A poco più di sessanta giorni dalle elezioni di metà mandato, Charlie Cook afferma che il presidente "ha ormai raggiunto una massa critica di problemi", tali da spingere il voto "in un territorio in cui la mappa del 2026 e il numero ridotto di collegi e seggi contendibili non dovrebbero consentire" al Partito Repubblicano "di mantenere la maggioranza". Cook ha aggiunto che la portata del fenomeno è maggiore di quanto lui stesso si aspettasse. L'osservazione pesa perché arriva dal fondatore del Cook Political Report, una delle testate di analisi elettorale più seguite da entrambi i partiti, e perché mette in discussione l'argomento con cui i repubblicani si sono rassicurati per un anno: il clima nazionale è ostile, ma il ridisegno dei collegi dovrebbe limitarne i danni.
I numeri di partenza sono quelli che i repubblicani conoscono bene. L'indice di gradimento di Donald Trump resta sotto il 40% nella media di RealClearPolitics, con risultati ancora peggiori sulla gestione dell'economia, della guerra in Iran e dell'inflazione. Nel cosiddetto "generic ballot", che misura quale partito gli elettori preferirebbero votare al Congresso senza indicare i nomi dei candidati, i democratici sono avanti di 5,7 punti. L'unica rilevazione fuori dal coro è quella di Harvard-Harris, che assegna ai repubblicani un vantaggio di 2 punti; tutte le altre collocano invece i democratici avanti tra 5 e 11 punti.
Il margine è inferiore a quello con cui i democratici hanno vinto alle elezioni del 2018, quando la media finale li dava a +7,3 e il voto popolare si chiuse con un vantaggio di 8,4 punti e oltre 40 seggi conquistati alla Camera. Le condizioni, però, sono diverse in entrambe le direzioni, come osserva W. James Antle III, analista del Washington Examiner. Allora i repubblicani difendevano 25 collegi vinti da Hillary Clinton nel 2016, mentre oggi ne controllano soltanto 8 conquistati da Kamala Harris nel 2024, ed i democratici ne difendono 23 vinti da Trump.
In compenso, la maggioranza repubblicana è molto più fragile. Dopo il giuramento della deputata Aisha Wahab il 2 settembre, i repubblicani controllano solo 218 seggi contro i 214 dei democratici, con 2 posti vacanti. Alla Camera dei Rappresentanti siede inoltre un unico deputato indipendente, Kevin Kiley, che per mantenere i propri incarichi nelle Commissioni di cui fa parte è formalmente affiliato alla conferenza repubblicana e ha chiesto di modificare il regolamento per rendere superfluo questo passaggio. Per ribaltare la maggioranza alla Camera, in altre parole, ai democratici non serve affatto un'onda.
Al Senato la strada è molto più stretta
Al Senato il calcolo è opposto. Dando per scontato che mantengano tutti i propri seggi, ai democratici servono almeno 4 vittorie in Stati che Trump ha conquistato nel 2024, in alcuni casi con margini a doppia cifra. In North Carolina i democratici sono nettamente avanti dopo il ritiro del senatore Thom Tillis, con l'ex governatore Roy Cooper contrapposto all'ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano Michael Whatley. In Georgia, uno Stato che inizialmente i repubblicani consideravano una delle loro migliori occasioni di conquista al Senato, Jon Ossoff è avanti di 7,5 punti e supera il 50% nella media di RealClearPolitics contro Mike Collins.
I margini sono molto più ridotti in Alaska, Ohio e Texas, dove il nostro modello ha recentemente spostato le stime in direzione dei democratici. In Iowa, invece, in vantaggio restano i repubblicani, anche se in maniera contenuta.
Questo quadro ha però un rovescio della medaglia. Il sondaggista repubblicano Patrick Ruffini ha mostrato che, negli ultimi quattro cicli elettorali, i sondaggi estivi sulle corse per il Senato hanno avuto la tendenza a sovrastimare i democratici. Ciò lascia aperta la possibilità che, con l'avvicinarsi del voto, gli Stati più conservatori tornino a seguire i loro orientamenti abituali. I democratici, inoltre, non hanno ancora messo al sicuro Michigan, New Hampshire e Minnesota. In Maine, in particolare, Susan Collins resta competitiva dopo la sostituzione in corsa del candidato democratico, in uno Stato dove 6 anni fa ottenne un risultato molto migliore di quello indicato dai sondaggi.
Del resto, il Senato ha resistito anche all’ondata democratica del 2018: mentre il Partito Democratico ha conquistato agevolmente la maggioranza alla Camera, i repubblicani sono riusciti addirittura ad ampliare di 2 seggi la propria maggioranza al Senato. Nel 2022 si è verificato quasi il contrario: i democratici hanno guadagnato un seggio al Senato, pur perdendo il controllo della Camera.
Quando il redistricting non basta più
La strategia repubblicana per contraddire una tradizione storica — le elezioni di metà mandato tendono quasi sempre a penalizzare il partito del presidente in carica, soprattutto se così impopolare — poggia su 3 pilastri: il ridisegno dei collegi a metà decennio, la superiorità finanziaria e la capacità di riportare alle urne gli elettori di Trump anche quando il suo nome non compare sulla scheda.
Il punto è capire fino a che punto questi presunti vantaggi strutturali possano reggere di fronte a un deterioramento così marcato del clima politico nazionale per il presidente Trump. Se i democratici riuscissero davvero a conquistare 4 seggi al Senato in Stati normalmente favorevoli ai repubblicani, vorrebbe dire che il quadro politico è cambiato abbastanza da rendere competitive anche Stati che, all’inizio della campagna, nessuno dei due partiti considerava prioritari.
In uno scenario del genere, i 21 seggi della Camera indicati da Mike Johnson come terreno decisivo e come motivo di fiducia per i repubblicani rischierebbero di rappresentare non il limite massimo delle loro perdite, ma soltanto il punto di partenza.
