L’Iran sta celebrando il funerale di Stato dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema uccisa il 28 febbraio nei raid con cui Stati Uniti e Israele hanno dato il via alla guerra. A quattro mesi di distanza, però, le esequie non certificano il collasso del regime auspicato inizialmente da Washington e Tel Aviv, ma al contrario la sua sopravvivenza e il consolidamento di una nuova generazione di leader più giovane, più intransigente e ormai saldamente al potere.
Ieri decine di migliaia di persone si sono radunate nel complesso di preghiera Grand Mosalla, a Teheran, dove la bara avvolta nella bandiera iraniana è stata esposta accanto a quelle dei familiari uccisi nello stesso attacco. Tra la folla sventolavano bandiere rosse, simbolo della vendetta nell’islam sciita, mentre alcuni manifestanti portavano i ritratti del nuovo Leader Supremo, Mojtaba Khamenei, figlio ed erede dell’ayatollah, rimasto finora lontano dalla scena pubblica.
Una leadership più giovane, dura e organizzata
Dopo mesi di attacchi sferrati da due tra gli eserciti più potenti del mondo, la Repubblica Islamica appare indebolita sul piano economico e militare, ma politicamente parlando è più compatta e più aggressiva. Secondo funzionari ed esperti citati dal Washington Post, il regime avrebbe anche avviato una nuova campagna di esecuzioni contro oppositori e critici interni. Allo stesso tempo continua a colpire a intervalli regolari nel Golfo Persico e mantiene una forte capacità di pressione sullo Stretto di Hormuz.
“L’Iran forse è più debole quanto a situazione economica, industrie e alcune capacità strategiche, ma il punto è che ci troviamo di fronte a un Iran nuovo, più audace e sicuro di sé”, ha dichiarato al quotidiano americano Raz Zimmt, responsabile della ricerca sull’Iran all’Institute for National Security Studies israeliano.
La nuova gerarchia controlla meglio le leve dello Stato, ha imparato la lezione dalle guerre americane in Iraq e Afghanistan e ha dimostrato finora di saper usare con maggiore efficacia diplomazia, deterrenza e propaganda online. Al suo vertice c’è Mojtaba Khamenei, ferito nello stesso raid che ha ucciso il padre e da allora protetto in bunker e luoghi sicuri per timore di un attentato.
Secondo gli esperti, è lui a prendere le decisioni strategiche, affiancato da un “collettivo” di dirigenti rappresentanti la linea dura del regime:
- Mohammad Bagher Zolghadr, nuovo segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ed ex comandante delle Guardie rivoluzionarie;
- Ahmad Vahidi, oggi alla guida dello stesso corpo;
- Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema.
Le figure di estrazione civile, come il presidente Masoud Pezeshkian e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sarebbero state invece progressivamente marginalizzate.
La smentita al racconto di Trump
Il rapido consolidamento del nuovo potere smentisce le affermazioni del presidente Donald Trump, secondo cui la guerra avrebbe prodotto un “cambio di regime” e favorito l’ascesa di pragmatici disposti ad accettare le richieste americane. Al vertice del G7 in Francia, il mese scorso, Trump aveva descritto i nuovi dirigenti iraniani come “intelligenti” e “molto meno radicalizzati” dei precedenti.
Secondo funzionari ed esperti, però, le sue minacce di annientare la civiltà iraniana, in un Paese di oltre 90 milioni di abitanti, hanno ottenuto l’effetto opposto: hanno rafforzato i falchi e indebolito i moderati che un decennio fa erano stati decisivi nei negoziati sul nucleare con l’Amministrazione Obama.
La nuova leadership ha giocato con freddezza le sue carte. Bloccando il traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz e colpendo senza scrupolo gli alleati di Washington nel Golfo, Teheran ha conquistato una leva economica decisiva per ottenere concessioni dagli Stati Uniti.
Con il Memorandum d’Intesa preliminare firmato il 17 giugno a Versailles, l’Amministrazione Trump ha così accettato di sbloccare fino a 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, a condizione che Teheran rispetti gli impegni assunti. Pur avendo espresso riserve sull’accordo, Mojtaba Khamenei lo ha lasciato passare e ne ha approfittato per colpire l’avversario: l’Iran, ha detto, ha firmato “per compassione e buona volontà”, mentre Trump lo ha fatto “per disperazione”.
“Sono pieni di sicurezza”, ha commentato un funzionario europeo in contatto regolare con Teheran. “Hanno capito che il controllo dello Stretto di Hormuz è una leva enorme e credono davvero di poter dettare le condizioni”. Il funerale resta comunque una prova delicata per il nuovo Leader Supremo. È il primo grande raduno pubblico dall’inizio della guerra e su Mojtaba Khamenei, fotografato pochissime volte in vita sua, grava la pressione di mostrarsi.
“La sua assenza al funerale del padre sarebbe interpretata da molti, dentro e fuori l’Iran, come prova di debolezza personale, incapacità fisica o addirittura di morte”, ha spiegato al Washington Post Norman Roule, ex funzionario della CIA ed esperto del Paese. Un diplomatico iraniano, che ha parlato in forma anonima, ha però giudicato improbabile una sua apparizione, per il timore che Stati Uniti o Israele tentino di ucciderlo o scoprire dove si sta nascondendo.
