E se Donald Trump non fosse l'anomalia della storia americana, ma fosse proprio l'America che abbiamo conosciuto negli ultimi ottant'anni a rappresentare l'eccezione? È una domanda che ribalta gran parte del racconto europeo della politica statunitense e che, a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, assume un significato particolare. Perché mentre Washington si prepara a un nuovo confronto elettorale, il dibattito pubblico continua a interrogarsi su quanto potere conserverà Trump, su quali conseguenze potrebbe avere un Congresso ostile alla Casa Bianca e su chi raccoglierà un giorno l'eredità del presidente. Molto meno spesso, invece, ci si domanda se il trumpismo sia davvero un fenomeno passeggero oppure il ritorno di tradizioni politiche, culturali e strategiche che appartengono agli Stati Uniti da molto prima dell'avvento del movimento MAGA.
Simone Zuccarelli non ha molti dubbi. “Trump è una conseguenza e anche un ritorno, il risveglio di una certa America che noi abbiamo semplicemente dimenticato”, sostiene nell'intervista rilasciata a The 51st, la rubrica di Focus America. Politologo ed esperto di politica estera statunitense, conservatorismo americano e relazioni transatlantiche, Zuccarelli è direttore del Programma Transatlantico del Comitato Atlantico Italiano, vicepresidente della Fondazione Trad+ e Senior Advisor dell'Atlantic Treaty Association. Dottore di ricerca con lode in Istituzioni e Politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato professore a contratto all'Università Pegaso e svolge attività didattica presso l'Università Cattolica e l'Università degli Studi di Milano. Già presidente internazionale della Youth Atlantic Treaty Association, collabora con Treccani alla realizzazione dell'Atlante Geopolitico e ha pubblicato diversi studi dedicati alla NATO, alla politica estera americana e alla tradizione conservatrice statunitense.
È proprio questa prospettiva storica, maturata attraverso lo studio delle trasformazioni della politica americana, a rendere particolarmente interessante la sua interpretazione del presente. Zuccarelli propone infatti una lettura che sfida alcune delle convinzioni più diffuse nel dibattito europeo: Trump non avrebbe inventato il movimento che lo sostiene, ma avrebbe intercettato un'America rimasta a lungo senza rappresentanza; Ronald Reagan, considerato da generazioni di repubblicani il simbolo del conservatorismo, sarebbe stato per molti aspetti più vicino al liberalismo classico; e l'America First, anziché rappresentare una rottura senza precedenti, recupererebbe una tradizione che attraversa la storia degli Stati Uniti dalle loro origini.
È una prospettiva che non risparmia critiche all'Europa, accusata di aver frainteso tanto le ragioni del successo di Trump quanto la natura del rapporto transatlantico. Le richieste americane di una maggiore partecipazione europea alla difesa collettiva, ricorda Zuccarelli, precedono di decenni l'attuale amministrazione, mentre il ritorno della competizione tra grandi potenze impone a Washington scelte strategiche sempre più selettive. Da qui la sua convinzione che molte delle trasformazioni attribuite esclusivamente alla personalità del presidente siano destinate a sopravvivere alla sua esperienza politica.
Ma è soprattutto sul terreno culturale che l'intervista diventa più provocatoria. Zuccarelli contesta la rappresentazione del MAGA come semplice espressione di rabbia o arretratezza, descrivendolo invece come la reazione di comunità che si sono sentite ignorate dalle élite politiche, economiche e culturali. Un'interpretazione sulla quale è possibile discutere, ma che pone una questione difficile da eludere: quanto del successo di Trump dipende dalle sue capacità personali e quanto, invece, dall'incapacità della politica tradizionale di comprendere una parte consistente della società americana?
La conversazione attraversa così il conservatorismo di Reagan, le radici del movimento MAGA, il rapporto tra Stati Uniti e NATO, la competizione con Cina e Russia e il significato politico delle midterm, per arrivare infine a un'America molto diversa da quella delle grandi città e dei palazzi del potere: quella dei ranch texani, dei cowboy, delle piccole comunità e delle tradizioni che continuano a plasmare l'identità di milioni di cittadini.
