Gli Stati Uniti hanno colpito nella notte tra martedì 7 e mercoledì 8 luglio più di 80 obiettivi militari in Iran e hanno reintrodotto le sanzioni sul petrolio iraniano, in risposta agli attacchi contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz attribuiti a Teheran. L'Iran ha reagito lanciando missili e droni contro 85 installazioni militari americane in Bahrein e Kuwait. È l'escalation più grave dalla firma del memorandum d'intesa del 17 giugno, con cui Washington e Teheran avevano messo fine alla guerra iniziata il 28 febbraio con l'offensiva americano-israeliana contro l'Iran.
Nelle 24 ore precedenti tre navi erano state colpite mentre attraversavano lo stretto, tra cui la petroliera saudita Wedyan e la nave gasiera qatariota Al-Rekayyat. Qatar e Arabia Saudita hanno attribuito gli attacchi alle forze iraniane, che non li hanno rivendicati. Il Qatar ha convocato il diplomatico iraniano a Doha per protestare e ha chiesto a Teheran di cessare "immediatamente" ogni pratica che minacci la sicurezza regionale e la navigazione internazionale.
Il Centcom, il comando militare americano per il Medio Oriente, ha detto di aver colpito sistemi di difesa antiaerea, reti di comando e sorveglianza, radar costieri, postazioni di missili antinave e più di 60 piccole imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione, il principale corpo militare del regime iraniano, nello stretto e nelle sue vicinanze. L'obiettivo dichiarato è ridurre la capacità dell'Iran di continuare ad attaccare il commercio internazionale. Esplosioni sono state segnalate a Sirik, Qeshm e Bandar Abbas, oltre che sull'isola di Kharg, uno snodo vitale per le esportazioni petrolifere iraniane.
Un alto funzionario americano ha detto al Wall Street Journal che i raid sono stati quattro o cinque volte più estesi di tutti quelli lanciati dopo la firma dell'accordo e che, nonostante questo, gli Stati Uniti considerano il cessate il fuoco ancora in vigore. Secondo la stessa fonte, dopo la tregua l'Iran ha ricostruito buona parte delle sue capacità militari nell'area, recuperando o riparando centinaia di missili e lanciatori: oggi avrebbe accesso a più della metà dell'arsenale di cui disponeva prima del conflitto.
Poche ore prima dei raid il dipartimento del Tesoro americano aveva revocato la licenza che permetteva all'Iran di vendere petrolio sul mercato, il principale incentivo economico concesso a Teheran con l'accordo di giugno, lasciando un periodo di transizione fino al 17 luglio per le transazioni già autorizzate. La possibilità di esportare greggio e di riportare i ricavi in dollari nel sistema bancario iraniano era stata decisiva per convincere l'Iran ad avviare un negoziato di 60 giorni sul futuro del suo programma nucleare.
La risposta iraniana è arrivata nel giro di poche ore. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver colpito con missili e droni 85 installazioni militari americane in Bahrein e Kuwait e di aver abbattuto un drone americano MQ-9. Le sirene d'allarme hanno suonato in Bahrein, che ospita il quartier generale della Quinta flotta della marina americana, mentre l'esercito del Kuwait ha detto che le sue difese aeree stavano respingendo attacchi di missili e droni. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore, ha accusato gli Stati Uniti di aver violato il memorandum con le sanzioni e i nuovi raid: "L'era delle prepotenze e delle estorsioni è finita. Non porta da nessuna parte. Noi non cediamo", ha scritto sui social.
Dallo Stretto di Hormuz transita in tempi normali il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali e la sua chiusura durante la guerra aveva fatto vacillare l'economia globale. Il traffico si stava lentamente riprendendo: lunedì lo hanno attraversato 36 navi, contro le oltre 100 al giorno di prima della guerra. Solo tre hanno usato la rotta lungo la costa dell'Oman, protetta dalla marina americana: l'Iran pretende che le navi passino vicino alle proprie coste, lungo l'unico itinerario che ha autorizzato, e minaccia chi tenta di aggirarlo, mentre il centro dello stretto è considerato pericoloso per il rischio di mine posate dai militari iraniani.
Il petrolio è tornato a salire: il Brent, il prezzo di riferimento internazionale, è aumentato di quasi il 6% superando i 76 dollari al barile, il livello più alto delle ultime due settimane e sopra i circa 72 dollari di prima della guerra. Negli Stati Uniti la benzina costa in media 3,79 dollari al gallone, oltre il 27% in più rispetto alla vigilia del conflitto.
L'escalation arriva mentre l'Iran celebra i funerali di Stato di sei giorni per l'ex guida suprema Ali Khamenei, ucciso il primo giorno di guerra dai raid israelo-americani, e i negoziati tra Washington e Teheran sono sospesi fino alla fine delle cerimonie. Il presidente si trova invece in Turchia per il vertice NATO, dove ha di nuovo accusato gli alleati europei di non sostenere abbastanza gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran.
