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Le colpe dei morti non si ereditano: il caso Lindsey Graham e la politica senza pietà
Gage Skidmore, 2023, Flickr, CC BY-SA 2.0
Elezioni 10 min di lettura

Le colpe dei morti non si ereditano: il caso Lindsey Graham e la politica senza pietà

Le accuse contro il senatore repubblicano, i sospetti sulla sicurezza nazionale e la candidatura della sorella Darline. Una vicenda che solleva interrogativi sulla verità, sulla responsabilità individuale e sui limiti della lotta politica americana.

Lindsey Graham è morto l'11 luglio, ma la politica americana non ha ancora finito di fare i conti con lui. A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, un documentario ha riportato al centro del dibattito pubblico il nome dell'ex senatore repubblicano della South Carolina, attribuendogli comportamenti privati che, qualora fossero confermati, aprirebbero interrogativi sulla sua condotta personale e sulla responsabilità di un uomo che per oltre trent'anni ha partecipato ad alcune delle decisioni più importanti della politica americana. Ma c'è qualcosa che rende questa vicenda ancora più inquietante delle accuse stesse: Graham non può più difendersi e sua sorella Darline, oggi candidata a conservare il seggio che gli apparteneva, rischia di diventare il bersaglio politico di una controversia che riguarda un'altra persona.

Il documentario The CLOSETocracy, diffuso attraverso il progetto The Lindsey Graham Files, raccoglie le testimonianze di tre uomini che sostengono di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con il senatore. Uno di loro afferma di avere avuto diciassette anni all'epoca del presunto incontro, mentre gli autori dell'inchiesta hanno pubblicato documenti che, secondo la loro ricostruzione, collocherebbero i protagonisti nelle stesse città e negli stessi periodi. Sono elementi che meritano attenzione e verifiche indipendenti, ma che non dimostrano, da soli, che gli incontri descritti siano realmente avvenuti. Gli stessi responsabili del progetto riconoscono che la documentazione presentata non prova ciò che sarebbe accaduto in privato.

La distinzione è essenziale, perché le accuse sono gravi e perché l'assenza dell'interessato rende impossibile un confronto diretto con la sua versione dei fatti. La morte di un politico non può impedire al giornalismo di indagarne il passato, ma dovrebbe imporre ancora maggiore rigore nell'esame delle testimonianze, soprattutto quando il materiale pubblicato può incidere sulla reputazione di una persona e, indirettamente, su una competizione elettorale ancora aperta.

Eppure, il primo errore che si rischia di commettere nel discutere questa vicenda è considerarla semplicemente uno scandalo legato alla presunta omosessualità di Lindsey Graham. Non lo è, e non dovrebbe esserlo.

Se Graham, quando era in vita, avesse dichiarato pubblicamente di essere omosessuale, non ci sarebbe stato nulla di scandaloso, nulla di cui vergognarsi e certamente nulla che potesse giustificare una campagna di delegittimazione personale. L'orientamento sessuale di un individuo non costituisce una colpa, né un elemento attraverso il quale misurarne la dignità o la capacità di esercitare una funzione pubblica. Nessun politico dovrebbe essere obbligato a rendere pubblica la propria identità sessuale per soddisfare la curiosità degli elettori, così come nessuno dovrebbe vedere quella stessa identità trasformata in un'arma da utilizzare contro di lui.

Si sarebbe potuta discutere, semmai, l'eventuale incoerenza tra la sua vita privata e le posizioni legislative sostenute pubblicamente sui diritti delle persone LGBTQ+, perché Graham ha contribuito per decenni a definire un quadro normativo che ha inciso concretamente sulla vita di milioni di americani. Ma anche questa discussione avrebbe dovuto riguardare le sue scelte politiche, non trasformare l'omosessualità, reale o presunta, in una ragione di discredito.

Lo scandalo, qualora le accuse trovassero conferme attraverso prove attendibili, sarebbe di natura completamente diversa e infinitamente più grave: l'eventuale coinvolgimento in rapporti sessuali illeciti con un minorenne e l'eventuale divulgazione di informazioni riservate capaci di compromettere la sicurezza nazionale. Nel primo caso si porrebbe una questione di possibile responsabilità penale e di tutela dei minori; nel secondo, una questione di sicurezza dello Stato, di affidabilità istituzionale e di possibile compromissione delle funzioni esercitate da un senatore che, nel corso della propria carriera, ha avuto accesso a informazioni particolarmente sensibili.

Occorre però essere altrettanto chiari su un punto: mentre il documentario contiene una testimonianza relativa a un presunto incontro con un diciassettenne, non sono emerse prove pubblicamente verificate che Graham abbia divulgato informazioni classificate, che sia stato ricattato o che abbia compromesso la sicurezza nazionale. L'eventualità che una persona con responsabilità istituzionali possa essere vulnerabile a pressioni esterne è una questione legittima da esaminare, ma non può diventare automaticamente un'accusa concreta in assenza di elementi capaci di sostenerla.

