A poche settimane dalle midterm, i sondaggi danno i candidati democratici al Senato in vantaggio in Texas, Ohio e Alaska, tre Stati che Donald Trump aveva vinto con più di dieci punti di margine nel 2024. In Iowa e Kansas, dove il presidente aveva vinto rispettivamente di 13 e 16 punti, la sfida è in parità. In Nebraska e South Carolina, Stati ancora più repubblicani, i candidati del partito del presidente sono avanti di appena uno e due punti. Secondo un'analisi dell'Economist, però, una parte di questo vantaggio potrebbe dipendere da un errore dei sondaggi che si ripete da quasi trent'anni.
Negli Stati democratici gli elettori non sembrano più entusiasti dei democratici di quanto lo fossero alle presidenziali del 2024. In California e New York i candidati del partito a governatore fanno appena meglio dei margini ottenuti allora da Kamala Harris. Lo spostamento nazionale verso i democratici sembrerebbe quindi concentrato nelle aree repubblicane, proprio come sperano gli strateghi del partito. Una spiegazione possibile è che gli elettori stiano punendo chi governa, di qualunque partito sia: i repubblicani negli Stati che controllano, mentre negli Stati guidati dai democratici la colpa verrebbe divisa tra i due partiti. L'altra possibilità è che i sondaggi stiano sbagliando.
Molti esperti di previsioni elettorali, tra cui Nate Silver, sostengono da tempo che la direzione dell'errore dei sondaggi cambi in modo casuale da un'elezione all'altra. Sean Trende, un altro analista elettorale, considera una perdita di tempo cercare di prevedere quale partito farà meglio delle medie dei sondaggi. A livello nazionale questa prudenza è giustificata: in alcune elezioni recenti i sondaggi hanno sovrastimato i democratici, in altre i repubblicani.
Nei singoli Stati e collegi l'Economist ha invece trovato una regolarità sorprendente. Analizzando il proprio archivio di sondaggi per il Congresso, il settimanale ha scoperto che più uno Stato è schierato con un partito, più i sondaggi sottostimano quel partito: in media di 1,6 punti per ogni dieci punti di margine. In uno Stato in cui un partito vince di 20 punti, quindi, i sondaggi tendono a sottostimarlo di circa tre punti. La causa non è chiara, ma lo schema si ripete in tutte le elezioni dal 1998 a oggi, una costanza rara nei dati politici.
Questo errore è passato quasi inosservato perché di solito non cambia il risultato. I democratici vincono sempre in Massachusetts con margini ampi, così come i repubblicani in Wyoming: che lo facciano con 25 o con 35 punti di distacco conta poco. Quest'anno invece la maggior parte delle sfide decisive per il Senato si gioca in Stati tradizionalmente repubblicani. Se i sondaggi sottostimano i repubblicani di uno o due punti in Stati dove i democratici sono avanti di appena un punto e mezzo nella media, l'errore basterebbe a cambiare il vincitore e con lui la maggioranza al Senato.
Applicando la correzione storica ai sondaggi di quest'anno, il vantaggio dei democratici in Alaska e Texas si ribalterebbe. In Ohio si ridurrebbe a meno di un punto, mentre Iowa e Kansas passerebbero dalla parità a un leggero vantaggio repubblicano. Per il Kansas l'Economist ricorda però che altri indicatori, come la raccolta fondi, danno ancora avanti i democratici. Alla Camera quattro collegi in cui oggi sono in vantaggio i democratici passerebbero ai repubblicani. La correzione vale anche nella direzione opposta: Minnesota e Maine, dove Harris aveva vinto di quattro e sette punti, diventerebbero più saldamente democratici.
Il modello di previsione dell'Economist non include questa correzione, anche se tiene già conto di quanto ogni Stato sia repubblicano o democratico combinando i sondaggi con altri indicatori. Aggiungere una correzione esplicita ridurrebbe le probabilità dei democratici di conquistare il Senato di 2,6 punti, dal 58,1 al 55,5 per cento. È una differenza piccola, ma potrebbe consolare i repubblicani che si preparano a un'onda blu.
