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Hormuz, nuovo accordo vicino mentre il Pentagono è sempre più a corto di missili
Esercitazione di ricarica di un sistema THAAD alla base aerea di Andersen, Guam, 6 febbraio 2019. Foto U.S. Army / Capt. Adan Cazarez / DVIDS. Immagine ritagliata.
Politica estera 21 min di lettura

Hormuz, nuovo accordo vicino mentre il Pentagono è sempre più a corto di missili

Washington punta a riaprire lo Stretto e rilanciare la tregua con Teheran, dopo aver consumato quasi quattro quinti delle scorte di THAAD e circa metà degli intercettori Patriot.

Stati Uniti, Iran e Oman sono vicini a un nuovo accordo provvisorio per riaprire lo Stretto di Hormuz, che l'amministrazione americana spera di annunciare già oggi. Lo hanno riferito ad Axios due fonti regionali e un funzionario statunitense. La trattativa entra così nella fase decisiva mentre l'arsenale americano si assottiglia sempre di più: secondo la CNN, dall'inizio della guerra con l'Iran le forze armate statunitensi hanno consumato quasi quattro quinti delle scorte di missili THAAD e circa la metà degli intercettori Patriot.

Un nuovo sistema per riaprire lo Stretto

La nuova intesa, negoziata da diverse settimane, punta a ristabilire il cessate il fuoco tra Washington e Teheran e a riavviare i negoziati sul nucleare, prevedendo un regime transitorio di 60 giorni, concordato tra Oman e Iran e prorogabile. In questo periodo tutto il traffico diretto verso il Golfo passerebbe attraverso una corsia settentrionale nelle acque iraniane, mentre le navi in uscita verso il Mare Arabico seguirebbero la corsia meridionale nelle acque omanite, in coordinamento con Teheran.

Entro 30 giorni le due parti dovrebbero inoltre rimuovere le mine navali dalla corsia centrale dello Stretto. Una volta bonificata, anche la rotta centrale tornerebbe a ospitare il traffico in entrambe le direzioni, secondo un accordo permanente ancora da negoziare tra Muscat e Teheran. Il nuovo sistema attribuirebbe così all'Iran un potere di controllo sul passaggio delle navi che non possedeva prima della guerra.

Le ricostruzioni divergono sull'eventuale introduzione di tariffe. Secondo Axios, nei due mesi iniziali non sarebbe previsto alcun pedaggio; l'Associated Press riferisce invece che verrebbero applicate tariffe per i servizi di sicurezza e di tutela dell'ambiente marino. È uno dei nodi ancora irrisolti, insieme alle modalità concrete della riapertura. Prima della guerra, attraverso lo Stretto transitava un quinto del petrolio e del gas scambiati nel mondo. Gli attacchi iraniani contro le navi lo hanno di fatto chiuso, spingendo al rialzo i prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti ben oltre il Medio Oriente.

La tregua sullo Stretto

Hormuz riapre a corsie separate, e l'Iran ottiene un controllo che non aveva

L'intesa provvisoria negoziata dall'Oman prevede 60 giorni di transito guidato nelle acque di Teheran e Muscat, mentre le scorte americane di intercettori scendono al minimo.

Come funzionerebbe il transito

Tre corsie, due padroni di casa

Il traffico verso il Golfo passerebbe nelle acque iraniane, quello in uscita nelle acque omanite. La rotta centrale, minata durante la guerra, andrebbe bonificata entro 30 giorni.

IRAN OMAN E.A.U. Golfo Persico Golfo Persico Golfo di Oman Golfo di Oman Bandar Abbas Qeshm
Il regime transitorio durerebbe 60 giorni, prorogabili. Il traffico viaggerebbe separato per direzione, in coordinamento con Teheran. Tocca una corsia per i dettagli.
Il calendario dell'intesa60 giorni
Giorni 1-30 Giorni 31-60
Entro il giorno 30: mine rimosse dalla corsia centrale
Al giorno 60: proroga, o un accordo permanente sul transito

Nodo aperto: i pedaggi. Secondo Axios, nei primi 60 giorni non sarebbe previsto alcun pedaggio; per l'Associated Press verrebbero invece applicate tariffe per i servizi di sicurezza e di tutela dell'ambiente marino.

