La guerra tra Stati Uniti e Iran doveva durare tra le quattro e le sei settimane ed è arrivata alla ventesima. Il cessate il fuoco mediato dal presidente a giugno è collassato tra attacchi notturni reciproci, martedì è ripartito il blocco navale americano contro i porti iraniani e le stime interne del Pentagono indicano che il conflitto potrebbe costare agli Stati Uniti fino a 100 miliardi di dollari, il triplo della cifra riconosciuta finora in pubblico.
Lunedì il presidente aveva annunciato un pedaggio del 20% sui carichi delle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per il petrolio del Golfo Persico, in cambio della protezione americana dagli attacchi iraniani. Martedì lo ha cancellato dopo le telefonate dei leader arabi del Golfo, che non volevano pagarlo. L'annuncio contraddiceva la posizione della sua stessa amministrazione, secondo cui i pedaggi erano una violazione del diritto internazionale. Trump ha coperto la retromarcia dicendo ai giornalisti che quei paesi faranno "massicci investimenti" negli Stati Uniti, senza dare alcun dettaglio.
Secondo un'analisi del New York Times, il presidente ha trovato nell'Iran un avversario che non si piega agli strumenti con cui ha ottenuto risultati altrove, dalle pressioni sugli alleati della NATO alle minacce di dazi contro i partner commerciali. "Ha incontrato un paese che non è disposto a giocare secondo le sue regole, cioè piegarsi, baciare l'anello e dirgli quanto è bravo", ha detto al giornale Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University che ha consigliato presidenti e segretari di Stato sul Medio Oriente. "Non credo che abbia una strategia sull'Iran", ha detto Abbas Milani, direttore degli studi iraniani all'università di Stanford: "Affronta queste cose d'istinto e con due obiettivi contraddittori. Da una parte continua a dire di voler fare un accordo e rendere l'Iran un'economia fiorente, dall'altra minaccia di annientarne la civiltà".
A giugno, quando aveva firmato il cessate il fuoco, Trump aveva elogiato i negoziatori iraniani definendoli "persone molto razionali", "forti" e "intelligenti". La settimana scorsa li ha chiamati "feccia" e "gente malata". Ai giornalisti che gli chiedevano cosa fosse cambiato in tre settimane ha risposto: "Li ho conosciuti". La tregua era peraltro un accordo limitato: doveva fermare i combattimenti per 60 giorni per permettere di negoziare i nodi veri, a partire dal futuro del programma nucleare iraniano, e non ha retto nemmeno fino a quella scadenza.
La partita è ormai una gara di resistenza, secondo un'analisi del Wall Street Journal: ciascuno dei due paesi aspetta che l'altro ceda per primo. Trump vorrebbe chiudere prima delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, e prima che i prezzi della benzina tornino a salire. Teheran scommette di poter resistere al blocco navale più a lungo, nonostante un'economia già in caduta libera, senza però provocare un'escalation che lascerebbe a Trump solo le opzioni militari più estreme. Il petrolio Brent, il riferimento internazionale, è salito martedì a 84,73 dollari al barile, in aumento di oltre l'11% in due giorni; all'inizio della guerra aveva superato i 100 dollari.
Negli ultimi due mesi le forze americane hanno scortato più di 800 navi lungo la rotta meridionale dello stretto, vicino alla costa dell'Oman. Con la fine della tregua le Guardie rivoluzionarie iraniane sono riuscite a colpire e mettere fuori uso alcune navi su quella rotta con missili e droni, uccidendo e ferendo membri degli equipaggi. Caccia, droni ed elicotteri americani intercettano gran parte dei colpi, ma quelli lanciati dalla costa iraniana a distanza ravvicinata arrivano troppo in fretta per essere fermati. Gli Stati Uniti hanno inoltre scorte limitate di intercettori, i missili che servono ad abbattere quelli iraniani, un vincolo che rende rischioso per Trump prolungare il conflitto.
La stima interna del Pentagono sul costo complessivo della guerra è tra 80 e 100 miliardi di dollari, ha rivelato NBC News, il triplo dei circa 30 miliardi comunicati finora al Congresso. La cifra comprende oltre 30 miliardi per ricostruire le basi americane danneggiate dagli attacchi iraniani, di cui quasi uno solo per le strutture in Bahrein, la sostituzione di più di 40 aerei colpiti e il ripristino delle scorte di munizioni. Il Pentagono, rimasto a corto di fondi, ha chiesto al Congresso uno stanziamento supplementare di 68 miliardi, ma i parlamentari finora hanno mostrato poco interesse ad approvarlo e accusano il Dipartimento della Difesa di nascondere i costi reali. "È molto frustrante per il popolo americano che non si riesca ad avere una risposta chiara su quanto costi questa guerra", ha detto il senatore indipendente Angus King.
"Finché non muoiono americani, l'Iran sarà una questione secondaria per la maggior parte degli americani", ha detto al New York Times Elliott Abrams, ex funzionario per la sicurezza nazionale in diverse amministrazioni repubblicane, secondo cui la guerra non ha travolto l'agenda del presidente. Per Aaron David Miller, ex negoziatore americano per il Medio Oriente, il precedente è invece quello di Jimmy Carter, la cui presidenza fu segnata dalla crisi degli ostaggi in Iran del 1979-81: "L'Iran ha consumato e macchiato l'eredità di un presidente e potrebbe benissimo macchiare o rovinare quella di un altro".
