Obama resta l'unico politico davvero popolare. La sinistra Dem in salita
Un sondaggio Strength In Numbers/Verasight di giugno mette Obama, Sanders e Mamdani in testa alle valutazioni degli americani. In fondo alla classifica finiscono Tucker Carlson, Chuck Schumer e alcuni dei principali esponenti repubblicani del Congresso.
Barack Obama resta l'unico grande nome della politica americana che continua ancora oggi a essere percepito dagli elettori in modo nettamente positivo. Secondo un nuovo sondaggio condotto a giugno da Strength In Numbers con Verasight, l'ex presidente ottiene infatti un punteggio medio di 54 su 100 in una scala di gradimento da 0 a 100, dove 0 indica un sentimento completamente "ostile" e 100 la forte "approvazione". Tutti gli altri politici testati restano invece sotto quota 50. Alle spalle di Obama si colloca un gruppo compatto di figure legate al campo democratico: Bernie Sanders a 45, Zohran Mamdani a 44, Pete Buttigieg e il Partito Democratico a 43, Jon Ossoff a 42. A 41 compaiono Alexandria Ocasio-Cortez, Kamala Harris e Marco Rubio, unico repubblicano nella fascia alta della classifica.
Il fondo della graduatoria è invece occupato prettamente da figure repubblicane. Tucker Carlson è il personaggio più impopolare tra tutti quelli inclusi nel sondaggio, con un punteggio di soli 28. Subito sopra il leader della maggioranza al Senato John Thune a 30 e lo Speaker della Camera Mike Johnson a 33. Donald Trump si ferma a 38, lo stesso valore del vicepresidente JD Vance e poco sotto il Partito Repubblicano nel suo insieme, valutato a quota 39. Gli unici democratici a ottenere un punteggio peggiore di Trump sono i due esponenti di punta del partito al Congresso: il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, fermo a quota 30, e il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries, a quota 36.
Il successo della sinistra nelle primarie democratiche
Il sondaggio arriva in un momento particolarmente significativo per il Partito Democratico. Il 23 giugno tre candidati alla Camera sostenuti da Mamdani, sindaco di New York e apertamente socialista democratico, hanno vinto le primarie. L'ex revisore dei conti della città, Brad Lander, ha sconfitto con oltre 30 punti di vantaggio il deputato uscente Dan Goldman, sostenuto personalmente da Jeffries. Darializa Avila Chevalier, attivista di 32 anni, ha strappato il seggio al deputato Adriano Espaillat, in carica da 5 mandati, con circa 3 punti di margine. Claire Valdez ha invece vinto le primarie per un seggio aperto tra Brooklyn e Queens con 20 punti di vantaggio. Tutti e tre i vincitori sono alleati o membri del movimento dei Democratic Socialists of America, che la scorsa settimana hanno conquistato 9 delle 10 sfide chiave nelle primarie newyorkesi.
I risultati sono stati letti da molti come il segnale della nascita, nel campo democratico, di un movimento simile al Tea Party: una spinta dal basso decisa a premiare i candidati più combattivi e a punire l'establishment. I centristi, però, contestano questa interpretazione. Secondo loro, la DSA può piacere a una parte dell'elettorato democratico, ma resta poco attraente per il pubblico generale. Liam Kerr, tra i responsabili del Super PAC centrista WelcomePAC, ha citato un sondaggio della Marquette University Law School secondo cui il 48% degli americani ha un'opinione sfavorevole della DSA, contro appena il 20% che la giudica positivamente.
Il problema dei Dem non è il radicalismo, ma la debolezza
G. Elliott Morris, giornalista e analista autore del sondaggio, invita però a distinguere tra la popolarità delle organizzazioni politiche e quella dei singoli candidati. Tutti i partiti, osserva, sono oggi profondamente impopolari: secondo YouGov, solo il 12% degli americani giudica favorevolmente sia il Partito democratico sia quello repubblicano. Per questo, sostiene Morris, non basta dire che la DSA è divisiva per concludere che tutti i politici vicini a quell'area siano automaticamente tossici. Se una figura come Mamdani piace più del movimento a cui appartiene, il giudizio sull'elettorato va considerato in maniera più sfumata.
Il quadro diventa ancora più netto quando si guarda al gradimento interno ai due partiti. Tra i repubblicani, Vance e Rubio guidano con un punteggio di 68 punti, un valore comunque inferiore a quello che i democratici assegnano ai loro candidati più apprezzati. Carlson, invece, si ferma a 40 punti tra gli stessi elettori repubblicani: un dato che suggerisce come l'ala mediatica MAGA non rappresenti da sola l'intero elettorato conservatore. Tra i democratici, Sanders e Mamdani sono i più amati con una media di 72 punti tra gli elettori del partito, seguiti da Ocasio-Cortez a 70. Più indietro tutti i volti dell'establishment: Harris a 68, Buttigieg a 67, Newsom a 64 e Ossoff a 61, anche se quasi metà degli elettori democratici dichiara di non conoscere bene quest'ultimo.
Per Morris, questi numeri raccontano meno una svolta ideologica che una richiesta di combattività. Gli elettori democratici sembrano infatti premiare chi appare disposto allo scontro politico, come Ocasio-Cortez e Mamdani, e punire chi viene percepito come parte di un establishment debole o incapace di reagire ai soprusi di Trump. Jeffries e Schumer, pur non essendo moderati sul piano programmatico, restano infatti molto bassi nel gradimento generale. La conclusione dell'analista è netta: attualmente il problema principale del Partito Democratico non è sembrare troppo radicale, ma sembrare troppo debole.