Cinque mesi di guerra contro l'Iran hanno portato alcune delle scorte missilistiche statunitensi a livelli critici. A seconda del tipo di munizione, gli arsenali sarebbero scesi fino al 20% della quantità che il Pentagono considera necessaria. È quanto hanno riferito all'Atlantic funzionari ed ex funzionari del Dipartimento della Difesa, secondo i quali gli Stati Uniti non disporrebbero più di armi sufficienti per affrontare un'altra grande crisi, soprattutto in Asia, senza indebolire ulteriormente le operazioni in Medio Oriente.
Le carenze più gravi riguardano gli intercettori, ovvero i missili utilizzati per distruggere in volo quelli nemici. Tra questi figurano gli intercettori Patriot e i THAAD, acronimo di Terminal High Altitude Area Defense, il sistema statunitense progettato per abbattere i missili balistici nella fase finale della traiettoria. Le scorte si sono ridotte al punto da limitare la possibilità di cedere altri intercettori all'Ucraina e da costringere le Forze Armate americane a selezionare con maggiore attenzione quali lanci missilistici iraniani tentare di fermare.
Quando i radar individuano un missile in arrivo, i militari hanno pochi secondi per stabilire se impiegare uno dei pochi intercettori rimasti oppure attendere, nella speranza che l'ordigno cada lontano da persone e infrastrutture. Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies, dall'inizio della guerra le scorte di Patriot sarebbero diminuite di almeno il 65%, mentre quelle di THAAD si sarebbero ridotte di almeno il 38%.
Trump prima smentisce, poi ammette il problema
Il presidente Donald Trump si sarebbe infuriato venerdì 31 luglio a Camp David, dopo aver ricevuto dal suo team per la sicurezza nazionale una valutazione secondo cui alle forze armate mancano le munizioni necessarie per sostenere una nuova escalation contro l'Iran. Un attacco americano provocherebbe probabilmente una risposta di Teheran con missili e droni contro i Paesi vicini e le basi statunitensi ospitate sul loro territorio, aumentando ulteriormente il consumo degli intercettori.
Trump aveva già rimproverato il segretario alla Difesa Pete Hegseth per lo stato degli arsenali. Durante la riunione avrebbe rivolto parole molto dure ai vertici del Dipartimento della Difesa, anche se al momento non starebbe valutando sostituzioni di personale.
In un primo momento il presidente aveva definito false le notizie sulla carenza di munizioni. In un messaggio pubblicato su Truth Social ha sostenuto che fughe di informazioni di questo tipo equivalgono a un tradimento e ha assicurato che i produttori stanno consegnando "grandi quantità" di armi "in base alle necessità". Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell aveva respinto la ricostruzione: "Le affermazioni sulla carenza di munizioni statunitensi sono false. Abbiamo tutto ciò che serve per colpire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".
Il 6 agosto, tuttavia, Trump ha parzialmente corretto la propria versione. Parlando ai giornalisti nello Studio Ovale, ha riconosciuto che le scorte di alcune armi sono limitate. "Abbiamo alcuni tipi di munizioni molto potenti di cui disponiamo in quantità praticamente illimitata. Per altri tipi la situazione è un po' più difficile", ha ammesso. Ha inoltre annunciato la costruzione di nuovi impianti per produrre intercettori Patriot e Tomahawk.
L'ammissione non significa che le Forze Armate statunitensi siano rimaste senza armi, ma ridimensiona le smentite categoriche arrivate nei giorni precedenti. Gli Stati Uniti continuano a possedere grandi quantità di bombe e munizioni convenzionali; il problema riguarda soprattutto gli intercettori, i missili di precisione a lungo raggio e le armi più sofisticate che sarebbero indispensabili anche in un eventuale conflitto con la Cina.
Hegseth chiede nuovi fondi al Congresso
Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha chiesto questa settimana ai Repubblicani del Congresso altri miliardi di dollari per ricostituire gli arsenali, senza coinvolgere i democratici nei primi colloqui. Il Segretario alla Difesa aveva già domandato al Senato uno stanziamento supplementare da 67,1 miliardi di dollari per sostenere la guerra con l'Iran: 21 miliardi destinati alla prontezza operativa e al ripristino delle munizioni e 46 miliardi all'espansione delle capacità militari e produttive.