Dieci domande a Simone Zuccarelli. La prima parte da una contraddizione. L'ultima, ancora una volta, dall'America che da questa parte dell'Atlantico continuiamo forse a non vedere.
1. Se dovessi spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglieresti?
“L’America è sicuramente un Paese ricco di contraddizioni e, in quanto Paese eccezionale, unico nel suo genere, probabilmente è anche eccezionale nelle sue contraddizioni. Una delle più rilevanti, secondo me, e delle meno visibili dall’Europa è l’unione tra spirito rivoluzionario e spirito di conservazione.
Gli Stati Uniti nascono da una rivoluzione, ma si tratta di una rivoluzione peculiare, non paragonabile a quella francese: più che al sovvertimento di un ordine costituito, è orientata innanzitutto a ristabilire quelle che erano, a dire dei coloni americani, le libertà degli inglesi. È una rivoluzione che ha due momenti fondamentali: la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione americana. Già in questi due documenti emerge chiaramente la contraddizione originaria. La Dichiarazione d’Indipendenza è molto più vicina a quelle che erano le istanze dell’Illuminismo, mentre la Costituzione si avvicina di più a un’impostazione tipicamente anglosassone, che precede sicuramente la Rivoluzione francese, ma anche alcuni elementi dell’Illuminismo stesso. Non è un caso se alcuni tra i Padri fondatori, tra cui lo stesso George Washington, sostenevano che la Costituzione degli Stati Uniti fosse fatta solo per uomini morali e religiosi.
Fin dagli albori degli Stati Uniti convivono dunque due principi: da una parte la volontà rivoluzionaria, la trasformazione, la spinta verso il progresso; dall’altra la visione espressa nella Costituzione, un documento che incarna una struttura istituzionale di ispirazione anche romana, quindi quel misto di democrazia, aristocrazia e monarchia che Polibio aveva indicato come il segreto del successo della Roma repubblicana.
E questa contraddizione si mantiene forte anche oggi. Da una parte l’America che spinge verso il progresso, la trasformazione, l’evoluzione, l’affermazione di nuovi diritti, e dall’altra l’America che invece si aggrappa a quelli che erano i valori del passato e tenta di restaurarli. Tra queste due fazioni si trova poi un ampio ventaglio di posizioni che rendono questa contraddizione ancora più articolata.
Restando nella destra americana, c’è chi ritiene sia necessaria l’accelerazione tecnologica per competere con giganti come la Cina, e chi invece vuole un ritorno alla tradizione medievale, una tradizione feudale di piccole comunità. Nel mezzo c’è chi vuole l’accelerazione tecnologica, ma anche un ritorno a una serie di valori tradizionali e, allo stesso tempo, a una sussidiarietà tipica del mondo medievale. Questa è dunque una delle principali contraddizioni dell’America di oggi che, tra l’altro, contribuisce alla crescente polarizzazione della società e si riverbera anche in politica estera”.
2. Simone, a una settimana dalle midterm, il dibattito americano sembra ruotare ancora una volta intorno a Donald Trump. Eppure, queste elezioni arrivano in un momento in cui gli Stati Uniti stanno ridefinendo il proprio ruolo nel mondo e il rapporto con i loro alleati. Quanto conta davvero la politica estera nelle scelte degli elettori americani? E non credi che in Europa tendiamo a sopravvalutare il peso delle questioni internazionali in un voto che, per molti americani, riguarda soprattutto la propria vita quotidiana?
“La politica estera è sicuramente importante. Nei sondaggi, i cittadini americani dichiarano che si tratta di un tema che orienta il loro voto, ma certamente in misura molto inferiore rispetto a questioni come economia, immigrazione e diritti. Più in generale, soltanto una percentuale estremamente ridotta degli elettori indica la politica estera come l'elemento cruciale della propria scelta elettorale.
