Potrebbero servire fino ad alcune settimane per sapere chi controllerà il Senato dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Diverse sfide sono molto combattute e in alcuni Stati le regole elettorali allungano i tempi dello scrutinio, avverte infatti Axios. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune e quello della minoranza democratica Chuck Schumer potrebbero quindi dover attendere buona parte di novembre per conoscere gli equilibri finali del prossimo Congresso.
L’esito influenzerà anche le ultime settimane della legislatura uscente, prima dell’insediamento del nuovo Congresso a gennaio. Se i repubblicani dovessero mantenere il controllo del Senato, Thune avrebbe meno urgenza di far confermare le nomine presidenziali. Una vittoria democratica al Senato rafforzerebbe invece il potere negoziale di Schumer nella sessione di fine legislatura, la cosiddetta lame duck. Nel caso di un risultato di parità con 50 seggi per parte, i repubblicani conserverebbero il controllo del Senato grazie al voto decisivo del vicepresidente JD Vance. In tal caso i leader dei due partiti dovrebbero comunque negoziare le regole organizzative del Senato, a partire dal funzionamento delle Commissioni.
I quattro Stati che potrebbero prolungare l’attesa
In Alaska il senatore repubblicano Dan Sullivan affronta l’ex deputata democratica Mary Peltola. Per avere risultati definitivi potrebbero servire settimane: pesano le difficoltà di trasporto in uno Stato così vasto, i tempi di ricezione delle schede postali e il voto a preferenze ordinate, o ranked choice voting. Con questo sistema, gli elettori indicano, infatti, i candidati in ordine di preferenza. Se nessuno dei candidati ottenesse la maggioranza assoluta al primo scrutinio, si elimina il candidato meno votato e si trasferiscono i suoi secondi voti ai candidati ancora in corsa, seguendo le preferenze successive indicate sulle schede. Il procedimento continua finché uno dei candidati supera il 50% dei voti rimasti validi e viene eletto.
Il Dipartimento della Giustizia dell’amministrazione Trump ha inoltre intentato una causa per ottenere il rinvio della certificazione nell’eventualità che Sullivan perda e i voti raccolti da un candidato omonimo risultino potenzialmente decisivi. Il Dipartimento sostiene che la presenza sulla scheda di Daniel J. Sullivan Jr. possa confondere gli elettori e chiede di poter verificare se alcuni voti a lui attribuiti fossero invece destinati al senatore uscente.
Ma anche il Maine usa il voto a preferenze ordinate. Se né la senatrice repubblicana Susan Collins né il candidato democratico Troy Jackson dovessero ottenere la maggioranza assoluta al primo scrutinio, anche qui saranno necessari ulteriori conteggi, con un possibile allungamento dei tempi.
In Kansas, invece, saranno conteggiate anche le schede inviate per posta entro il giorno delle elezioni, come attestato dal timbro postale, purché arrivino agli uffici elettorali entro l’ultimo giro di consegna della posta di venerdì 6 novembre. Come conferma l’ufficio del Segretario di Stato, un tribunale ha imposto di accettare queste schede nonostante la legge statale preveda la ricezione entro la chiusura dei seggi. La Corte d’Appello ha poi respinto la richiesta di sospendere il provvedimento anche per le elezioni generali. L’attesa delle schede potrebbe ritardare l’esito del risultato della sfida tra il senatore repubblicano Roger Marshall e il democratico Adam Hamilton, se dovesse risultare molto più combattuta del previsto.
In Texas, invece, potrebbe essere un riconteggio a prolungare l’incertezza. Un candidato può richiederlo se il distacco è inferiore al 10% dei voti ottenuti dal vincitore. Secondo Axios, è uno scenario probabile nella corsa tra il Procuratore Generale dello Stato, il repubblicano Ken Paxton, e il deputato statale democratico James Talarico. Chi chiede il riconteggio deve però sostenerne i costi e versare un deposito prima dell’avvio delle operazioni.
Le scadenze di fine legislatura
Qualunque sia il risultato delle elezioni di martedì, il Congresso uscente dovrà affrontare una fitta agenda prima della fine dell’anno. La scadenza principale è l’11 dicembre, quando termineranno i finanziamenti previsti dalla legge di spesa provvisoria. Per evitare un’interruzione delle attività federali servirà un nuovo provvedimento. Sul tavolo ci sono anche stanziamenti d’emergenza per la Difesa e un possibile aumento del tetto del debito.
Tra gli altri dossier figurano il National Defense Authorization Act, la legge annuale che autorizza programmi e spese per la Difesa e ne definisce gli indirizzi, il Farm Bill, il pacchetto legislativo sull’agricoltura e la riforma delle procedure per autorizzare opere e infrastrutture. Restano inoltre da decidere il rinnovo della sezione 702 del FISA, che consente, a determinate condizioni, la sorveglianza senza mandato individuale di persone non statunitensi all’estero, e le conferme delle nomine presidenziali ancora in attesa del voto del Senato.
Il Congresso prevede attualmente di sospendere i lavori per le feste il 18 dicembre. Se però i repubblicani dovessero perdere la maggioranza sia alla Camera che al Senato, il senatore repubblicano dell’Ohio Bernie Moreno ha già fatto sapere che vorrebbe tenere i colleghi a Washington anche durante le festività, Giorno del Ringraziamento e Natale compresi, per approvare un ampio pacchetto di leggi con i soli voti repubblicani prima che sia troppo tardi, attraverso la cosiddetta ìprocedura di riconciliazione di bilancio.
Questo meccanismo procedurale consente di approvare determinate misure fiscali e di spesa a maggioranza semplice al Senato, evitando così la soglia dei 60 voti normalmente necessaria per superare l’ostruzionismo (filibuster) dell'opposizione e quindi, se i repubblicani restassero compatti, approvare leggi di spesa senza il sostegno democratico. "Immagino che quest’anno sia una possibilità", ha ammesso ai giornalisti la senatrice repubblicana del Wyoming Cynthia Lummis martedì 27 ottobre, riferendosi all’ipotesi di lavorare a Washington durante la pausa festiva.