1/5
del petrolio e del gas scambiati nel mondo transitava dallo Stretto prima della chiusura
−6% Brent
il calo del greggio dopo lo stop ai bombardamenti, a circa 83 dollari al barile
Il conto della guerra

Gli intercettori americani si stanno esaurendo

Tra febbraio e luglio le forze armate statunitensi hanno consumato gran parte dei loro sistemi antimissile più efficaci, secondo un rapporto interno diffuso nei giorni scorsi.

Intercettori THAAD
Colpiscono i missili balistici nella fase finale della traiettoria
almeno −38%
meno di 278rimasti, su 452 prima della guerra
Scorte residueConsumate in cinque mesi
Intercettori Patriot
Il principale sistema americano di difesa antimissile e antiaerea
circa −65%
meno di 827rimasti, su circa 2.200 prima della guerra
Scorte residueConsumate in cinque mesi
Missili Tomahawk
Da crociera, lanciati da navi e sottomarini
circa −50%
aprile: −30%
Riserve residue
ATACMS e Precision Strike Missile
Missili di precisione a lungo raggio dell'esercito, oltre un milione di dollari l'uno: gli stessi forniti a Kyiv, considerati decisivi in un eventuale conflitto su Taiwan
quasi esauriti
Cinque mesi per svuotare gli arsenali, anni per riempirli

Sulla stessa scala temporale: quanto è durato il consumo, quanto servirebbe a rimpiazzarlo ai ritmi di produzione dichiarati. La scala è in anni.

Il consumo, da febbraio a luglio5 mesi
Rimpiazzare gli oltre 1.370 Patriot usati, a 20 al mesequasi 6 anni
Riportare i THAAD ai livelli precedenti alla guerraalmeno 3 anni

I tre anni per i THAAD sono indicati dal rapporto. Il tempo di rimpiazzo dei Patriot è un calcolo di FocusAmerica: la differenza tra le scorte prima e dopo la guerra, divisa per il ritmo di consegna dichiarato. Presuppone che non se ne consumi nemmeno uno nel frattempo.

20 al mese
gli intercettori Patriot in uscita dalle fabbriche americane
15 al mese
i missili Tomahawk di nuova produzione
5 mesi
di guerra per consumare più della metà dell'arsenale Patriot

Gli Stati Uniti hanno «molte più munizioni di chiunque altro al mondo».

La replica della Casa Bianca, che respinge la ricostruzione del rapporto
Fonte Axios, CNN, Reuters, Associated Press, Center for Strategic and International Studies. Mappa: Natural Earth. Agosto 2026.

Una tregua già fallita una volta

Da parte sua, Teheran nega di star negoziando con Washington. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, sostiene che i colloqui siano in corso esclusivamente con l'Oman. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invece confermato il coinvolgimento americano e ha parlato di progressi, precisando però che non è stata ancora raggiunta un'intesa definitiva. L'accordo formale, anticipato dal New York Times, resterebbe comunque bilaterale, tra Iran e Oman.

Tre settimane fa la Casa Bianca, l'Oman e gli altri mediatori regionali erano convinti di avere già raggiunto un'intesa. Teheran ha però ripreso ad attaccare le navi, innescando due settimane di combattimenti che hanno portato le parti sull'orlo di una guerra aperta. Alla mediazione hanno partecipato anche funzionari qatarioti, pachistani e sauditi, con una serie di telefonate tra l'inviato di Trump Steve Witkoff, il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il suo omologo omanita Badr al-Busaidi. Araghchi ha dato un assenso di massima durante il fine settimana; martedì sono poi arrivati il via libera della Guida suprema Mojtaba Khamenei e quello del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano.