Per fare un esempio concreto, dall’Europa potremmo pensare che la guerra in Iran costituisca una delle principali ragioni che orienteranno il voto alle midterm. In realtà, pochissimi americani indicano il conflitto come elemento decisivo per la propria scelta. Indubbiamente noi europei tendiamo a sopravvalutare il peso della politica estera nelle elezioni americane; gli statunitensi, come del resto gli europei, pur seguendo gli avvenimenti internazionali, generalmente non ne fanno la principale preoccupazione al momento del voto”.
3. Hai dedicato una parte importante della tua ricerca alla tradizione conservatrice americana e, in particolare, alla figura di Ronald Reagan. Oggi il Partito Repubblicano sembra essersi identificato quasi completamente con Donald Trump. Ma quanto è davvero conservatore il trumpismo? Ti faccio una domanda volutamente provocatoria: Reagan riconoscerebbe ancora il proprio partito oppure vedrebbe in Trump la negazione di tutto ciò che aveva cercato di costruire?
“Questa domanda è molto interessante ma richiede una lunga digressione, perché la risposta dipende da come definiamo il conservatorismo. E il problema è che in questo gli Stati Uniti non ci aiutano perché è proprio lì che il termine-concetto di conservatorismo è stato distorto.
Infatti, proprio nel momento in cui il conservatorismo emerge come corrente olistica negli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, alcuni pensatori incominciano a impiegare il termine «conservatore» per indicare una dottrina in realtà più vicina alla tradizione liberale classica. E iniziano a farlo perché negli Stati Uniti il termine «liberal» era stato adottato pochi anni prima dai progressisti rooseveltiani. I liberali iniziano allora a utilizzare il termine «conservatore» per esprimere la volontà di preservare la tradizione dei Padri Fondatori, le antiche libertà americane che, a loro avviso, stavano venendo meno con l’impostazione socialdemocratica di matrice rooseveltiana. Negli stessi anni, tuttavia, il termine «conservatore» inizia a essere usato anche con un significato più vicino a quello originale da parte di pensatori come Russell Kirk e Richard Weaver, che lo impiegano per indicare quella “persuasione” che nasce in Europa con la Rivoluzione francese e i cui tratti la distinguono profondamente dalla tradizione liberale.
Perché questa lunga premessa? Perché questa ambiguità diventa un problema quando si parla di Reagan, che tutti hanno in mente come l’emblema del conservatore americano. Reagan ha sicuramente, quantomeno in politica interna, diversi tratti vicini o propri del pensiero conservatore, ma nel complesso è soprattutto espressione del liberalismo classico. Non quello che conosciamo oggi, che ha fatto delle battaglie sui diritti una delle sue bandiere, ma quello otto-novecentesco che, pur ritenendo fondamentali la libertà economica e la cosiddetta libertà negativa, rimane fortemente religioso, simile a quello di alcuni tra i Padri Fondatori e imperniato su morale e fede.
Reagan si inserisce in questa corrente ma, rispetto al conservatorismo correttamente inteso, pone un’enfasi eccessiva sulla libertà e sulla promozione del modello americano nel mondo. E questi sono anche temi fondamentali sui quali si distinguono la presidenza Reagan e quella Trump.
Riguardo al libero commercio, ad esempio, Reagan introduce tutta una serie di misure protezioniste, ma lo fa in risposta a delle pratiche commerciali scorrette di altri Paesi. Inoltre, è l’iniziatore del processo che porterà al NAFTA. Trump, invece, ha un’impostazione decisamente più protezionista, che prevede l’utilizzo dei dazi sia a protezione del mercato interno sia come leva politica contro altri Paesi. Senza dimenticare che il NAFTA è stato uno dei suoi bersagli principali. Per un liberale questo non è accettabile; per un conservatore, invece, sì.
