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Indagini, veti e divisioni interne: i piani dei Dem per sfidare Trump dopo le midterm
Joyce Boghosian, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA
Politica interna 7 min di lettura

Indagini, veti e divisioni interne: i piani dei Dem per sfidare Trump dopo le midterm

Inchieste sugli affari della famiglia Trump, leggi contro dazi e guerra in Iran, l'impeachment di Hegseth. Ma su leadership, sinistra e Israele il partito resta diviso.

Indagini sugli affari della famiglia Trump, voti per cancellare i dazi e fermare la guerra in Iran, la messa in stato d'accusa del segretario alla Difesa Pete Hegseth al posto di quella del presidente. Sono i piani dei democratici dopo la vittoria alle midterm, ricostruiti dal Time con le interviste a più di venti tra dirigenti, strateghi e parlamentari del partito. Dietro i piani ci sono però divisioni ancora aperte: quanto spostarsi a sinistra, quale messaggio economico usare per riconquistare gli elettori persi nel 2024 e con quanta durezza affrontare il presidente.

Mercoledì mattina i democratici avevano strappato ai repubblicani almeno 29 seggi della Camera (anche in distretti in bilico di Pennsylvania, Colorado e Virginia) e avevano conquistato il Senato vincendo in stati profondamente repubblicani come Texas, South Carolina, Kansas e Iowa. Hakeem Jeffries, il leader dei democratici alla Camera, dovrebbe diventare il primo Speaker afroamericano, cioè il primo presidente nero della Camera. "L'America è tornata", ha detto alla festa elettorale a pochi passi dal Campidoglio, mentre la sala scandiva "Speaker Jeffries". Chuck Schumer, il leader dei democratici al Senato, ha detto al suo staff che "il sollievo sta arrivando".

Per la prima volta dal ritorno di Trump a Washington, i democratici potranno decidere l'agenda di entrambe le camere, convocare i funzionari dell'amministrazione a testimoniare, indagare sulle accuse di corruzione, costringere i repubblicani a voti scomodi e bloccare le nomine di ministri e giudici federali. Il deputato californiano Ted Lieu, vicepresidente del gruppo democratico alla Camera, ha paragonato il momento al 2018, quando il partito conquistò la Camera durante il primo mandato di Trump, ma in una versione ancora più forte. I due anni successivi a quel voto furono segnati da un lungo shutdown (la chiusura delle attività del governo federale per mancanza di fondi) e da due procedure di impeachment.

Le indagini parlamentari saranno il primo fronte. A settembre, in una riunione a porte chiuse dei deputati democratici, il deputato del Maryland Jamie Raskin aveva fornito la formula che è diventata il messaggio finale della campagna: "Responsabilità e costo della vita non sono un bivio per noi. Sono due facce della stessa medaglia". L'idea è collegare il più possibile le inchieste alle difficoltà economiche degli americani.

Raskin, ex professore di diritto costituzionale che aveva sostenuto l'accusa nel secondo impeachment di Trump, dovrebbe diventare presidente della commissione Giustizia della Camera. Il californiano Robert Garcia dovrebbe guidare la commissione di Vigilanza sull'operato dell'amministrazione. Mentre arrivavano i risultati, Garcia ha scritto sui social "trovatevi un avvocato". Al Senato avranno un ruolo centrale la commissione Giustizia (che dovrebbe essere presieduta da Sheldon Whitehouse) e la sottocommissione permanente d'inchiesta di Richard Blumenthal. Le commissioni stanno assumendo diverse decine di avvocati e collaboratori.

Secondo i collaboratori delle commissioni sentiti dal Time, le inchieste riguarderanno gli affari di Trump con le criptovalute, la vendita da parte di Truth Social, il social network del presidente, di un accesso anticipato ai suoi post capaci di muovere i mercati, l'aereo presidenziale di lusso regalato dal Qatar e le accuse secondo cui donatori e alleati avrebbero ottenuto esenzioni dai dazi o altri favori in cambio di contributi ai progetti di Trump, come la nuova sala da ballo della Casa Bianca, o ai comitati elettorali vicini a lui. I democratici chiederanno anche i documenti sull'uso dei chatbot di intelligenza artificiale da parte del presidente: secondo un'inchiesta del Time, Trump aveva consultato Grok, il chatbot di Elon Musk, prima del blitz di gennaio che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro.

