Alle midterm i candidati democratici moderati hanno fatto in media un po' meglio di quanto ci si aspettava, mentre quelli più a sinistra hanno fatto un po' peggio, soprattutto negli Stati e nei distretti dove il partito parte svantaggiato. È il risultato di un'analisi dell'Economist, che ha messo a confronto il voto ottenuto da 60 candidati con quello che avrebbe preso un democratico qualsiasi nella stessa corsa.
Il dibattito tra le due anime del partito si è acceso subito dopo la vittoria di Abdul El-Sayed nella corsa al Senato in Michigan. Il mese scorso Alexandria Ocasio-Cortez aveva detto, in commenti finiti sul New York Times, che "se Abdul può vincere in Michigan, chiunque può vincere ovunque". El-Sayed, un candidato della sinistra più intransigente, ha vinto con sette punti di margine. I centristi hanno fatto notare che in uno Stato che non elegge un senatore repubblicano dal 1994 è un risultato modesto, nel mezzo di un'ondata democratica storica. Con le primarie presidenziali del 2028 all'orizzonte, una singola corsa non basta a dare ragione a nessuno dei due campi. Le altre 469 elezioni per il Congresso offrono però molti più dati.
Il modo in cui votano i parlamentari uscenti non basta a dire chi sia progressista e chi moderato, perché non rivela se chi si è discostato dalla linea del partito lo abbia fatto da sinistra o dal centro. Per chi non è ancora in carica i dati sono ancora meno. Su gran parte dei temi la maggioranza degli eletti democratici la pensa come El-Sayed, che si distingue soprattutto per le critiche a Israele e alla dirigenza del suo stesso partito.
Per non farsi influenzare dai risultati, l'Economist ha compilato le liste prima che venisse contato un solo voto. Tra i progressisti ha inserito 32 candidati di sinistra e in contrasto con la dirigenza del partito: chiunque fosse iscritto o sostenuto dai Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista-democratica americana, o da Justice Democrats, oltre ai candidati sostenuti dal gruppo progressista Our Revolution che avessero dimostrato di essere contro la dirigenza, per esempio sfidando un uscente alle primarie, chiedendo che il partito non intervenga nelle primarie o volendo un nuovo leader democratico al Senato. Tra i moderati ci sono invece i candidati legati alla Blue Dog Coalition, uno storico gruppo di democratici centristi, e i membri del Problem Solvers Caucus, un gruppo di moderati dei due partiti.
Anche misurare il rendimento di un candidato è complicato, perché con un'ondata nazionale così forte o in un distretto molto democratico vince anche chi è debole. Per tenerne conto l'Economist ha costruito un modello che stima il risultato in ognuno dei 358 distretti della Camera contesi in cui era stato scrutinato almeno l'80% dei voti. Il modello usa il voto delle elezioni precedenti, la presenza di un uscente, la demografia e le condizioni economiche per calcolare quanto avrebbe dovuto prendere un democratico generico. Ogni candidato è stato poi confrontato con questo riferimento.
I 39 moderati presi in esame hanno superato le attese di poco meno di un punto percentuale. I 21 progressisti le hanno mancate più o meno della stessa misura. La differenza cambia molto a seconda di dove si vota. Tutti gli otto progressisti che correvano in zone in cui Kamala Harris nel 2024 aveva preso meno del 55% dei voti sono rimasti sotto le attese, in media di 2,7 punti. Può sembrare poco, ma togliere 2,7 punti al vincitore in ogni Stato avrebbe cambiato l'esito di sei delle ultime sette elezioni presidenziali. Per i moderati vale il contrario: hanno fatto meglio del previsto soprattutto nelle zone che votano repubblicano.
Dove Harris era più debole i progressisti hanno fatto peggio del previsto
Ogni punto è un candidato democratico alla Camera o al Senato. In verticale lo scarto tra il voto ottenuto e quello che il modello dell’Economist prevedeva per un democratico qualsiasi nella stessa corsa, in orizzontale il voto a Harris nel 2024. In media i moderati hanno superato le attese di 0,8 punti, i progressisti le hanno mancate di 0,9.
Il modello dell'Economist assegnava a El-Sayed il 57,1% dei voti dei due partiti, lui ne ha presi il 53,6%. Tra i moderati che hanno superato di più le attese ci sono invece Jamie Ager nell'11° distretto della North Carolina, con oltre sette punti in più del previsto, Bobby Pulido nel 15° distretto del Texas e Brian Poindexter nel 7° dell'Ohio, entrambi sopra i sei punti. Nei distretti dove Harris aveva vinto largamente, i progressisti hanno ottenuto risultati in linea con le attese: Ocasio-Cortez nel 14° distretto di New York è rimasta a tre decimi di punto dal previsto.
A pesare di più sul risultato medio dei progressisti è stato Troy Jackson, entrato nella corsa al Senato in Maine solo a luglio, dopo che uno scandalo aveva costretto al ritiro il precedente candidato democratico. Jackson è comunque riuscito a battere Susan Collins, la senatrice che più di ogni altro aveva sempre ottenuto risultati superiori a quelli del suo partito. Secondo l'Economist, contro un repubblicano qualsiasi Jackson avrebbe probabilmente preso almeno cinque punti in più. Angie Nixon, che a sorpresa aveva vinto le primarie democratiche per il Senato in Florida, è arrivata a meno di tre punti dalla vittoria anche se il partito nazionale non ha speso nulla per la sua campagna.
Per l'Economist resta comunque logico che i candidati vadano meglio quando le loro posizioni sono in sintonia con l'elettorato del loro Stato o distretto. Le elezioni presidenziali si decidono di solito negli Stati dove l'elettorato è più vicino al centro. Per riconquistare la Casa Bianca, conclude l'analisi, un candidato sul modello dei Blue Dog avrebbe probabilmente più possibilità di uno sostenuto dai DSA.