Poi c’è il cruciale tema dell’immigrazione. Reagan vedeva gli Stati Uniti come una «Shining City upon a Hill», ma una città senza mura o con le porte aperte a tutto il mondo. Un’impostazione vicina a quella liberale classica. Invece Trump, come i conservatori, ritiene che sia necessario preservare la cultura del proprio popolo. Possiamo dire che almeno una parte del mondo che ruota attorno a Trump ha capito il conservatorismo meglio di Reagan. Diverse figure oggi ne rigettano il mito, riconoscendo che, per molti aspetti, il quarantesimo presidente americano non era un conservatore.
Tornando alla domanda, la componente culturale del trumpismo e del mondo MAGA – politici come J.D. Vance, pensatori come Yoram Hazony o i post-liberali – esprime probabilmente un’attitudine molto più in linea con il conservatorismo rispetto a Ronald Reagan”.

4. Il movimento MAGA viene spesso raccontato in Europa come un fenomeno legato quasi esclusivamente alla personalità di Donald Trump, ma dietro quello slogan sembra esserci qualcosa di molto più profondo: una diversa concezione dell’identità americana, del rapporto tra cittadini e istituzioni e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Che cosa non abbiamo ancora capito del movimento MAGA? E ti pongo una domanda più provocatoria: siamo sicuri che Trump abbia creato il MAGA, o è stato piuttosto il MAGA, espressione di un’America che chiedeva da tempo di essere rappresentata, a creare politicamente Donald Trump?
“Parto dal fondo, perché è più semplice. Sicuramente Trump è l’espressione di un’America che chiedeva da tempo di essere rappresentata e su questo credo – spero – non ci siano più dubbi. I fenomeni politici e storici hanno radici lontane. Certo, Trump ha poi contribuito agli sviluppi successivi, ma il mondo MAGA è espressione di un’America – e questo faticano a capirlo anche negli Stati Uniti; sicuramente non lo si capisce spesso in Europa – che chiede di avere voce, che è stata dimenticata per anni e che esplode quando incrocia Donald Trump.
Trump non riunisce soltanto, per esempio, i religiosi evangelici americani o i cowboy dell’America profonda, ma conquista anche un elettorato tradizionalmente democratico. È il caso, ad esempio, dei colletti blu, una parte di America a cui non interessano particolarmente i nuovi diritti e le mode delle grandi città: interessa poter lavorare e mantenere la propria famiglia. È una parte di America che il Partito Democratico ha progressivamente ignorato. Il mondo MAGA è quindi composito, non necessariamente unito da un’ideologia definita, ma sicuramente da alcuni temi, spesso vicini all’approccio conservatore, che Trump ha sollevato con forza.
Alle primarie repubblicane del 2016, ad esempio, Jeb Bush si presentava come uno dei favoriti, con una posizione morbida sull’immigrazione, come del resto il fratello, Ronald Reagan e l’intero Partito Repubblicano. Il GOP manteneva questa linea nonostante i suoi elettori chiedessero da decenni politiche più restrittive. Pensiamo al libero mercato: tanti accordi di libero scambio, conclusi anche sotto presidenze repubblicane, hanno portato a una perdita di posti di lavoro significativa nel settore manifatturiero, soprattutto in Stati che poi hanno votato per Donald Trump. Da qui nasce il successo di Trump: è ciò che accade quando, in democrazia, si ignorano bisogni e richieste ripetutamente espressi dal popolo.
E questo è un altro leitmotiv che unisce il mondo MAGA: tali richieste sono state ignorate perché per le élite chi le sollevava era (o è) considerato un bifolco ignorante. Si pensi a come sono stati etichettati per lungo tempo coloro che rifiutavano l’approccio bipartisan pro-immigrazione; si pensi a come veniva (e viene tuttora) considerato chi rifiuta un approccio interamente orientato al libero scambio. E questo ha generato frustrazione.