Nel mirino ci sono anche Jared Kushner, genero del presidente, per i possibili conflitti di interessi legati al suo ruolo nei negoziati in Medio Oriente e ai rapporti del suo fondo con i paesi del Golfo. I democratici vogliono anche capire se 1789 Capital, la società di investimento di cui Donald Trump Jr. è socio, abbia tratto vantaggio dai suoi legami politici. Una delle aziende in cui ha investito, Vulcan Elements, ha ottenuto un prestito da 620 milioni di dollari dal Pentagono pochi mesi dopo. Tutti gli interessati negano qualsiasi irregolarità.

Jeffries non ha escluso un terzo impeachment di Trump, la messa in stato d'accusa che la Camera vota a maggioranza ma che per rimuovere il presidente richiede una condanna con i due terzi dei voti del Senato. Molti democratici però lo considerano un vicolo cieco, proprio perché quella maggioranza al Senato è irraggiungibile. "Dobbiamo vedere a che punto è il paese", ha detto al Time il senatore californiano Adam Schiff. Secondo un sondaggio di NBC News di ottobre, una leggera maggioranza degli elettori è favorevole a un nuovo impeachment. Il deputato californiano Ro Khanna, che valuta una candidatura alla presidenza nel 2028, prevede che "lo chiederà anche la base". Per ora il partito sembra orientato verso un compromesso: l'impeachment di Hegseth, che rischia la messa in stato d'accusa per operazioni militari non autorizzate in Iran, Yemen, nei Caraibi e nel Pacifico orientale, per uccisioni extragiudiziali e per la cattura di Maduro. Secondo Adam Smith, che dovrebbe tornare a presiedere la commissione Forze armate della Camera, colpire Hegseth invece di Trump potrebbe convincere abbastanza senatori repubblicani a votare con i democratici.

Nella prima settimana del nuovo Congresso, i democratici della Camera vogliono approvare leggi per cancellare i dazi del presidente, ripristinare i sussidi scaduti per le assicurazioni sanitarie dell'Affordable Care Act (la riforma sanitaria di Barack Obama) e annullare i tagli da mille miliardi di dollari a Medicaid, il programma sanitario pubblico per le persone a basso reddito. Presenteranno anche una risoluzione che obbliga Trump a chiudere la guerra in Iran o a chiedere al Congresso l'autorizzazione a proseguirla. "Se riusciamo a ribaltare almeno una delle due cose, sarebbe tantissimo", ha detto al Time Brendan Boyle, futuro presidente della commissione Bilancio della Camera, riferendosi ai dazi e alla guerra.

Gran parte di questo programma ha poche possibilità di diventare legge. Al Senato i democratici potrebbero usare la riconciliazione, una procedura di bilancio che permette di approvare misure fiscali e di spesa a maggioranza semplice, senza raggiungere i 60 voti necessari per superare l'ostruzionismo della minoranza. Ma ogni legge deve comunque essere firmata dal presidente e per superare il suo veto servono anche voti repubblicani. Trump si è già dato il soprannome di "Mr. Veto" e a ottobre ha detto ai giornalisti che con un Congresso democratico avrebbe posto il veto "su tutto", aspettando che gli avversari andassero da lui a chiedere come ottenere qualcosa. Il Congresso ha già approvato risoluzioni non vincolanti per fermare le operazioni militari in Iran, che il presidente ha ignorato. "Non abbiamo un interruttore per spegnerla", ha detto Smith.

Per molti democratici, soprattutto nell'ala progressista, lo scontro vale anche senza risultati legislativi. Il gruppo dei New Democrats, la corrente di centrosinistra, propone di concentrarsi su cinque voci di spesa: alimentari, casa, sanità, energia e assistenza familiare. Il gruppo progressista vuole finanziare gli asili nido, aiutare chi compra la prima casa e alzare la retribuzione degli straordinari. "Ogni settimana dovremmo approvare proposte chiare e coraggiose per abbassare i prezzi e aumentare gli stipendi", ha detto il texano Greg Casar, presidente del gruppo progressista. Schiff ha spiegato che anche i veti di Trump servono a mostrare al paese le priorità del partito in vista della Casa Bianca nel 2028. È la strategia del 2006, quando i democratici conquistarono il Congresso con un presidente repubblicano impopolare: "Tutto quello che facemmo fu bloccato da George W. Bush e poi appendemmo quell'ostruzionismo al collo dei repubblicani in vista del 2008", ha ricordato Jaime Harrison, ex presidente del Comitato nazionale democratico.

