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Gli alleati dell'America imparano a farsi rispettare mostrando di poter colpire Trump
Joyce N. Boghosian, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA
Politica estera 4 min di lettura

Gli alleati dell'America imparano a farsi rispettare mostrando di poter colpire Trump

Un'analisi dell'Economist: dall'Iran a Taiwan gli alleati degli Stati Uniti cercano un punto di ricatto verso Trump. Taipei valuta di usare come arma il dominio mondiale sui microchip.

Per farsi rispettare dal presidente Donald Trump bisogna dimostrare di poterlo colpire. È la conclusione a cui, in tutto il mondo, stanno arrivando tanto gli alleati quanto gli avversari degli Stati Uniti, secondo un'analisi dell'Economist. Nessun partner militare di Washington è tanto sprovveduto da minacciare il presidente apertamente, ma tutti hanno guardato con attenzione l'Iran, che ha ottenuto un vantaggio su un avversario più forte chiudendo lo Stretto di Hormuz. Molti governi si chiedono ora come procurarsi un punto di strozzatura simile.

Questo ragionamento si sente, sottovoce, anche in ambienti bene informati di Taiwan, isola di 24 milioni di abitanti che la Cina rivendica come propria. È una discussione ad alto rischio. La sopravvivenza di Taiwan come democrazia autogovernata dipende dalle decisioni del presidente americano. Gli Stati Uniti non sono vincolati da alcun trattato a difendere l'isola da un attacco cinese. I presidenti che si sono succeduti, Trump compreso, hanno però lasciato aperta la possibilità di inviare la Settima Flotta, la flotta della marina americana che opera nel Pacifico, se la Cina cercasse di prendere l'isola con la forza. Per decenni questa ambiguità ha trattenuto i vertici del Partito comunista dal compiere il passo.

Trump spaventa Taiwan. È vero che le ha venduto armi in quantità record, ma l'ha anche derisa come un posto minuscolo, surclassato dalla potenza cinese. Durante una visita di Stato a Pechino a maggio, dopo ore di colloqui con il leader cinese Xi Jinping, ne è uscito ripetendo gli argomenti di Pechino. Ha in sostanza accusato il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, di provocare la Cina cercando l'indipendenza dell'isola, una linea rossa per i dirigenti cinesi, anche se la posizione reale di Lai è vaga e cauta. Taiwan vuole che l'America "percorra 9.500 miglia per combattere una guerra", si è lamentato il presidente. "Non è quello che voglio." Le vendite di armi a Taipei, ha aggiunto, sono una merce di scambio nei negoziati con la Cina su commercio e minerali raffinati in Cina che servono alle aziende americane.

Taiwan sa di aver bisogno di leva negoziale. Dopo aver abbracciato la democrazia poco più di trent'anni fa, si era conquistata amicizie a Washington presentandosi come un baluardo di libertà minacciato dalla Cina autoritaria. Con l'arrivo di Trump, che elogia gli uomini forti, i funzionari taiwanesi hanno imparato in fretta a mettere da parte i richiami ai valori condivisi. Avevano guardato con sgomento il presidente sminuire l'Ucraina come un piccolo paese che aveva scioccamente cercato di difendersi da una Russia più grande. La stessa sorte, temevano, poteva toccare a loro. È un timore che accomuna Taipei ad altri alleati, come i paesi dell'Europa orientale che temono di restare soli di fronte a Mosca.

Per convincere l'America del proprio valore, Taiwan punta su due argomenti. Il primo è la sua posizione nella cosiddetta "prima catena di isole", l'espressione con cui il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, indica l'arco di arcipelaghi che chiude la Cina continentale, dal Giappone alle Filippine passando proprio per Taiwan. Il secondo è il ruolo insostituibile dell'isola come centro mondiale nella produzione di microchip, con circa il 90% dei semiconduttori più avanzati. Da anni i politici taiwanesi chiamano la loro industria dei chip uno "scudo di silicio", una montagna sacra che rende Taiwan troppo preziosa perché la Cina la attacchi o l'America la abbandoni.

Altri paesi guardano con più freddezza al predominio taiwanese sui chip. Persino i governi amici mal sopportano di dipendere da un'isola soggetta ai terremoti e battuta dai tifoni, che importa quasi tutte le materie prime e l'energia di cui ha bisogno. Già prima di Trump Taiwan era spinta a costruire fabbriche di chip all'estero, in particolare negli Stati Uniti, in Giappone e in Germania. Il presidente si è spinto oltre e ha accusato l'isola, senza fondamento, di aver rubato all'America la sua industria dei chip decenni fa. Ha fatto pressioni sulla TSMC e su altre grandi aziende del settore perché ampliassero le attività in Arizona, Texas e altri stati.

A Taipei, la capitale, alcuni esperti temono che lo scudo di silicio si indebolisca nel tempo e che gli ingegneri più bravi finiscano per costruire e gestire le fabbriche straniere. Altri propongono invece di trasformare fin da subito lo scudo difensivo in un'arma. Anche Taiwan ha il suo stretto. Il canale che separa l'isola dalla terraferma, largo circa 160 chilometri, ogni giorno trasporta alcuni dei carichi più preziosi al mondo, compresi i chip di silicio.

Finora Taiwan si è concentrata sulla difesa, sul proteggersi da una flotta d'invasione o da un blocco navale cinese. Ma a Taipei c'è chi ritiene di poter usare quel ruolo insostituibile nel commercio mondiale per mettere sotto pressione sia l'America sia la Cina. La previsione è che, in caso di crisi, Taiwan smetterebbe di esportare chip già nelle prime ore, gettando nel caos i mercati e le catene di fornitura globali. L'innesco sarebbe una crisi energetica: se la Cina bloccasse le importazioni di carbone, gas e petrolio, l'elettricità scarseggerebbe presto. La produzione di chip consuma molta energia e il governo darebbe la priorità a ospedali e servizi civili. Da qui l'argomento morale per tenere in ostaggio l'economia mondiale.

Nella previsione più cupa, a quel punto Trump ordinerebbe a Taiwan di arrendersi, al termine di trattative con la Cina da cui l'isola sarebbe esclusa. Gli ottimisti replicano che una resa del genere lascerebbe alla Cina il controllo dei più importanti produttori di chip del mondo. Come si concilierebbe, si domandano, con la corsa americana al primato nell'intelligenza artificiale?

Per l'Economist, in fondo, Taiwan ha un punto di strozzatura e le stesse accuse di Trump sul furto dell'industria dei chip sono un complimento rovesciato: l'isola ha le carte in mano e il presidente lo sa. Una guerra per Taiwan tra Stati Uniti e Cina sarebbe spaventosamente pericolosa. Una conquista cinese spegnerebbe una democrazia vivace e aprirebbe un incubo di repressione, processi farsa e rieducazione di massa per milioni di taiwanesi. Il modo migliore per evitare questi disastri, sostiene l'Economist, è che l'America continui a dissuadere la Cina.

A Washington, chi difende Trump gli attribuisce il merito di aver ripreso la dottrina di Ronald Reagan della "pace attraverso la forza". Per l'Economist è un insulto a Reagan: gli altri paesi, semmai, fiutano debolezza. Stanno anzi imparando da un'altra sua frase: "se non riesci a far vedere la luce a qualcuno, fagli sentire il calore".

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