Times lo stratega repubblicano Liam Donovan.
Molly Murphy, sondaggista che nel 2024 ha lavorato alle campagne di Joe Biden e Kamala Harris, teme un "surriscaldamento delle aspettative". Secondo Murphy le vittorie su tutta la linea che un tempo caratterizzavano le elezioni a ondata non esistono quasi più, perché il gerrymandering, cioè il ridisegno dei collegi elettorali a vantaggio di un partito, ha lasciato pochi seggi della Camera davvero competitivi. Oggi un'ondata permette di vincere molto più del solito, non di vincere tutto. Nel 2018, l'ultima elezione di metà mandato considerata una vittoria schiacciante, i democratici conquistarono 41 seggi e la maggioranza alla Camera, ma al Senato i repubblicani guadagnarono due seggi e allargarono la loro maggioranza.
Molti democratici temono anche che i sondaggi possano sbagliare, come è successo in diverse elezioni recenti. Alcuni strateghi pensano che negli Stati repubblicani gli istituti intervistino troppi elettori democratici, che sarebbero più disposti a rispondere alle domande sulle elezioni. Un'analisi storica dei sondaggi per il Congresso pubblicata questa settimana dall'Economist ha trovato che più uno Stato è schierato con un partito, più i sondaggi hanno sottostimato la forza di quel partito. Se la tendenza si ripetesse, ridimensionerebbe le speranze dei democratici in Alaska, Texas, Ohio, Iowa e Kansas. Anche se i sondaggi fossero corretti, molte sfide per il Senato sono molto strette e in alcuni casi lo scarto tra i candidati è inferiore al margine di errore, cioè all'oscillazione dovuta al fatto che un sondaggio intervista solo un campione di elettori. "Se l'ondata sarà solo un'increspatura, le spiegazioni saranno due: un grosso errore dei sondaggi oppure il fatto che i democratici non hanno avuto abbastanza soldi per rendere competitive abbastanza sfide", ha detto lo stratega democratico Howard Wolfson.
I sondaggi, l'affluenza al voto anticipato e i risultati delle recenti elezioni suppletive indicano che gli elettori democratici sono molto più motivati di quelli repubblicani. I dati sul voto anticipato possono però ingannare: il giorno delle elezioni l'affluenza può cambiare, soprattutto se i repubblicani riusciranno a usare i loro soldi e il tour di Trump negli Stati più conservatori per portare i loro elettori alle urne. "Ci sono ancora molti più repubblicani che democratici in Iowa e in Kansas", ha detto David Kochel, stratega repubblicano dell'Iowa. Giovedì sera, in un comizio a Sioux City, in Iowa, Trump ha attaccato la deputata del Minnesota Ilhan Omar e ha chiesto a Vivek Ramaswamy, candidato repubblicano a governatore dell'Ohio, di non ritirare lo spot con la madre della sua avversaria, criticato da esponenti di entrambi i partiti. Ha anche detto di avere il "diritto" di candidarsi per un terzo mandato e ha chiesto al pubblico di fare "finta che io sia sulla scheda".
"Le elezioni si possono riassumere in una frase: riusciranno enormi quantità di soldi repubblicani a battere gli enormi vantaggi dei democratici su temi, candidati e clima politico?", ha detto Schumer. Secondo AdImpact, una società che monitora la pubblicità elettorale, i repubblicani hanno un vantaggio di circa 650 milioni di dollari negli spot per le elezioni federali e statali, contando sia gli spazi già trasmessi sia quelli prenotati. Il divario è più ampio al Senato: nelle sette sfide che il Cook Political Report, una delle principali newsletter di analisi elettorale, considera in perfetto equilibrio, i repubblicani spendono in pubblicità oltre 320 milioni di dollari più dei democratici. Wolfson, che è consulente politico dell'ex sindaco di New York Michael Bloomberg, ha spiegato che la mancanza di fondi impedisce ai democratici di fare campagne aggressive proprio nei collegi che servirebbero a creare un'ondata. Bloomberg quest'autunno ha speso circa 80 milioni di dollari per aiutare il partito. Finora, comunque, i sondaggi non si sono mossi molto da quando i soldi hanno cominciato ad arrivare.
Secondo Jason Roe, stratega repubblicano del Michigan, i soldi dei repubblicani non servono solo per gli spot ma anche per portare i loro elettori a votare. Il partito ha ripreso la strategia che nel 2024 lo aveva aiutato a vincere la Casa Bianca e punta sugli elettori repubblicani fedeli che di solito non votano alle elezioni di metà mandato. Anche questa volta ha ricevuto molto aiuto dall'esterno, soprattutto da Elon Musk, che ha messo più di 276 milioni di dollari in una grande macchina organizzativa per mobilitare gli elettori repubblicani. "Non ho mai visto spendere così tanti soldi sul territorio in vita mia, è osceno", ha detto Roe, che però si chiede quanti di questi elettori siano così scontenti di Trump o dei repubblicani da non votare per il partito una volta arrivati al seggio.
Nell'ultimo sondaggio del New York Times e del Siena College solo il 28 per cento degli elettori si è detto soddisfatto del Partito Democratico, otto punti in meno rispetto a quelli soddisfatti del Partito Repubblicano e a quelli che approvano l'operato di Trump. I repubblicani cercano di sfruttare questa diffidenza descrivendo i candidati democratici come radicali di estrema sinistra che vogliono trasformare il paese in "un inferno socialista". Matt Bennett, vicepresidente di Third Way, un centro studi centrista che spinge i democratici verso posizioni più moderate, teme che alcuni dei candidati più progressisti al Senato, come Abdul El-Sayed in Michigan e Troy Jackson nel Maine, stiano andando peggio dei democratici che corrono in Stati tradizionalmente repubblicani. Bennett non esclude che i democratici vincano negli Stati repubblicani e vincano solo di poco in quelli democratici. "Ogni singola sfida per il Senato è sul filo del rasoio. I risultati potrebbero essere molto strani", ha detto.
