La Corte Suprema degli Stati Uniti ha bloccato lunedì le nuove regole dell'amministrazione Trump sul voto per posta, che avrebbero cambiato il modo in cui milioni di americani ricevono la scheda a sette settimane dalle elezioni di midterm del 3 novembre. È una sconfitta pesante per il presidente, che sostiene da anni senza prove che il voto per corrispondenza sia pieno di brogli e ha detto che limitarlo aiuterebbe i repubblicani.
Le regole erano state adottate ad agosto dallo United States Postal Service, il servizio postale federale, su richiesta di Trump e sulla base di un ordine esecutivo firmato a fine marzo. Gli Stati avrebbero dovuto usare buste approvate dal servizio postale, con un codice a barre diverso per ogni elettore, e caricare su un nuovo portale online nomi, indirizzi e codici di tutti gli elettori autorizzati a votare per posta. Il servizio postale avrebbe consegnato le schede solo agli elettori presenti in quelle liste. Il portale però non era ancora operativo: lo aveva ammesso lo stesso servizio postale in un documento depositato in tribunale il 3 settembre.
La decisione è un'ordinanza di un solo paragrafo, non firmata, come succede di solito nei ricorsi d'urgenza. La maggioranza ha scritto che l'amministrazione ha poche probabilità di vincere nel merito il ricorso contro l'ingiunzione con cui la giudice federale Indira Talwani, in Massachusetts, aveva sospeso le regole. Di fatto, le nuove norme resteranno congelate per tutte le midterm.
Solo due giudici conservatori, Samuel Alito e Clarence Thomas, hanno espresso il loro dissenso. Non si sono opposti né i tre giudici nominati da Trump né il presidente della Corte John Roberts. Alito e Thomas sono da tempo i voti più affidabili per l'agenda del presidente: nell'anno giudiziario concluso a giugno sono stati gli unici giudici di nomina repubblicana a schierarsi con Trump sui dazi, sulla cittadinanza per nascita e sul licenziamento di un membro del consiglio della Federal Reserve, finendo in minoranza in tutti e tre i casi.
Nel suo dissenso di otto pagine, Alito ha scritto che il servizio postale ha un ampio potere di regolare la consegna della posta e ha paragonato i nuovi obblighi a quelli già esistenti, come scrivere l'indirizzo del destinatario o mettere il francobollo. Ha definito il ricorso degli Stati un "Hail Mary", l'espressione del football americano che indica un lancio disperato all'ultimo secondo. Ha detto di prendere sul serio le difficoltà pratiche segnalate dagli Stati, ma ha sostenuto che chi ha fatto causa porta "una parte sostanziale della colpa" per i tempi stretti. Alito ha criticato anche i suoi colleghi: la Corte ha impiegato da fine luglio a fine agosto per scrivere quasi 40 pagine di opinioni in una fase precedente del caso, mentre l'amministrazione voleva pubblicare le regole definitive tra inizio e metà agosto. Il servizio postale le ha poi pubblicate solo il 21 agosto.
Brett Kavanaugh, nominato da Trump, ha aggiunto un parere di un paragrafo in cui spiega il suo voto con la maggioranza. Secondo il giudice c'è "almeno una ragionevole possibilità" che le regole rientrino nei poteri del servizio postale, ma applicarle a queste elezioni sarebbe "arbitrario e capriccioso", perché i funzionari statali e locali non hanno il tempo per metterle in pratica.
Il calendario è stato l'argomento decisivo. North Carolina, Wisconsin, Alabama e Delaware hanno già iniziato a spedire le schede: in North Carolina ne sono partite circa 300.000. Più di dieci Stati le spediranno entro la fine della settimana e il Colorado inizierà tra circa due settimane a inviarne quattro milioni. Nel 2024 quasi un terzo degli americani ha votato per posta e alcuni Stati, come Colorado e Utah, votano quasi solo in questo modo. Secondo i funzionari elettorali, i fornitori impiegano normalmente dalle quattro alle otto settimane per produrre nuove buste, un tempo che con migliaia di amministrazioni in fila avrebbe potuto salire a 12-16 settimane, oltre il giorno del voto.
Contro le regole si erano schierati anche diversi repubblicani. I segretari di Stato, cioè i responsabili delle elezioni, di Kentucky, North Dakota, South Dakota, Georgia, New Hampshire e Kansas, insieme al vicegovernatore dello Utah, avevano chiesto alla Corte di non autorizzare cambiamenti così vicini al voto, scrivendo che applicare la regola ora avrebbe portato "quasi certamente a errori, ritardi e confusione". In Utah alcune contee avevano preparato piani di emergenza per rinunciare del tutto al voto per posta e distribuire le schede in centri allestiti apposta. Dodici Stati guidati dai repubblicani avevano invece sostenuto il piano dell'amministrazione, definendo le modifiche "di buon senso".
Sulle regole pesava anche la denuncia di un funzionario federale rimasto anonimo, resa pubblica dal senatore democratico Richard Blumenthal. Secondo il funzionario, il sistema era stato costruito in fretta e senza test adeguati. Il servizio postale aveva inoltre adottato una politica di "zero errori": se un solo codice a barre controllato a campione non corrispondeva ai dati del portale, poteva essere respinto un intero lotto di schede, che può contenerne decine di migliaia.
La segretaria di Stato del Colorado, la democratica Jena Griswold, ha commentato che "il tentativo di Trump di sabotare le elezioni del 2026 è fallito". Il procuratore generale della California Rob Bonta, che ha guidato la coalizione di una ventina di Stati che hanno fatto causa, ha detto che se la regola fosse entrata in vigore "le conseguenze sarebbero state catastrofiche". Griswold ha però aggiunto di temere che il presidente abbia già minato la fiducia degli elettori e stia preparando il terreno per contestare i risultati.
La battaglia legale non è finita. Il caso torna ora ai tribunali di grado inferiore, che dovranno decidere se le regole potranno essere applicate nelle elezioni future, comprese le presidenziali del 2028. Domenica un altro giudice federale, Carl Nichols, nominato da Trump nel primo mandato, aveva bloccato il piano con una sentenza separata, scrivendo che probabilmente va oltre i poteri che il Congresso ha dato al servizio postale.
È la seconda volta in meno di un mese che la Corte Suprema interviene sul caso. Il 24 agosto, con il dissenso dei tre giudici progressisti, aveva autorizzato per il momento il piano, ritenendo prematuri i ricorsi presentati prima che il servizio postale pubblicasse le regole definitive. Gli Stati e le associazioni per i diritti di voto sono tornati in tribunale subito dopo la loro pubblicazione. I giudici devono ancora decidere su un'altra richiesta dell'amministrazione, che vuole permettere agli Stati di usare un database del Dipartimento della Sicurezza interna per verificare la cittadinanza degli elettori, finora bloccato da due tribunali. Il Dipartimento di Giustizia ha inoltre fatto causa a 30 Stati per ottenere le liste elettorali complete di dati personali e ha perso 23 di questi processi.
