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Come l'Iran ha trasformato una sconfitta militare in una vittoria strategica
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Come l'Iran ha trasformato una sconfitta militare in una vittoria strategica

Su War on the Rocks due esperti di sicurezza sostengono che Teheran ha preparato per vent'anni una guerra diversa: sopravvivere, imporre costi e negoziare da una posizione di forza

Diciannove settimane dopo l'inizio della guerra contro Stati Uniti e Israele, l'Iran detta le condizioni della pace. È la tesi di un'analisi pubblicata su War on the Rocks, sito americano specializzato in sicurezza nazionale, firmata da Pnina Shuker, ricercatrice del Jerusalem Institute for Security and Strategy, e da Andrew Milburn, ufficiale dei Marines in pensione con un passato nelle operazioni speciali. Secondo i due autori, Washington e Gerusalemme hanno combattuto una guerra fatta di potenza militare, mentre Teheran ne ha preparata per vent'anni un'altra, costruita attorno a un obiettivo più stretto: sopravvivere abbastanza a lungo da imporre costi crescenti agli avversari e trasformare la resistenza in leva negoziale.

Quando a giugno è stato firmato il memorandum d'intesa, il presidente Donald Trump ha dichiarato che l'accordo con l'Iran era "completo". La risposta di Teheran è stata continuare a colpire e imporre una sorta di pedaggio sulla rotta marittima più importante del mondo, mentre espandeva la sua influenza in Iraq. Il risultato è stato una tregua fragile durante la quale, scrivono gli autori, l'Iran ha negoziato da una posizione di forza maggiore di quella che aveva prima della guerra.

Il bilancio militare, riconoscono Shuker e Milburn, sembra una sconfitta netta per Teheran. La Guida suprema Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi, l'arsenale missilistico è sceso da circa 2.500 a 1.000-1.200 missili, i lanciatori funzionanti da 480 a un centinaio, la marina convenzionale ha cessato di esistere e le infrastrutture per l'arricchimento dell'uranio sono fuori uso. "Sulla carta" è stata una batosta, ammettono i due analisti, ma gli Stati Uniti e Israele volevano la resa dell'Iran e la caduta del regime, mentre Teheran voleva qualcosa di più limitato: sopravvivere. E ci è riuscito.

Nel 2005 il centro strategico delle Guardie rivoluzionarie, il corpo militare che affianca l'esercito regolare iraniano, aveva formalizzato la dottrina della "difesa a mosaico": una struttura di comando decentralizzata, pensata per sopravvivere proprio agli attacchi di decapitazione con cui questo conflitto si è aperto. "Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte dei militari americani subito a est e a ovest di noi. Abbiamo incorporato le lezioni di conseguenza", disse il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi all'inizio della campagna.

Lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita gran parte del petrolio mondiale, era il cuore della strategia iraniana. Secondo l'analisi, l'amministrazione americana ha sottovalutato la disponibilità di Teheran a chiudere lo stretto e avrebbe probabilmente potuto impedirne la chiusura se avesse posizionato navi nella zona fin dall'inizio. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha ammesso alla CBS: "C'è voluto un po' perché capissero quanto fosse grande quel rischio".

L'Iran non ha sfidato la superiorità aerea americana e israeliana, ma ha colpito i sistemi che la rendevano possibile: aerocisterne, radar, nodi di comunicazione e piattaforme di comando. I suoi droni e missili costavano poche migliaia di dollari l'uno, mentre gli intercettori usati per fermarli ne costavano milioni. Le salve prolungate hanno consumato scorte di intercettori che non potevano essere ricostituite in tempo. La distruzione della flotta convenzionale iraniana, aggiungono gli autori, ha risolto il problema sbagliato: la minaccia al traffico commerciale veniva da mine, missili, droni e piccole imbarcazioni d'attacco, come l'Ucraina aveva già dimostrato contro la Russia nel Mar Nero.

La flotta di petroliere iraniane è passata da circa 70 navi nel 2020 a quasi 550 nel 2025, un'infrastruttura costruita per aggirare le sanzioni e sostenuta dalle raffinerie cinesi, che da sole assorbivano circa il 90% delle vendite estere di petrolio iraniano e garantivano quasi metà del bilancio statale. Sul fronte dell'informazione il regime ha usato anche animazioni generate con l'intelligenza artificiale per costruire una narrativa di resilienza rivolta pure al pubblico americano: i sondaggi negli Stati Uniti mostravano poca voglia di un conflitto prolungato e una forte opposizione all'invio di truppe di terra.