Confondere questi piani non sarebbe soltanto un errore giornalistico, ma un'ingiustizia nei confronti della stessa comunità LGBTQ+, perché finirebbe per accostare implicitamente l'omosessualità a comportamenti illeciti che non hanno alcun rapporto con l'orientamento sessuale. Se esistono responsabilità penali o violazioni della sicurezza nazionale, devono essere accertate e giudicate per ciò che sono, senza cercare scorciatoie nella vita privata di una persona.

Il vero scandalo non sarebbe mai stato scoprire che Lindsey Graham potesse amare un uomo. Sarebbe scoprire, se mai venisse dimostrato, che un uomo investito di enormi responsabilità pubbliche abbia violato la legge o tradito la fiducia dello Stato. E una democrazia che non sa distinguere queste due cose rischia di trasformare un pregiudizio in una colpa, mentre lascia che le responsabilità autentiche si perdano nel rumore dello scandalo.

Questa distinzione diventa ancora più importante quando si considera il ruolo esercitato da Graham nella politica americana. Per oltre tre decenni, prima alla Camera dei Rappresentanti e poi al Senato, è stato una figura centrale del Partito Repubblicano, partecipando alle discussioni sulla politica estera, sulla difesa, sulla sicurezza nazionale e sui rapporti internazionali degli Stati Uniti. La sua attività istituzionale lo ha collocato in una posizione nella quale l'accesso a informazioni sensibili e la necessità di preservarne la riservatezza costituivano responsabilità particolarmente rilevanti.

È quindi comprensibile che le accuse contenute nel documentario abbiano alimentato interrogativi sull'eventuale esistenza di situazioni personali che avrebbero potuto esporlo a pressioni o tentativi di ricatto. Ma la possibilità astratta che una vulnerabilità venga sfruttata non equivale alla dimostrazione che qualcuno l'abbia effettivamente utilizzata. Un sospetto può giustificare una domanda, non una condanna, e quando si evocano informazioni classificate o la sicurezza nazionale il dovere di distinguere tra ipotesi e fatti dovrebbe diventare ancora più rigoroso.

Il problema non riguarda soltanto la reputazione di Graham, ma il modo in cui il dibattito pubblico americano tende sempre più spesso a costruire narrazioni nelle quali ogni elemento sembra confermare quello successivo, anche quando mancano collegamenti dimostrabili. Un incontro privato presunto diventa una possibile vulnerabilità, la vulnerabilità diventa il sospetto di un ricatto e il sospetto finisce per alimentare l'idea che decisioni politiche o informazioni riservate possano essere state condizionate da soggetti esterni. È una successione di ipotesi che può apparire convincente sul piano narrativo, ma che non sostituisce l'accertamento dei fatti.

Proprio per questo, il giornalismo dovrebbe assumersi la responsabilità di separare ciò che può dimostrare da ciò che può soltanto ipotizzare, evitando che la gravità delle accuse diventi un argomento sufficiente a sostenerne la veridicità. Le testimonianze meritano di essere ascoltate e sottoposte a verifica, soprattutto quando evocano possibili condotte illecite, ma il loro valore non aumenta automaticamente perché il protagonista della vicenda è stato un uomo potente, controverso o politicamente divisivo.

La morte di Lindsey Graham aggiunge a questa storia un elemento che non può essere ignorato. L'ex senatore non potrà contestare le dichiarazioni, fornire documenti alternativi, ricostruire i propri spostamenti o spiegare eventuali contraddizioni. Non potrà nemmeno decidere se affrontare pubblicamente la questione della propria vita privata, una scelta che dovrebbe appartenere a ogni individuo e che, nel suo caso, viene ormai compiuta da altri.

Questo non significa attribuirgli un'immunità postuma, perché sarebbe inaccettabile sostenere che la morte debba impedire qualsiasi indagine sulle responsabilità di chi ha esercitato il potere. Significa però riconoscere che la mancanza di un contraddittorio diretto rende ancora più importante il rigore delle verifiche, dal momento che il silenzio di una persona deceduta non può essere interpretato come una conferma delle accuse e l'impossibilità di ottenere una smentita non dovrebbe mai diventare un vantaggio per chi le formula.

Ma la questione più controversa emerge quando questa storia viene collegata alla candidatura di Darline Graham, sorella dell'ex senatore e oggi impegnata nella corsa per il seggio della South Carolina.

Dopo la morte di Lindsey, il governatore repubblicano Henry McMaster ha nominato Darline al Senato, con il sostegno di Donald Trump, affidandole il compito di completare il mandato del fratello. Una scelta che ha assunto immediatamente un significato politico e simbolico, perché Darline non era una figura di primo piano della politica elettiva e il suo ingresso a Washington è stato presentato anche come un modo per preservare l'eredità del senatore scomparso.

