Il 10% degli elettori neri che nel 2024 avevano votato Donald Trump dice che a novembre voterà per i democratici, insieme al 7% degli ispanici e al 5% dei bianchi sotto i trent'anni. Sono le percentuali che spiegano perché la coalizione con cui il presidente è tornato alla Casa Bianca si sta sfaldando proprio nei gruppi che gli avevano consegnato la vittoria. I numeri arrivano da una ricostruzione dell'elettorato americano pubblicata dall'Economist, basata sulla modellizzazione statistica di 58.000 risposte a sondaggi condotti da YouGov dall'inizio del 2026 e su un archivio di 22 milioni di profili, ciascuno dei quali rappresenta un tipo di elettore definito da caratteristiche demografiche e storia di voto.
Trump aveva battuto Kamala Harris con un margine di 1,5 punti percentuali, contando su elettori scontenti della leadership democratica più che convinti dal Partito Repubblicano. La sua vittoria dipese soprattutto da giovani e minoranze etniche che, presi nel complesso, propendevano per Harris ma votarono repubblicano in numero molto maggiore rispetto alle elezioni precedenti. Nel 2015 Trump aveva promesso che avrebbe vinto "the Hispanic vote" (il voto ispanico) e l'anno successivo aveva previsto di conquistare il 95% del voto nero. Restò lontanissimo da quegli obiettivi, ma i suoi guadagni sembrarono comunque segnare una svolta, tanto che lui stesso parlò di un "historic realignment", un riallineamento storico.
Un elettore di Trump su cinque resterebbe a casa alle elezioni di metà mandato
Ogni pallino sono 100 profili di elettori. Le colonne dividono chi ha votato Harris, chi non ha votato e chi ha votato Trump nel 2024; il colore dice per chi voterebbero al Congresso a novembre.
Quei guadagni si stanno riassorbendo. I prezzi dei beni su cui giovani e minoranze spendono di più, a partire da cibo ed energia, sono saliti anche per effetto delle politiche del presidente. I dazi sono diventati il motivo di risentimento principale: secondo i sondaggi YouGov per l'Economist il 72% degli americani ritiene che abbiano fatto aumentare i prezzi e il 64% disapprova il modo in cui Trump sta gestendo la questione. Tra i giovani appartenenti a minoranze etniche le due quote salgono al 74% e al 71%.
Il calo dell'approvazione è stato più ripido tra elettori neri, ispanici e bianchi giovani che negli altri gruppi demografici, ed è tra loro che si concentrano gli elettori che più spesso dicono di essere pronti a passare ai democratici. Defezioni di queste dimensioni possono bastare a ribaltare la Camera, dove ai democratici serve guadagnare solo una manciata di seggi.
La guerra con l'Iran ha aggravato il quadro. Un sondaggio Economist/YouGov di agosto ha rilevato che il 57% degli elettori considera il conflitto un errore, contro il 25% che lo giudica la scelta giusta. A maggio, meno di tre mesi dopo l'inizio della guerra, l'indice di gradimento di Trump era sceso al livello più basso registrato per qualsiasi presidente da quando la rilevazione Economist/YouGov esiste (cioè dal 2009). Il calo si è concentrato tra gli elettori bianchi di mezza età, un gruppo tradizionalmente orientato a destra che oggi dà al presidente voti peggiori di qualunque momento del primo o del secondo mandato.
Le valutazioni del presidente sui singoli temi, misurate ad agosto, mettono in fila quasi soltanto risultati negativi. Il saldo peggiore riguarda la gestione dell'inflazione, intorno a meno 40 punti percentuali di differenza tra chi approva e chi disapprova, seguito dalla spesa pubblica, dai dazi, dall'economia e dall'Iran. Anche i temi su cui Trump regge meglio, immigrazione e criminalità, restano in territorio negativo, intorno a meno 10 punti.
Il malcontento però non si traduce automaticamente in voti democratici. Tra il quinto degli elettori di Trump che oggi disapprova il presidente, l'Economist stima che un terzo voterebbe comunque repubblicano, il 28% resterebbe probabilmente a casa e il 17% è ancora indeciso. La distinzione conta perché gli elettori bianchi di mezza età sono una quota particolarmente alta in molti dei collegi e degli Stati che i democratici sperano di conquistare. È la ragione per cui il partito è avanti di circa otto punti nelle intenzioni di voto per il Congresso, pur essendo il saldo di approvazione del presidente tra gli elettori registrati sotto di 19 punti. Gli americani giudicano sbagliate le priorità della Casa Bianca, ma non per questo cambiano schieramento.
Il controllo del Senato resta più incerto di quello della Camera. Per ribaltarlo i democratici devono guadagnare almeno quattro seggi, di cui almeno tre in Stati che Trump ha vinto nel 2024. Con meno seggi in palio e campagne che ruotano di più attorno alle singole personalità, le corse per il Senato dipendono in misura maggiore dalla forza dei candidati. In Stati che pendono a destra come Alaska, Iowa e Ohio i democratici dovranno convincere gli elettori delusi da Trump che considerano il loro partito ideologicamente estremo e debole su immigrazione e criminalità. Altri indicatori segnalano da settimane lo stesso rischio per i repubblicani.
Il voto è fissato per il 3 novembre e deciderà il controllo del Congresso per la seconda metà del mandato presidenziale. La coalizione che ha eletto Trump si è ridotta soprattutto tra gli elettori che due anni fa erano la sua novità, mentre lo zoccolo duro bianco e di mezza età, pur scontento, è meno disposto a passare dall'altra parte.