Gli attacchi ai paesi del Golfo avevano un obiettivo politico: mostrare ai partner regionali di Washington che sostenere la campagna aveva un prezzo. Dopo il colpo al terminal petrolifero degli Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Arabia Saudita hanno chiuso il loro spazio aereo agli aerei militari americani. Il caso più chiaro, scrivono gli autori, è stato "Project Freedom", il piano di Trump per scortare le petroliere attraverso lo stretto: l'Arabia Saudita, citando la scarsa coerenza della strategia americana, ha rifiutato basi e spazio aereo nonostante l'intervento personale del presidente. Il piano è stato accantonato. Gli Emirati, che insieme ai sauditi hanno assorbito migliaia di colpi iraniani durante la guerra, sono usciti dall'OPEC e hanno minacciato di lasciare la Lega Araba. Dopo la fine dei combattimenti, Riad e Abu Dhabi hanno inviato delegazioni di condoglianze a Teheran per il funerale di Khamenei.

Il negoziato, secondo i due analisti, ha certificato il risultato. Washington è passata dalla richiesta di resa incondizionata ad accettare che la scorta di uranio arricchito resti in Iran, mentre Teheran ha indurito le sue posizioni, aggiungendo alle richieste di prima della guerra le riparazioni di guerra e il ritiro delle forze americane dalle aree vicine al Paese. La sequenza dell'accordo firmato questa settimana è la prova più chiara: prima che l'Iran debba sciogliere un solo nodo, dalla scorta nucleare al programma missilistico ai gruppi armati alleati, gli Stati Uniti tolgono il blocco navale, ritirano le forze, concedono deroghe alle sanzioni che sbloccano i ricavi petroliferi e rendono trasferibili i beni iraniani congelati. Solo a quel punto, secondo il testo stesso dell'intesa, partono i negoziati su tutto il resto.

I costi economici del conflitto dureranno oltre il cessate il fuoco. La lunga interruzione del traffico attraverso Hormuz ha fatto salire i prezzi dell'energia e ha bloccato i flussi di fertilizzanti, elio e plastiche da cui dipendono industrie e consumatori in tutto il mondo, Stati Uniti compresi, con conseguenze sui prezzi alimentari globali che potrebbero durare fino al 2027. Il petrolio Brent resta circa 20 dollari sopra i livelli di prima della guerra.

Per Israele il bilancio è ancora più duro. Non era parte dei colloqui e, secondo i suoi stessi funzionari, non aveva nemmeno visto il testo dell'accordo con cui dovrà convivere. Hizballah, colpito ma non distrutto, ottiene dai termini dell'intesa una protezione dagli attacchi israeliani e potrà essere riarmato con il sostegno iraniano, mentre il programma missilistico che Israele considera una minaccia esistenziale non viene toccato. I paesi del Golfo che Gerusalemme sperava di avvicinare hanno fatto l'opposto, mantenendo o approfondendo i rapporti con Teheran e allontanando l'ipotesi di allargare gli Accordi di Abramo, le intese di normalizzazione tra Israele e alcuni paesi arabi. Quando Netanyahu ha spinto per colpire Beirut mettendo a rischio l'accordo, Trump lo avrebbe chiamato per dirgli che senza la protezione americana "sarebbe in prigione".

L'Iran ha ottenuto ciò per cui combatteva, concludono Shuker e Milburn: il regime è intatto, il denaro in arrivo può ricostruire il programma nucleare e l'arsenale missilistico, la chiusura dello stretto resta una carta da giocare di nuovo se Teheran deciderà che Washington non rispetta i patti. Gli autori citano lo storico militare britannico Basil Liddell Hart, per cui l'obiettivo della guerra è ottenere una pace migliore: giudicata con questo metro, scrivono, la guerra non ha raggiunto il suo scopo né per gli Stati Uniti né per Israele. È finita, ma a condizioni scritte a Teheran.

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Lorenzo Ruffino
Autore

Lorenzo Ruffino

Scrive regolarmente da anni di politica, elezioni, società e economia con un approccio data-driven. È parte di Focus America dal 2018, ha una newsletter su Substack.

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