Il 13 febbraio Donald Trump aveva promesso che alle elezioni di metà mandato sarebbe stato obbligatorio presentare un documento al seggio, "che il Congresso lo approvi o meno". Il 3 novembre, però, in 14 Stati si è votato senza un obbligo generalizzato di identificazione. I democratici hanno vinto tutte le sfide per il Senato disputate in questi Stati, spesso con ampi margini, e hanno conquistato seggi anche dove il documento era già richiesto. A una prima lettura, questi risultati mettono in discussione l’idea che regole più restrittive, come quelle previste dal SAVE America Act, il disegno di legge sostenuto dal presidente, possano bastare a garantire una vittoria repubblicana.
La proposta di legge avrebbe reso obbligatorio presentare un documento con foto, come una patente, una carta d’identità statale o un passaporto, per votare alle elezioni federali. Salvo specifiche eccezioni, anche chi vota per posta avrebbe dovuto allegare alla scheda una copia del documento. In alternativa, avrebbe potuto indicare le ultime quattro cifre del proprio numero di previdenza sociale, dichiarando però sotto giuramento di non essere riuscito a procurarsi una copia del documento nonostante ragionevoli tentativi.
Il disegno di legge avrebbe inoltre richiesto la presentazione di un documento che attestasse la cittadinanza statunitense per iscriversi alle liste elettorali. La normativa federale vigente richiede invece attualmente solo di dichiarare di essere cittadini americani, con sanzioni penali previste in caso di dichiarazioni false. La Camera dei Rappresentanti, a maggioranza repubblicana, aveva approvato il testo l’11 febbraio con 218 voti favorevoli e 213 contrari: a sostenerlo erano stati tutti i repubblicani che avevano partecipato al voto e un unico esponente democratico. Al Senato, però, l’opposizione dei democratici ne ha bloccato l’iter.
Per superare il filibuster, lo strumento di ostruzionismo che consente alla minoranza di bloccare gran parte delle leggi al Senato, servono generalmente 60 voti. Prima delle elezioni di martedì, però, i repubblicani disponevano di soli 53 seggi. A marzo Trump aveva aumentato la pressione su di loro, promettendo di non firmare altre leggi finché il SAVE America Act non fosse stato approvato. Il 27 luglio aveva poi chiesto a John Thune, leader della maggioranza repubblicana al Senato, di trattenere i senatori a Washington fino all’approvazione del testo o, meglio ancora, all’abolizione del filibuster. Thune non ha però ceduto, ricordando che si erano già svolte 5 votazioni, tutte senza successo, sul provvedimento o su alcune sue disposizioni.
Sei seggi conquistati dove il documento è già richiesto
Per confrontare correttamente i risultati bisogna considerare le regole in vigore per queste elezioni, tenendole distinte dalle modifiche approvate dagli elettori nello stesso giorno. Secondo la classificazione di Ballotpedia precedente al voto, 36 Stati chiedevano agli elettori di presentare un documento al seggio: 24 richiedevano un documento con foto, mentre 12 accettavano anche documenti senza fotografia. Le eccezioni e le procedure alternative previste per chi ne era sprovvisto variavano da Stato a Stato.
Negli altri 14 Stati non era previsto un obbligo generalizzato di esibire un documento. L’identità degli elettori veniva verificata con altri strumenti, per esempio confrontando la firma con quella conservata negli archivi elettorali. Anche in questi Stati, tuttavia, alcune categorie di elettori, tra cui determinate persone che votavano per la prima volta, erano tenute a presentare un documento.
Sei dei sette seggi del Senato strappati dai democratici ai repubblicani si trovano però proprio negli Stati che già richiedevano un documento per votare. In North Carolina Roy Cooper ha battuto Michael Whatley con il 58,7% dei voti contro il 39,1%; in Texas James Talarico ha superato Ken Paxton con il 55,1% contro il 43%; in Ohio Sherrod Brown ha sconfitto il senatore uscente Jon Husted con il 50% contro il 45,2%. In Kansas Adam Hamilton ha battuto il senatore uscente Roger Marshall, mentre in South Carolina Annie Andrews ha sconfitto Darline Graham, nominata al Senato dopo la morte del fratello Lindsey. In Iowa, infine, Josh Turek ha conquistato il seggio lasciato libero da Joni Ernst, battendo la deputata repubblicana Ashley Hinson.