Visti i progressi, nella giornata di sabato il presidente Donald Trump aveva deciso di non dare seguito alla minaccia di una vasta campagna di bombardamenti, concedendo più tempo alla diplomazia. Il giorno precedente era però arrivato a un passo dall'ordinare l'attacco secondo le ricostruzioni più accreditate, e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth avrebbe già ricevuto le istruzioni operative. Trump ha cambiato idea dopo avere parlato con gli alleati mediorientali, preoccupati da una possibile rappresaglia iraniana contro le proprie infrastrutture energetiche. Il Brent è quindi sceso di circa il 6%, attestandosi intorno agli 83 dollari al barile. L'opzione militare resta tuttavia sul tavolo e, se l'accordo non verrà raggiunto in tempi brevi, il presidente potrebbe autorizzare i raid.

Le scorte americane al limite

Prima che Trump annullasse i bombardamenti, i vertici militari avevano nuovamente richiamato l'attenzione sulla riduzione delle scorte, almeno per la seconda volta in poche settimane. Il sistema antimissile THAAD, progettato per intercettare i missili balistici nella fase finale della traiettoria, e il Patriot sono tra i sistemi antimissile più efficaci dell'arsenale americano.

Prima del conflitto gli Stati Uniti disponevano rispettivamente di 452 e di circa 2.200 intercettori nelle due versioni più avanzate, secondo il Center for Strategic and International Studies. Le stime pubbliche del centro studi di Washington non coincidono del tutto con i dati interni: un rapporto pubblicato la scorsa settimana calcola che tra febbraio e luglio sia stato consumato circa il 65% degli intercettori Patriot e che le scorte di THAAD si siano ridotte di almeno il 38%. In termini assoluti, rimarrebbero quindi disponibili meno di 827 intercettori Patriot e meno di 278 intercettori THAAD.

Secondo quanto rivelato dalla Reuters, sono però quasi esaurite anche le scorte dei missili di precisione a lungo raggio dell'esercito statunitense: gli Army Tactical Missile Systems, conosciuti come ATACMS, e i più recenti Precision Strike Missile. Costano oltre un milione di dollari ciascuno e consentono di colpire obiettivi a grande distanza senza esporre gli aerei alle difese antiaeree nemiche.

Sono gli stessi sistemi forniti da Washington a Kyiv per attaccare obiettivi in territorio russo e che gli analisti considerano decisivi in un eventuale conflitto con la Cina sul futuro di Taiwan. Anche le riserve complessive di Tomahawk, i missili cruise lanciati da navi e sottomarini, si sono ridotte di circa la metà, rispetto al -30% registrato ad aprile.

Il Pentagono riceve circa 15 Tomahawk e 20 Patriot al mese, secondo i programmi di consegna dell'anno fiscale in corso, mentre per riportare le scorte di THAAD ai livelli precedenti alla guerra servirebbero almeno tre anni. Questa settimana il Dipartimento della Difesa ha firmato due contratti per aumentare la produzione dei motori a razzo destinati ai Patriot e ai THAAD, ma un portavoce non ha indicato quando l'incremento comincerà a produrre risultati.

La Casa Bianca di Trump respinge però questa ricostruzione. In una dichiarazione un portavoce della presidenza ha affermato che gli Stati Uniti possiedono "molte più munizioni di chiunque altro al mondo" e che le aziende del settore militare "stanno producendo più munizioni di quante ne abbiano mai prodotte prima". Gli analisti confermano che la produzione di alcune categorie, dai proiettili d'artiglieria a diversi tipi di missili, ha raggiunto livelli record, ma avvertono che le quantità potrebbero comunque non essere sufficiente a sostenere una guerra prolungata.

In questo contesto i Paesi del Golfo, che dipendono drammaticamente dai sistemi antiaerei americani, temono che la scarsità di munizioni riduca la loro capacità di intercettare missili e droni iraniani, soprattutto se diventassero bersaglio di una rappresaglia provocata da una nuova escalation decisa da Washington. Il capo di Stato Maggiore, il generale Dan Caine, aveva già sollevato il problema durante una riunione alla Casa Bianca alla fine del mese scorso, nella quale era stato discusso anche il rischio di provocare numerose vittime civili in Iran nel caso di una ripresa su larga scala delle attività militari.

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Daniele John Angrisani
Autore

Daniele John Angrisani

Fondatore di Focus America, ex Elezioni USA. "First they ignore you. Then they laugh at you. Then they fight you. Then you win."

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