Ma la richiesta incontra resistenze anche tra i Repubblicani, molti dei quali affrontano campagne difficili per la propria rielezione in un clima segnato dalla forte impopolarità della guerra in corso, dalla frustrazione per il prezzo della benzina e dai rapporti già conflittuali tra il Pentagono e il Congresso.
Il Pentagono ha assegnato quest'anno contratti per decine di miliardi di dollari con l'obiettivo di riempire nuovamente i depositi di armi. Firmare un contratto, tuttavia, non equivale a ricevere un missile: le commesse produrranno munizioni nei prossimi anni, non nei prossimi mesi. L'Amministrazione Trump ha anche investito nell'industria della difesa per accelerare la produzione, proseguendo una politica avviata durante la presidenza di Joe Biden.
Per un sistema decisivo come il Patriot, però, l'offerta non dovrebbe raggiungere la domanda prima del 2030. Anche i nuovi progetti industriali richiederanno tempo: il 7 agosto l'amministratore delegato di Rheinmetall ha spiegato a Reuters che la futura produzione di ATACMS in collaborazione con Lockheed Martin contribuirà a ricostituire gli arsenali americani, ma che serviranno molto più di due anni.
L'Iran, nel frattempo, ha aumentato la produzione di droni d'attacco e missili balistici, migliorandone anche le prestazioni. Teheran può quindi continuare a impiegare armi relativamente economiche per costringere gli Stati Uniti a utilizzare intercettori molto più costosi e difficili da sostituire.
Le scorte ridotte limitano le opzioni di Trump
I collaboratori della Casa Bianca temono che il presidente stia perdendo una parte della propria capacità di pressione. Trump ha minacciato ripetutamente l'Iran senza quasi mai dare seguito alle sue parole e Teheran ne è consapevole. Sa inoltre che gli arsenali statunitensi sono sotto pressione, nonostante le rassicurazioni pubbliche di Hegseth e del presidente.
La forza militare non dipende soltanto dalla capacità di colpire, ma anche da quella di proteggersi dalla rappresaglia. Se gli Stati Uniti non possono essere certi di difendere le proprie basi e quelle degli alleati da un'ondata di missili iraniani, la minaccia di una nuova offensiva diventa meno credibile. Teheran ha così mostrato una sicurezza crescente, arrivando ad attaccare le navi nello Stretto di Hormuz.
La Casa Bianca ha sempre sostenuto che l'Iran sarebbe presto precipitato in una crisi economica tanto grave da costringere il regime a trattare. I rapporti dell'intelligence americana descrivono effettivamente un Paese in difficoltà, ma la Casa Bianca è rimasta sorpresa dalla capacità di resistenza di Teheran e non è più certa che il regime raggiunga il punto in cui negoziare diventi l'unica opzione possibile. Ciò nonostante, Trump ha continuato a dichiarare il 6 agosto di ritenere che la guerra finirà "piuttosto presto", perché a suo giudizio l'Iran non sarebbe in grado di resistere ancora a lungo.
Il compromesso sullo Stretto di Hormuz
Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio hanno ripetuto più volte che all'Iran non sarà mai consentito di controllare una parte dello Stretto di Hormuz. Il presidente sta però, in realtà, valutando un'intesa che attribuirebbe a Teheran un ruolo chiave nella gestione del traffico marittimo di questa via d'acqua strategica per il mercato energetico mondiale.
La proposta di accordo negoziata tra Oman e Iran, che attende il via libera di Washington e dei Paesi del Golfo, prevede infatti una gestione comune della navigazione commerciale. L'accordo riconoscerebbe all'Iran una forma di supervisione sulla rotta, accogliendo almeno in parte una delle principali richieste di Teheran, ma dovrebbe contemporaneamente garantire la libertà di navigazione chiesta dall'Oman e dagli Stati Uniti.
I negoziati non hanno ancora prodotto una riapertura significativa. Secondo i dati raccolti da Reuters, tra lunedì e giovedì sono transitate nello Stretto soltanto 33 navi, contro le 50 della settimana precedente e le 130-140 che lo attraversavano normalmente prima dell'inizio della guerra. Le compagnie rimangono riluttanti a entrare nell'area e il progetto appare difficile da applicare a causa delle sanzioni statunitensi e delle clausole assicurative che limitano i pagamenti all'Iran.
