Circa un terzo degli adulti americani, tra cui circa la metà dei democratici, pensa che Israele abbia commesso un genocidio contro i palestinesi durante la guerra a Gaza, secondo un sondaggio condotto tra l'11 e il 17 giugno dall'Associated Press insieme al centro di ricerca NORC su oltre 3.000 adulti, di cui più di 1.000 ebrei. Dopo decenni di sostegno condiviso da entrambi i partiti, l'appoggio degli americani a Israele si sta erodendo, con un'opposizione crescente tra i democratici e segnali di divisione tra i repubblicani. L'accusa di genocidio è stata mossa da alcune organizzazioni per i diritti umani ed è respinta con forza da Israele e dal governo americano.
Circa 2 americani su 10 escludono che si tratti di genocidio, mentre la metà dice di non sapere abbastanza per esprimersi. Tra gli adulti ebrei il 30% parla di genocidio, mentre il 49% lo esclude.
La rilevazione arriva quasi tre anni dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che uccise 1.200 persone in Israele, in gran parte civili, con 251 ostaggi portati a Gaza. Da allora nella Striscia sono morti più di 73.000 palestinesi, di cui oltre 1.000 dall'inizio dell'ultima tregua, secondo il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, che non distingue tra civili e miliziani. Circa 4 americani su 10 non sanno dire se la risposta militare israeliana sia stata giustificata, ma tra chi ha un'opinione la maggioranza considera giustificata la reazione iniziale e ingiustificate le operazioni attuali. Tra gli ebrei americani, tre quarti approvano la risposta iniziale e solo 4 su 10 le operazioni in corso.
Il 58% dei democratici dice che gli Stati Uniti sono "troppo favorevoli" agli israeliani, in crescita dal 45% di gennaio 2024, quando alla Casa Bianca c'era Joe Biden. Lo pensa anche il 51% dei democratici ebrei. Il 62% dei democratici ritiene inoltre che il paese non sostenga abbastanza i palestinesi, contro il 49% di due anni fa. I più giovani restano i più critici, ma gli over 45 stanno recuperando: il 57% chiede di fare di più per i palestinesi, rispetto al 39% del 2024.
Tra i repubblicani solo il 13% parla di genocidio, con un divario generazionale: lo dice circa il 20% degli under 45 e circa il 10% dei più anziani. Il 60% dei repubblicani considera "adeguato" il livello di sostegno americano a Israele e circa 2 su 10 lo giudicano eccessivo. La quota di repubblicani che vorrebbe un sostegno maggiore è però crollata dal 39% al 15% in due anni.
Molti intervistati concentrano le critiche sui leader israeliani, a partire dal primo ministro Benjamin Netanyahu, percepito come vicino al presidente Trump. Solo il 20% degli americani ha un'opinione favorevole di Netanyahu, il 38% ne ha una sfavorevole e il 41% non lo conosce abbastanza per giudicare. Tra gli ebrei americani 6 su 10 lo vedono negativamente. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, 34 anni, socialista-democratico e critico dichiarato di Israele, divide invece l'opinione pubblica: il 27% lo giudica positivamente, il 28% negativamente e il 44% non ha un'opinione. Gli adulti ebrei, in grande maggioranza democratici, lo vedono meglio di Netanyahu, con il 44% di giudizi favorevoli contro il 39% di contrari.
Lo spostamento tocca ormai anche l'ala centrista del Partito Democratico. Rahm Emanuel, ex capo di gabinetto della Casa Bianca, ex sindaco di Chicago, ex ambasciatore e potenziale candidato alle presidenziali del 2028, per anni tra i difensori di Israele, attaccherà Netanyahu mercoledì in un discorso all'Università di Tel Aviv, secondo il testo anticipato all'Associated Press. Emanuel dirà che il rapporto tra Israele e Stati Uniti è "a un bivio" e "non può reggere né sopravvivere così com'è", accuserà Netanyahu di aver portato il paese in un "vicolo cieco" e definirà un errore il sostegno americano senza condizioni, che a suo dire ha prodotto un primo ministro convinto di non pagare alcun prezzo quando ignora le preoccupazioni di Washington.
Tra le sue proposte ci sono sanzioni contro gli israeliani che attaccano civili e proprietà palestinesi, sanzioni contro aziende e banche che sostengono gli insediamenti considerati illegali dalla maggior parte della comunità internazionale e la fine dei sussidi americani al bilancio della difesa israeliano. Dirà anche che "il sostegno a Israele sta crollando in tutto il mondo" e che la soluzione a due Stati è ormai "screditata", proponendo al suo posto un accordo a "23 Stati" tra Israele, i palestinesi e gli altri 21 membri della Lega Araba.
In un'intervista alla stessa agenzia prima del discorso, Emanuel ha definito la risposta militare israeliana "sconsiderata e negligente nel trattamento delle vite palestinesi" e ha accusato Israele di usare cibo e medicine come strumenti dei propri obiettivi militari. Sull'accusa di genocidio ha detto di essere pronto alla discussione, purché il termine non venga politicizzato. Netanyahu, che in passato definì Emanuel "un ebreo che odia se stesso", affronta a ottobre il voto per la propria rielezione e potrebbe sfruttare lo scontro per mostrarsi forte davanti alle critiche internazionali.
Le critiche a Israele emergono anche nel partito repubblicano: il vicepresidente JD Vance ha detto di recente dalla Casa Bianca che Trump è "l'unico capo di Stato al mondo solidale con la nazione di Israele in questo momento". Solo un terzo degli americani considera Israele una questione personalmente molto importante, ma il tema pesa sulla politica a quattro mesi dalle elezioni di metà mandato, mentre i rapporti tra i due governi restano tesi: alle recenti primarie democratiche di New York e Colorado candidati apertamente critici di Israele hanno battuto i favoriti dell'establishment e la questione potrebbe diventare una linea di frattura nella corsa alla nomination presidenziale del 2028.
