Donald Trump ha ritirato oggi la proposta di imporre un pedaggio del 20% alle navi in transito nello Stretto di Hormuz. La tariffa sarà sostituita da nuovi "accordi commerciali e di investimento che i vari Stati del Golfo concluderanno negli Stati Uniti", ha annunciato il presidente su Truth Social. Il dietrofront è arrivato poche ore prima dell'entrata in vigore del blocco navale statunitense contro l'Iran, mentre nello Stretto di Hormuz le forze americane e iraniane si scambiavano attacchi per il quarto giorno consecutivo.

L'International Maritime Organization, l'agenzia marittima delle Nazioni Unite, aveva in precedenza ricordato che non esiste alcuna base giuridica per imporre pedaggi obbligatori alle navi che attraversano uno stretto internazionale. Soprattutto, come osservato da Axios, la proposta americana finiva paradossalmente per legittimare la pretesa dell'Iran di riscuotere tariffe per il transito nelle stesse acque: una richiesta che Trump aveva respinto fino a pochi giorni prima.
Due funzionari di Paesi del Golfo hanno riferito ad Axios che l'annuncio di Trump aveva colto di sorpresa l'intera regione, inducendo diversi governi a chiedere chiarimenti ai propri interlocutori alla Casa Bianca. La questione è stata affrontata anche oggi, durante la telefonata in cui Trump ha presentato all'emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, le condoglianze per la morte del padre.
Ricevendo il primo ministro iracheno, il presidente ha poi raccontato di essere stato contattato da "re ed emiri" che gli chiedevano di abbandonare il progetto. "Non credo che nessuno debba imporre una tariffa per attraversare lo Stretto o qualsiasi altro stretto al mondo", ha dichiarato ai giornalisti. "Non mi piace il concetto di pedaggio, ma allo stesso tempo non è giusto che proteggiamo questa rotta per il mondo intero senza ricevere alcuna forma di compensazione". I nuovi investimenti, ha aggiunto, rappresentano una contropartita migliore.
Già prima della guerra con l'Iran, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrein si erano impegnati a investire complessivamente oltre 2.000 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi anni. Secondo Trump, i nuovi accordi renderanno "quella cifra ancora più grande".
Trump chiede a Netanyahu il ritiro dalla Siria e dal Libano
Intanto giovedì scorso, durante una telefonata con Benjamin Netanyahu, Trump ha chiesto a Israele di avviare il ritiro delle proprie forze dalla Siria e di procedere nella stessa direzione anche in Libano. Lo hanno riferito sempre ad Axios funzionari statunitensi e israeliani.
Secondo un alto funzionario americano, il presidente ha spiegato al primo ministro israeliano che la presenza militare nei territori siriani alimenta le tensioni e aumenta il rischio di un'escalation. "Non vi vogliono lì. Dovreste ridispiegare le truppe", gli avrebbe detto, estendendo la richiesta anche al Libano. L'ufficio di Netanyahu ha replicato che il premier "ha ribadito la necessità di mantenere zone di sicurezza lungo i confini di Israele".
La telefonata è avvenuta il giorno successivo all'incontro tra Trump e il presidente siriano Ahmad al-Sharaa, a margine del vertice NATO in Turchia. Per mesi l'Amministrazione americana ha lavorato a un accordo di sicurezza tra Israele e Siria che prevedeva il graduale ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024. Washington avrebbe però concluso che Netanyahu non è disposto a fare le concessioni necessarie.
A poco più di tre mesi dalle elezioni del 27 ottobre, decisive tanto per la sua sopravvivenza politica quanto per il suo futuro giudiziario, Netanyahu dispone di pochissimo margine per cedere. Esponenti di primo piano del suo governo chiedono infatti che Israele mantenga a tempo indeterminato il controllo delle aree occupate nel sud della Siria e del Libano, considerate indispensabili per impedire un nuovo attacco come quello del 7 ottobre.
Alcuni ministri e parlamentari spingono persino per la costruzione di insediamenti ebraici nelle stesse aeree, anche se nelle ultime settimane proprio nel sud della Siria si sono moltiplicate le proteste contro la presenza israeliana, sfociate anche in scontri tra civili e soldati.
Il negoziato bloccato sul ritiro dal Libano
Oggi intanto i mediatori statunitensi hanno incontrato a Roma diplomatici israeliani e libanesi per discutere l'attuazione dell'accordo quadro firmato a Washington il 26 giugno. Il testo impegna Israele a ritirarsi da due "zone pilota" nel sud del Libano e a consentire il dispiegamento dell'esercito libanese, ma finora le truppe israeliane sono rimaste nelle loro posizioni.
Beirut chiede quindi un calendario preciso per il ritiro. Israele sostiene invece di dover prima verificare che nelle due aree non siano più presenti armi o infrastrutture militari di Hezbollah. Le autorità libanesi replicano che questo accertamento dovrebbe essere affidato all'esercito statunitense. Il negoziato resta quindi bloccato proprio sul meccanismo che dovrebbe consentire l'inizio del ridispiegamento israeliano.