Una crisi cominciata prima della guerra
Gli arsenali americani sono sotto pressione da anni, ma il problema è diventato evidente solo dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022. Nel 2025 le forze statunitensi hanno lanciato centinaia di missili, alcuni dei quali costavano milioni di dollari, durante la campagna di 53 giorni contro gli Houthi in Yemen. Sono poi arrivati i dodici giorni di guerra tra Israele e Iran, durante i quali gli Stati Uniti hanno intercettato missili e droni iraniani diretti contro Israele.
Nei primi 38 giorni della nuova guerra con l'Iran, cominciata il 28 febbraio 2026, le forze americane hanno impiegato migliaia di munizioni. Il consumo è stato molto più rapido della capacità dell'industria di sostituirle.
Il Congresso dovrebbe comunque approvare buona parte dei fondi richiesti dal Pentagono, ma la risorsa decisiva non è soltanto il denaro: è il tempo. A seconda dell'arma in oggetto, per tornare ai livelli di scorte precedenti alla guerra potrebbero servire fino a cinque anni, secondo Mark Cancian, che segue l'andamento delle scorte per il Center for Strategic and International Studies di Washington. Sarebbero poi necessari altri tre anni per raggiungere i livelli considerati adeguati dai comandi americani responsabili dell'Indo-Pacifico.
Questa finestra di vulnerabilità potrebbe offrire a Pechino l'occasione di approfittare delle difficoltà statunitensi, per esempio aumentando la pressione militare su Taiwan. Il rischio non è necessariamente che la Cina decida subito di invadere l'isola, ma che consideri meno credibile la capacità americana di sostenere contemporaneamente una guerra in Asia e le operazioni in Medio Oriente.
Il modello industriale della Guerra Fredda non esiste più
Il problema precede l'Amministrazione Trump. Dopo la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno ridotto il numero e rallentarono la produzione delle munizioni più importanti, partendo dall'idea che a lunghi periodi di pace sarebbero seguite guerre brevi e risolutive. Le Forze Armate sono invece rimaste impegnate quasi ininterrottamente in conflitti caratterizzati da un uso crescente di missili, dalla Libia allo Yemen, dalla Siria all'Iran e alla Nigeria.
La guerra russa contro l'Ucraina ha inoltre prodotto un'evoluzione rapidissima delle munizioni e delle tattiche di guerra. L'Amministrazione Biden ha sottoscritto nuovi contratti per rifornire Kyiv, senza però mai riuscire a tenere il passo con la domanda.
Prima dell'invasione russa dell'Ucraina, gli Stati Uniti producevano circa 300 missili Patriot all'anno, metà dei quali era destinata ai Paesi alleati. Da allora la produzione è raddoppiata, ma rimane molto inferiore al consumo causato da una guerra prolungata. Washington ha anche accelerato lo sviluppo di sistemi meno costosi per abbattere i droni di fabbricazione iraniana utilizzati dalla Russia, ottenendo alcuni risultati in questo modo, ma non arrivando mai a sostituire le scorte di intercettori Patriot e THAAD che rimangono indispensabili.
"Non esistono buone alternative per fermare i missili balistici", ha spiegato Cancian all'Atlantic. Senza gli intercettori, i missili nemici possono raggiungere i propri obiettivi quasi indisturbati, come sta già accadendo in Ucraina.
Se la guerra con l'Iran fosse durata poche settimane, come l'Amministrazione prevedeva inizialmente, il problema sarebbe stato più gestibile. Un funzionario del Dipartimento della Difesa ha spiegato che la situazione sarebbe meno grave persino se Washington sapesse quando finirà il conflitto: la difficoltà principale è l'assenza di una strategia di lungo periodo, che impedisce ai comandi militari di programmare l'impiego delle armi rimaste.
Resta il fatto che per decenni gli Stati Uniti hanno costruito la propria strategia sul vantaggio tecnologico. Ora sono invece i progressi dei loro avversari e la capacità di produrre rapidamente missili e droni relativamente economici a costringere Washington a ripensare quel modello, senza poter più dare per scontato che le forze americane dispongano di più munizioni di chi hanno di fronte.