Al momento del voto, tutti questi Stati richiedevano un documento di identità con foto, con la sola eccezione dell’Iowa, dove erano ammessi anche documenti senza fotografia.
Alla elezioni per la Camera dei Rappresentanti emerge un quadro simile. In Iowa, dove tutti e quattro i deputati uscenti erano repubblicani, i democratici hanno conquistato tre seggi. In North Carolina, che richiedeva un documento con foto, l’avanzata democratica è stata ancora più marcata: nonostante i repubblicani avessero ridisegnato nel 2025 la mappa dei collegi a proprio vantaggio, i democratici si sono già assicurati 9 seggi su 14, contro i 4 ottenuti nel 2024. Le altre cinque sfide sono ancora in attesa di assegnazione.
Anche i repubblicani, naturalmente, hanno continuato a vincere in molti Stati con obblighi di identificazione. Negli Stati appartenenti a questo gruppo, i seggi del Senato già assegnati sono 13 per parte, con Alaska e Mississippi ancora in bilico nonostante i democratici siano favoriti per la vittoria finale in entrambi.
I margini democratici e ciò che dice lo studio
Nei 14 Stati senza un obbligo generalizzato di presentare un documento al seggio, i democratici hanno invece conquistato tutti e sette i seggi del Senato in palio. Secondo i conteggi ancora provvisori, il loro vantaggio è di circa 31 punti in Massachusetts, 27 in New Jersey, 26,5 in New Mexico, 23,7 in Illinois, 10,2 in Minnesota e tra 6 e 7 nel Maine, dove Troy Jackson ha battuto Susan Collins. In Oregon, i risultati ufficiali provvisori aggiornati al 6 novembre attribuiscono 994.222 voti al democratico Jeff Merkley e 684.962 al repubblicano David Brock Smith: un vantaggio di circa 17,8 punti percentuali, calcolato sul totale dei voti espressi per il Senato.
Un riferimento utile per valutare gli effetti di queste norme è lo studio di Enrico Cantoni e Vincent Pons, pubblicato nel 2021 sul Quarterly Journal of Economics. Analizzando i dati statunitensi dal 2008 al 2018, i due economisti non hanno riscontrato cali statisticamente significativi delle iscrizioni alle liste elettorali o della partecipazione al voto riconducibili alle leggi più restrittive sull’identificazione. Nel loro modello di analisi più rigoroso, l’effetto stimato sull’affluenza è una diminuzione di appena 0,1 punti percentuali, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra −3 e +2,8 punti: una stima compatibile sia con un calo sia con un aumento della partecipazione.
Occorre però distinguere tra l’identificazione al momento del voto e i requisiti per iscriversi alle liste elettorali. I risultati del 3 novembre comprendono sia i voti espressi al seggio sia quelli inviati per posta, mentre il SAVE America Act sarebbe intervenuto anche nella fase precedente, quella dell’iscrizione. Secondo il sito specializzato Votebeat, l’obbligo di presentare di persona i documenti che attestano la cittadinanza avrebbe di fatto impedito di completare la procedura interamente per posta o online. Lo studio di Cantoni e Pons non misura gli effetti di questo requisito, mai applicato su scala nazionale. Trump aveva tentato invano di introdurlo anche attraverso un ordine esecutivo, ma un giudice federale ne aveva bloccato le disposizioni relative alla prova di cittadinanza, definendole incostituzionali.
Dopo il voto, Trump si è comunque congratulato con i democratici e ha dichiarato di accettare i risultati. La legge che aveva presentato come una garanzia di vittoria repubblicana alle elezioni di metà mandato non è mai entrata in vigore, e stabilire in maniera definitiva quanto avrebbe inciso sull’esito del voto resta difficile. Un dato, però, è chiaro ed inequivocabile: negli Stati in cui l’obbligo di presentare un documento era già in vigore, i democratici hanno comunque conquistato seggi e ottenuto anche vittorie con ampi margini.