La candidatura di Darline può naturalmente essere contestata. Gli elettori hanno il diritto di domandarsi se possieda l'esperienza necessaria per rappresentare uno Stato, quali siano le sue posizioni sulle principali questioni nazionali e quanto il suo percorso politico sia autonomo rispetto a quello del fratello. Il fatto che abbia ottenuto un incarico di tale importanza attraverso una nomina, e che abbia successivamente deciso di chiedere un mandato elettorale, rende pienamente legittimo un confronto severo sulle sue competenze e sulla sua visione politica.

Ma una cosa è giudicare una candidata per ciò che propone e per le responsabilità che ha scelto di assumersi; un'altra è utilizzare presunte condotte private del fratello scomparso per metterne in discussione la credibilità.

Il progetto The Lindsey Graham Files richiama esplicitamente la candidatura di Darline tra le ragioni che renderebbero importante pubblicare il materiale raccolto. Gli autori sostengono che gli elettori debbano conoscere l'intera eredità politica di Lindsey Graham, proprio perché sua sorella si presenta come continuatrice di quella esperienza. È un argomento che contiene un elemento legittimo, perché chi rivendica una continuità politica deve essere pronto a confrontarsi con le scelte pubbliche di chi lo ha preceduto, ma che diventa assai più discutibile quando quella continuità viene estesa alla sfera personale e a presunte condotte che non riguardano direttamente la candidata.

Darline può essere chiamata a spiegare se condivide le posizioni legislative del fratello, se intende proseguirne l'orientamento in politica estera e quale ruolo attribuisce all'eredità repubblicana che rappresenta. Non può invece essere considerata responsabile di presunti incontri sessuali, di eventuali illeciti o di possibili violazioni della sicurezza nazionale che non le vengono attribuiti e dei quali non è stata dimostrata la sua conoscenza.

È una distinzione che dovrebbe essere elementare in qualunque ordinamento fondato sulla responsabilità individuale, ma che la competizione politica rischia continuamente di mettere in discussione, soprattutto quando un legame familiare offre la possibilità di costruire una narrazione emotivamente potente. Il cognome di Darline Graham può spiegare perché sia arrivata al Senato e perché una parte dell'elettorato repubblicano abbia deciso di sostenerla, ma non può diventare una condanna preventiva né trasformarla nella destinataria di accuse rivolte a una persona diversa.

Il rapporto tra Lindsey e Darline rende questa vicenda ancora più delicata. Dopo la morte dei genitori, avvenuta quando erano entrambi molto giovani, Graham assunse la responsabilità di crescere la sorella minore, diventandone il tutore legale e mantenendo con lei un legame profondo per tutta la vita. È una storia familiare conosciuta dagli elettori della South Carolina, spesso ricordata anche durante la carriera politica del senatore, e che oggi rischia di essere trascinata in una controversia nella quale il dolore della perdita si intreccia con la necessità di affrontare una campagna elettorale particolarmente difficile.

Non si tratta di sostenere che Darline debba essere sottratta alle critiche perché ha perso il fratello, né che il suo rapporto familiare costituisca una ragione per accordarle una particolare indulgenza politica. Al contrario, proprio perché chiede di rappresentare milioni di cittadini, deve accettare un confronto pubblico rigoroso sulle proprie capacità. Ma questo confronto dovrebbe riguardare lei, non diventare un processo indiretto a una persona che non è più in vita.

C'è una differenza profonda tra l'eredità politica e la responsabilità personale. La prima può essere rivendicata, discussa, criticata e persino respinta dagli elettori; la seconda non si trasmette attraverso i legami di sangue. Se Darline Graham sostiene le scelte legislative del fratello, è legittimo contestarle quelle scelte. Se ne difende le posizioni sulla politica estera, può essere chiamata a spiegarne le conseguenze. Ma nessuna di queste circostanze autorizza a considerarla responsabile della vita privata di Lindsey Graham o di accuse che, allo stato, rimangono prive di un accertamento definitivo.

La tempistica della pubblicazione contribuisce inevitabilmente ad alimentare il dibattito. Il documentario arriva a pochi giorni dal voto del 3 novembre, in una competizione che vede Darline Graham affrontare la democratica Annie Andrews e nella quale il Partito Repubblicano sta investendo risorse considerevoli per conservare un seggio tradizionalmente favorevole ai conservatori. È impossibile ignorare che una controversia di questa natura possa influenzare il clima politico, soprattutto quando riguarda una candidata la cui legittimazione pubblica è strettamente collegata alla figura del fratello.

