L’amministrazione Trump sta combattendo l’Iran partendo da una convinzione che Teheran non condivide: ogni aumento della pressione militare dovrebbe avvicinare il regime alla resa. I dirigenti iraniani vedono lo stesso processo al contrario e ritengono che resistere più a lungo possa costringere Washington a fermarsi. Secondo un’analisi pubblicata sull’Atlantic, questa lettura opposta delle conseguenze dell’escalation è l’errore più grave dell’amministrazione nella guerra e aiuta a spiegare perché, dopo cinque mesi, nessuna delle due parti sappia come chiuderla.
Martedì l’Iran ha lanciato cinque missili balistici contro le truppe americane in Giordania subito dopo la sospensione di una campagna di bombardamenti statunitensi durata tredici giorni. Lo United States Central Command, il comando militare responsabile delle operazioni americane in Medio Oriente, ha definito l’azione un "attacco a sorpresa". La difesa giordana ha intercettato tutti i colpi, ma l’iniziativa ha smentito l’aspettativa di Washington secondo cui gli Stati Uniti avrebbero stabilito il ritmo della guerra e Teheran si sarebbe limitata a reagire.
Teheran ha presentato l’attacco come una risposta difensiva all’allargamento del conflitto. Nelle stesse ore le forze americane e saudite hanno colpito insieme alcune milizie sostenute dall’Iran in Iraq, nel primo intervento militare riconosciuto pubblicamente da Riyadh dall’inizio della guerra. Un drone ha inoltre incendiato due navi per il trasporto di gas nel porto egiziano di Damietta, vicino al canale di Suez. Nessun gruppo ha rivendicato l’azione, che ha comunque alimentato il timore di un ulteriore ampliamento dei paesi coinvolti.
Il memorandum d’intesa firmato a metà luglio doveva fermare i combattimenti, ma Washington e Teheran attribuivano significati diversi già alla sua prima clausola. Gli Stati Uniti ritenevano di aver ottenuto sessanta giorni di navigazione commerciale libera e senza pedaggi nello stretto di Hormuz. L’Iran pensava invece che l’accordo confermasse il proprio potere di gestire il traffico nel passaggio marittimo. Alcuni dirigenti iraniani arrivarono a sospettare che l’ambiguità fosse intenzionale e servisse a costruire un pretesto per nuovi attacchi. Gli incentivi economici americani, dalle deroghe alle sanzioni agli investimenti, si rivolgevano intanto a un governo concentrato sull’uccisione della propria guida suprema.
Gli Stati Uniti avevano già valutato male la capacità di resistenza iraniana prima dell’inizio della guerra, alla fine di febbraio. L’amministrazione considerava fragile il regime dopo le proteste nazionali e pensava che la morte dell’ayatollah Ali Khamenei nel primo giorno di combattimenti avrebbe fatto crollare lo Stato. Il presidente ordinò l’attacco mentre erano ancora in corso i colloqui. Cinque mesi dopo il regime resta intatto, appare disposto a sopportare una risposta americana e la guerra non ha ancora una via d’uscita semplice.
La divergenza può spingere entrambi i governi ad aumentare la pressione senza ottenere il risultato cercato. Vali Nasr, professore di relazioni internazionali e studi mediorientali alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, ha spiegato all’Atlantic che per Washington l’escalation dovrebbe produrre la resa, mentre per Teheran dovrebbe ristabilire la deterrenza. Danny Citrinowicz, ex funzionario dell’intelligence israeliana specializzato nell’Iran, ha aggiunto alla testata che l’escalation è uno strumento di cui nessuno ha definito l’obiettivo finale.
Trump alterna il sostegno a nuovi attacchi con il tentativo di riaprire i negoziati. Venerdì scorso il presidente ha valutato seriamente con i suoi consiglieri un aumento dei bombardamenti, poi ha deciso di non procedere pur lasciando i piani sul tavolo. La pausa iniziata sabato è terminata dopo l’attacco contro la base in Giordania e gli Stati Uniti hanno ripreso a colpire l’Iran. Questa oscillazione rende più difficile capire quali siano gli obiettivi americani e quali condizioni potrebbero bastare a dichiararli raggiunti.
L’Iran del nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei non sembra più disposto ad affidare soprattutto alle milizie alleate la difesa dei propri interessi regionali. Il regime vuole usare direttamente missili e droni e crede di poter resistere più a lungo di Trump. I comandanti americani, nel frattempo, stanno esaurendo i bersagli utili a fermare gli attacchi contro lo stretto di Hormuz. Il sostegno degli Houthi nello Yemen, che hanno iniziato a colpire interessi sauditi e minacciano di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb al traffico commerciale, ha rafforzato la posizione iraniana.
Le pressioni politiche ed economiche limitano le scelte del presidente. Esponenti influenti del movimento MAGA come Laura Ingraham e Steve Bannon chiedono alla Casa Bianca di chiudere rapidamente la guerra perché temono un danno alla base repubblicana e alle elezioni di metà mandato. I Repubblicani impegnati nelle corse più difficili hanno avvertito che nuovi attacchi potrebbero far salire ancora il prezzo della benzina e compromettere il voto di novembre. Dopo una minaccia particolarmente dura di Trump contro Teheran, il petrolio Brent è aumentato di quasi l’8 per cento e ha superato brevemente i 91 dollari al barile.
Washington alterna la pressione militare alla diplomazia e alle sanzioni senza aver ancora trovato una strategia capace di indurre Teheran a cedere. L’amministrazione ha annunciato nuove misure contro aziende e petroliere legate al commercio marittimo iraniano. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto a Trump di intensificare gli attacchi, compresa la possibilità di colpire le rotte terrestri usate dall’Iran per rifornire le proprie forze. Il presidente non ha preso un impegno, mentre alcuni funzionari americani continuano a credere che il peggioramento dell’economia iraniana possa costringere il regime a un accordo.
Le alternative rimaste impongono tutte un costo. Trump potrebbe dichiarare vittoria per l’uccisione dell’ayatollah e promettere nuovi attacchi se l’Iran riprendesse il programma nucleare. Potrebbe tornare al memorandum di luglio, accettando almeno in parte il controllo iraniano sullo stretto di Hormuz. Potrebbe infine colpire con maggiore intensità le capacità missilistiche di Teheran, ma dovrebbe distruggerle più velocemente di quanto l’Iran riesca a ricostituirle. Un sondaggio CBS News/YouGov citato dall’Atlantic mostra che la maggioranza degli americani non è ottimista e considera poco chiari gli obiettivi della guerra. Più di due terzi chiedono all’amministrazione di porre fine al conflitto.
I funzionari della Difesa americana si aspettano che i combattimenti continuino nel 2027, mentre l’Iran segnala di prepararsi a resistere ancora più a lungo. Washington pensa che Teheran possa essere costretta a cedere e Teheran pensa che il tempo indebolirà Washington. Finché le due parti continueranno a interpretare ogni nuova pressione come la prova che la propria strategia funziona, la ricerca di una tregua resterà subordinata a un’escalation che nessuna delle due sa trasformare in un risultato politico.
