L'Amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali contro JNIM, un gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda diventato negli ultimi anni la formazione armata più potente dell'Africa occidentale. Lo ha rivelato il Washington Post, citando funzionari ed ex funzionari americani a conoscenza delle discussioni. Se l'operazione venisse approvata, il Mali diventerebbe così l'ottavo paese in cui il presidente ha ordinato attacchi militari dall'inizio del secondo mandato, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.
All'interno dell'Amministrazione le posizioni però sono divise. Il principale sostenitore dell'uso della forza è Sebastian Gorka, responsabile dell'antiterrorismo nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale, l'organo della Casa Bianca che coordina la politica estera e di difesa. Il Pentagono non ha voluto commentare e un funzionario dell'Amministrazione non ha detto se il presidente intenda procedere, ma ha spiegato che gli Stati Uniti stanno spingendo i governi dell'Africa occidentale e settentrionale a comprare armi e servizi americani per combattere i terroristi. Lo stesso funzionario ha attribuito la responsabilità della situazione alla Russia, che "si è dimostrata un partner di sicurezza inefficace per il Mali". Il Dipartimento di Stato non ha chiarito se il segretario di Stato Marco Rubio sia favorevole o meno all'azione militare.
JNIM, il cui nome completo è Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ha la sua roccaforte in Mali, un Paese di quasi 25 milioni di abitanti governato da una giunta militare, e ha esteso di recente i suoi attacchi ai Paesi costieri dell'Africa occidentale. L'anno scorso il gruppo ha imposto un blocco del carburante che ha paralizzato gran parte del Paese. In primavera ha lanciato attacchi coordinati in tutto il Mali: i miliziani hanno girato per le strade di Bamako, la capitale, hanno strappato all'esercito e ai russi una città strategica nel nord e hanno ucciso il Ministro della Difesa Sadio Camara in un attentato suicida il 25 aprile.
Per contrastare i jihadisti la giunta militare ha assunto mercenari russi, prima del gruppo Wagner e poi di Africa Corps, una struttura più vicina al Ministero della Difesa di Mosca, entrambi accusati di numerose atrocità. L'anno scorso l'esercito maliano e i suoi partner russi hanno ucciso 925 civili, contro i 232 uccisi dai militanti islamisti, secondo i dati di ACLED, un'organizzazione che raccoglie dati sui conflitti armati. Héni Nsaibia, analista di ACLED per l'Africa occidentale, ha detto al Washington Post che è "estremamente problematico" che gli Stati Uniti o un altro partner occidentale sostengano regimi "fragili e repressivi" come quelli di Mali, Burkina Faso e Niger.
Il Mali può diventare l’ottavo fronte di Trump
L’amministrazione americana valuta un intervento militare contro JNIM, l’affiliata di al-Qaeda diventata il gruppo armato più potente dell’Africa occidentale. Nel paese, però, a uccidere più civili sono l’esercito e i mercenari russi.
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Gli Stati Uniti hanno però già riallacciato i rapporti con Bamako. L'anno scorso l'Amministrazione Trump ha aumentato la condivisione di intelligence con il governo maliano, che l'ha usata per i suoi raid contro le basi jihadiste, dopo che l'Amministrazione Biden aveva isolato la giunta per il rifiuto di fissare una data per il ritorno alle elezioni. A febbraio Washington ha tolto le sanzioni ad alcuni membri della giunta militare, tra cui lo stesso Camara, per ottenere in cambio i diritti di sorvolo del Mali e seguire meglio gli spostamenti di Kevin Rideout, un missionario americano rapito l'anno scorso dai miliziani di IS Sahel, la branca locale dello Stato Islamico rivale di JNIM, e oggi ritenuto prigioniero in Mali. Gorka ha seguito da vicino le trattative per liberarlo.
Un intervento diretto comporterebbe però il rischio di uno scontro con le forze russe presenti nella regione e potrebbe richiedere accordi tra Washington e Mosca per evitare incidenti, simili a quelli che sono stati in vigore in Siria durante la guerra civile.
Wassim Nasr, specialista del Sahel al Soufan Center, un centro di ricerca sulla sicurezza, ha detto al quotidiano della capitale statunitense che gli Stati Uniti sarebbero più utili nella "risoluzione del conflitto", costringendo la giunta militare a trattare con JNIM, che non ha ambizioni globali ma punta ad applicare la legge islamica nel governo locale. "Scegliere un'altra volta la soluzione militare non risolverà le cose", ha detto. "I francesi ci hanno provato per 10 anni. I russi ci stanno provando da 5. La situazione è solo peggiorata".
La Francia, in effetti, era già intervenuta nel Sahel nel 2013 su richiesta dell'allora governo maliano: le sue forze avevano fermato l'insurrezione e ristabilito un minimo di ordine, ma la successiva operazione Barkhane, pur eliminando importanti capi jihadisti, non ha fermato l'espansione dei gruppi armati. La rabbia contro Parigi, alimentata dagli errori neocoloniali francesi e dalla disinformazione russa, ha contribuito successivamente ai colpi di stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e in Burkina Faso e Niger, fino alla decisione presa dal presidente Emmanuel Macron del ritiro delle truppe francesi. Nasr ha aggiunto che indebolire JNIM potrebbe finire per favorire IS Sahel, la cui crescita è stata finora limitata proprio dal gruppo rivale.
Peter Pham, ex funzionario dell'Amministrazione Trump, è meno pessimista sull'uso della forza militare, ma ritiene che prima servirebbe ricostruire la fiducia con i governi di Mali e Niger. Corinne Dufka, esperta indipendente del Sahel, ha invece avvertito che gli attacchi americani potrebbero spingere JNIM a colpire gli Stati Uniti o gli americani nella regione, cosa che finora non ha fatto, o a riavvicinarsi alla casa madre di al-Qaeda, da cui è diventato più autonomo negli ultimi anni. "Se gli Stati Uniti aiutano le autorità maliane a uccidere i leader di JNIM, la mossa potrebbe ritorcersi contro di loro", ha detto, "e sprecherebbero l'occasione di de-radicalizzare e smobilitare una delle organizzazioni jihadiste più sofisticate del mondo".
Gorka fa da anni delle politiche antiterrorismo aggressive un pilastro della sua ideologia, ma finora la sua influenza sulle decisioni dell'Amministrazione è stata modesta. In primavera alla Casa Bianca si è discusso sulla possibilità di nominarlo direttore del National Counterterrorism Center, il centro che coordina l'antiterrorismo americano, dopo le dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l'Amministrazione in polemica con la decisione del presidente di iniziare la guerra con l'Iran, ma poi la nomina non è mai arrivata.