Pubblicare un'inchiesta durante una campagna elettorale non costituisce di per sé un comportamento scorretto. Il giornalismo non dovrebbe essere costretto a sospendere il proprio lavoro in prossimità delle urne, soprattutto quando emergono elementi di autentico interesse pubblico. Ma proprio in queste circostanze diventa indispensabile distinguere l'obiettivo di informare da quello di orientare il consenso attraverso accuse che non hanno ancora ricevuto verifiche sufficienti.

Il punto non è stabilire se Lindsey Graham fosse un politico simpatico, se le sue posizioni fossero condivisibili o se la sua lunga carriera meritasse un giudizio positivo. Si può essere profondamente contrari alle sue idee, criticare il suo rapporto con Donald Trump, contestare le sue scelte sui diritti civili e giudicare negativamente il suo operato istituzionale senza per questo rinunciare al principio secondo cui le accuse devono essere dimostrate e le responsabilità devono rimanere personali.

Anzi, è proprio quando si parla di figure politiche che suscitano forti divisioni che questi principi dovrebbero essere difesi con maggiore convinzione, perché rispettare le garanzie di chi non condividiamo costituisce una prova molto più significativa della nostra coerenza rispetto a invocarle soltanto per coloro che appartengono al nostro schieramento.

La vicenda di Lindsey Graham pone dunque questioni differenti, che non dovrebbero essere confuse. Esiste un interesse pubblico a valutare la coerenza tra le posizioni legislative dell'ex senatore e la sua eventuale condotta privata, ma questo interesse non rende l'orientamento sessuale un elemento scandaloso. Esiste un interesse ancora maggiore ad accertare eventuali rapporti illeciti con un minorenne, ma una testimonianza deve essere verificata prima di trasformarsi in una conclusione. Esiste infine un interesse fondamentale a proteggere la sicurezza nazionale da possibili ricatti o divulgazioni di informazioni riservate, ma non sono disponibili prove pubblicamente accertate che dimostrino condotte di questo tipo da parte di Graham.

E poi esiste Darline, una candidata che deve essere giudicata per ciò che è, per ciò che propone e per ciò che intende fare al Senato, senza essere costretta a rispondere automaticamente di tutto ciò che viene attribuito al fratello.

In una democrazia matura, queste distinzioni non dovrebbero apparire particolarmente difficili. Eppure, il dibattito politico contemporaneo sembra sempre più attratto da narrazioni nelle quali la complessità viene sacrificata alla necessità di individuare un colpevole, costruire uno scandalo e trasformarlo rapidamente in uno strumento di mobilitazione. La ricerca della verità rischia così di essere subordinata alla sua utilità politica, mentre le persone coinvolte diventano figure di una rappresentazione nella quale conta soprattutto l'effetto prodotto sull'opinione pubblica.

Il 3 novembre gli elettori della South Carolina potranno decidere se affidare a Darline Graham un mandato pieno oppure scegliere Annie Andrews, valutando le proposte delle due candidate e il futuro che immaginano per il proprio Stato. Il risultato sarà legittimo indipendentemente da chi vincerà, ma non potrà stabilire retroattivamente la veridicità delle accuse rivolte a Lindsey Graham, né trasformare la sorella nella responsabile di comportamenti che non le appartengono.

La morte non cancella le responsabilità di chi ha esercitato il potere, né dovrebbe impedire alla verità di emergere, anche quando è scomoda, dolorosa o politicamente devastante. Ma una democrazia che pretende di giudicare i propri rappresentanti deve essere capace di distinguere le prove dai sospetti, le responsabilità personali dai legami familiari e il diritto di conoscere la verità dalla tentazione di trasformarla in uno strumento di vendetta politica.

Perché si può indagare sul passato di un uomo, contestarne le scelte, denunciarne le contraddizioni e persino metterne in discussione l'intera eredità politica, ma non si può pretendere che chi porta il suo stesso cognome debba rispondere di ciò che quell'uomo avrebbe eventualmente commesso. La responsabilità non si eredita, la colpa non si trasmette attraverso il sangue e nessuna parentela dovrebbe trasformarsi in una condanna.

Il 3 novembre gli elettori della South Carolina decideranno a chi affidare il proprio seggio al Senato, ma rimarrà una domanda alla quale nessuna vittoria elettorale potrà rispondere: che cosa resta della dignità della politica quando, pur di conquistare il potere, si arriva a chiedere ai vivi di rispondere delle presunte colpe dei morti, e a una sorella di pagare il prezzo di ciò che viene attribuito al fratello?

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Salvatore Stanizzi
Autore

Salvatore Stanizzi

Salvatore Stanizzi è giornalista pubblicista, pubblico impiegato e dottorando di ricerca. Visiting PhD Researcher alla London Business School e alumnus dell’Ambasciata USA, ha svolto esperienze presso Governo e AGCM, ricevendo un encomio.

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