La prima prova di unità sarà l'elezione dei leader. Al Senato la vittoria rafforza Schumer, che a marzo 2025 era stato invitato a farsi da parte per aver aiutato i repubblicani ad approvare una legge di finanziamento che evitava lo shutdown. "Se porti a casa il risultato e ci porti alla vittoria, meriti di restare", ha detto al Time il senatore dell'Arizona Ruben Gallego, che riconosce a Schumer il merito di aver reclutato i candidati che hanno strappato seggi ai repubblicani e di aver tenuto unito il gruppo contro i tagli a Medicaid. Danny Weiss, ex capo dello staff della ex Speaker Nancy Pelosi, ha detto che il 75enne Schumer potrebbe essere sfidato in un momento in cui si chiede una leadership più giovane, "ma di solito si viene premiati per una vittoria miracolosa".

Alla Camera il sostegno a Jeffries è ampio ma non profondo. I deputati si riuniranno il 3 gennaio per eleggere lo Speaker e alcuni lo considerano troppo prudente. A differenza del repubblicano Mike Johnson, che dopo la sconfitta ha rinunciato a guidare il suo partito alla Camera, Jeffries dovrebbe avere una maggioranza abbastanza ampia da approvare leggi anche senza il voto di tutte le correnti. I cinque nuovi deputati socialisti, tra cui Darializa Avila Chevalier, Chris Rabb e Claire Valdez, si coordinano dall'estate e discutono quali concessioni chiedere in cambio del loro voto. Valdez li chiama per ora "il blocco". Insieme ai progressisti già eletti potrebbero chiedere voti sulla sanità pubblica universale (Medicare for All), sull'abolizione dell'ICE (l'agenzia federale per l'immigrazione) e sullo stop alla vendita di armi a Israele.

Israele è il tema più delicato per Jeffries, sostenitore storico dello Stato ebraico con una comunità ortodossa nel suo distretto di Brooklyn: nell'ultimo anno quasi metà dei deputati democratici ha votato per tagliare gli aiuti al paese. Lo scontro su Israele tra i candidati al Senato del Michigan Abdul El-Sayed e Haley Stevens, che alla fine ha appoggiato il repubblicano, ha mostrato quanto la divisione sia profonda.

A settembre, dopo che i centristi Jared Golden e Marie Gluesenkamp Perez avevano votato contro il partito su una questione procedurale, la squadra di Jeffries aveva proposto di punire chi vota contro le regole procedurali del proprio gruppo togliendogli posti in commissione o incarichi interni. Un'altra proposta legava la carriera nel gruppo ai contributi versati al comitato elettorale dei democratici per la Camera. I progressisti l'hanno letta come un tentativo di accentrare il potere proprio mentre arriva una nuova generazione di deputati di sinistra. "Trovo che sia assurdo", ha detto la neodeputata Melat Kiros, eletta a Denver con il sostegno dei Democratic Socialists of America.

Nei sondaggi i democratici restavano impopolari anche prima del voto e le loro ultime vittorie si devono al malcontento verso i repubblicani più che all'entusiasmo per il partito, che ora rischia di non soddisfare le aspettative create in campagna elettorale. "Temo davvero che scambieremo la vittoria per un'investitura nei nostri confronti o per un'America che si è innamorata dei democratici", ha detto al Time il deputato del Connecticut Jim Himes. Il senatore del New Jersey Cory Booker ha avvertito che concentrarsi solo su Trump farebbe perdere l'occasione: "Dobbiamo occuparci dei problemi degli americani". Gallego è stato ancora più diretto: se il partito sbaglia, quegli elettori torneranno ai repubblicani nel 2028.

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