Gli elettori americani che non sopportano né i democratici né i repubblicani, circa un quinto del totale, dicono che alle elezioni di metà mandato di novembre, quando si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, voteranno in maggioranza per i democratici: 55% contro il 29% dei repubblicani, un vantaggio di 26 punti. Lo scrive il sondaggista G. Elliott Morris in un'analisi pubblicata sulla sua newsletter Strength In Numbers, secondo cui questo gruppo di scontenti vale da solo circa l'80% del vantaggio nazionale del partito.
Morris, insieme all'istituto demoscopico Verasight, ha chiesto a giugno a 2.000 americani di dare un voto da 0 a 100 a entrambi i partiti su un "termometro dei sentimenti", dove 0 indica totale freddezza e 100 piena simpatia. Circa un elettore registrato su cinque ha dato a entrambi un voto sotto il 50: sono i cosiddetti double haters, i "doppi odiatori" di cui gli analisti americani discutono da anni. Tra tutti gli altri elettori i democratici sono avanti di appena 2 punti, mentre nel complesso il partito è avanti di circa 7 punti nel cosiddetto generic ballot, la domanda su quale partito si voterebbe per il Congresso, un vantaggio che in altre rilevazioni arriva a 10 punti. Il grosso del margine democratico viene quindi proprio dagli scontenti.
A maggio il Pew Research Center, uno dei principali istituti di ricerca americani, aveva rilevato che il 26% degli adulti ha un'opinione negativa di entrambi i partiti, la quota più alta in oltre trent'anni di rilevazioni e più di quattro volte quella del 1994. Negli ultimi cicli elettorali questo tipo di elettore aveva premiato Donald Trump: nel 2016 e nel 2024 il presidente ha vinto con margini a doppia cifra tra chi aveva un'opinione negativa sia di lui sia dei suoi avversari, secondo gli exit poll, e li aveva conquistati anche nel 2020, quando però erano una fetta molto più piccola dell'elettorato. La definizione usata allora era leggermente diversa, basata sul giudizio sui candidati alla presidenza anziché sui partiti.
I doppi odiatori non sono simpatizzanti democratici nascosti nei dati. Alle presidenziali del 2024 il gruppo si era diviso: il 40% dice di aver votato per Kamala Harris, il 29% per Trump, il 15% per un altro candidato (una quota quattro volte superiore alla media) e il 16% non è andato a votare. Solo il 19% si definisce democratico e il 18% repubblicano, mentre il 64% si dice indipendente o senza partito.
Il 55% a favore dei democratici significa quindi che molti stanno cambiando campo. Tra i doppi odiatori che nel 2024 votarono Trump, il 71% resta con i repubblicani, ma circa uno su otto è passato ai democratici; tra quelli che votarono Harris la fedeltà è al 90% e solo il 4% si sposta a destra. Il gruppo decisivo è però quello dei non allineati: il 31% dei double haters nel 2024 votò per un terzo candidato o rimase a casa e oggi questi elettori scelgono i democratici 51 a 23. Chi era rimasto a casa due anni fa si sta spostando nettamente a sinistra, una tendenza che altre ricerche hanno rilevato nelle ultime settimane. Più l'avversione è intensa, più il fenomeno si accentua: restringendo la definizione a chi dà a entrambi i partiti un voto sotto il 40, il vantaggio democratico sale a 28 punti; sotto il 30 arriva a 32.
Il profilo di questi elettori è più giovane della media, con un'età mediana di 42 anni contro i 53 degli altri, e più maschile (55%). Dal punto di vista ideologico sono un gruppo misto: il 37% si definisce moderato, il 40% progressista e il 23% conservatore. Il 61% pensa che il Paese vada male e abbia bisogno di cambiamenti profondi e dirompenti, contro il 50% della media. E sono molto ostili al presidente: l'80% disapprova il suo operato, il 62% con forza, e sul termometro da 0 a 100 gli danno in media un voto di 20.
La spinta verso i democratici non nasce dalla simpatia: sul termometro il partito prende in media 22, contro il 16 dei repubblicani. Un indizio arriva da un'altra domanda del sondaggio: il 77% dei doppi odiatori pensa che dal secondo mandato di Trump abbiano tratto beneficio soprattutto i ricchi e le grandi aziende anziché il cittadino medio; il 60% ritiene che ne abbiano beneficiato molto di più. È una convinzione diffusa anche nel resto della popolazione (62%), ma tra gli scontenti è più intensa. Le loro priorità sono invece simili a quelle della media: il 36% indica prezzi e inflazione come principale problema del Paese, il 15% lavoro ed economia, il 13% elezioni e democrazia.
Morris propone due letture. La prima è che questi elettori, meno legati emotivamente ai partiti, votino in modo più "razionale" guardando ai risultati: quando l'economia va male puniscono chi governa. I dati sembrano confermarlo: il 46% si fida più dei democratici per affrontare i problemi principali del Paese, contro il 25% che si fida dei repubblicani. La seconda è che votino sistematicamente contro il partito che controlla la Casa Bianca: scelsero Trump nel 2016 e nel 2024, quando governavano i democratici, e ora votano contro i repubblicani. In ogni caso il gruppo non va ignorato: due terzi dicono che andrebbero sicuramente a votare se le elezioni si tenessero oggi, compresi molti di quelli che nel 2024 rimasero a casa.