Trump e il mondo MAGA sono anche una risposta a una trasformazione culturale che non tutti in America hanno gradito. Hillary Clinton aveva racchiuso quel mondo nel famoso basket of deplorables: si tratta, tuttavia, di persone che si sono progressivamente sentite abbandonate dalla classe politica e che hanno idee legittime su come vorrebbero fosse organizzato lo Stato in cui vivono. L’insegnamento dovrebbe essere il seguente: possono non piacere le idee di una parte o dell’altra, ma innanzitutto vanno capite. E purtroppo lo sforzo di comprensione delle idee del mondo MAGA è stato scarso in America e ancora più limitato in Europa.
Nel Vecchio Continente, ad esempio, la dura rivolta anti-woke della destra americana non è ancora compresa appieno. Ma se si osserva come è cambiato l’uso delle parole dal 1995 al 2015, quindi in vent’anni esatti, ci si accorge che alcune parole che prima erano sostanzialmente inutilizzate, come “transgender”, diventano di dominio comune. Questo significa che nel giro di vent’anni c’è stata una trasformazione culturale così profonda che non ci ricordiamo neanche più com’era l’Occidente di soli tre decenni fa. In altre parole, non ricordiamo come erano le pubblicità sulle nostre televisioni, il registro culturale, il registro semantico, il modo in cui si comportavano uomini e donne, ad esempio, nelle relazioni, anche semplicemente nel corteggiamento.
Nonostante questo, oggi molte persone – soprattutto le più sensibili a questi temi e dotate di una spiccata intelligenza sociale – avvertono un profondo e crescente senso di inquietudine per la direzione che il nostro Occidente ha preso. Faticano a ritrovarsi in un mondo nel quale certi canoni tradizionali sono svaniti; non apprezzano il progressivo disfacimento di una serie di regole sociali e relazionali; si sentono a tratti spaesate in una società che non riconosce più il valore del loro modo di affrontare la vita e le relazioni umane. Ci sono, in sostanza, persone di grande valore che trovano sempre più difficilmente lo spazio e il riconoscimento che meriterebbero per come sono umanamente e caratterialmente; donne e uomini che, in altri tempi, sarebbero stati considerati modelli da imitare e compagni perfetti con cui costruire un futuro. Persone che, a un certo punto, iniziano a sognare una reazione, il ritorno a un mondo capace di riconoscere le loro qualità, qualità per secoli apprezzate e solo di recente svalutate.
Sono passati trent’anni, ma sembra trascorsa un’era geologica. Ora, quando una cultura si trasforma in così poco tempo, sulla spinta di una certa ideologia, e temi prima inesistenti e controversi diventano addirittura cruciali nelle piattaforme di alcuni partiti, come ci si può non attendere una reazione? Anche da questo arriva il MAGA – e non solo. Senza entrare nel merito, in soli vent’anni si è cercato di cambiare i registri culturali, il modo in cui le persone si relazionano, come devono parlare e quali pronomi devono usare: come ci si può non attendere una reazione?
Eppure, quando la reazione arriva, anziché accettarla e discuterne, si lanciano condanne morali. È questo il tema. Un certo mondo culturale, convinto della correttezza morale, filosofica e politica del proprio approccio, elevato quasi a religione, ha ritenuto inevitabile imporlo. Questo atteggiamento ha alimentato la reazione che ha portato alla vittoria di Donald Trump: la sua piattaforma politicamente scorretta gli ha fatto guadagnare voti invece che perderli. A mio avviso, finché non si capiscono queste dinamiche, a prescindere da come uno la pensi, non si capisce l’America (e l’Europa)”.
5. Trump ha fatto dell’America First il principio guida della propria politica estera, mettendo in discussione alleanze, accordi commerciali e responsabilità internazionali che per decenni erano sembrati intoccabili. Siamo davvero davanti a una rottura storica nella politica estera americana oppure, guardando alla storia degli Stati Uniti, il trumpismo rappresenta il ritorno di una tradizione che era stata temporaneamente accantonata? In altre parole, è Trump l’anomalia oppure lo è stata l’America che abbiamo conosciuto negli ultimi ottant’anni?
“È una domanda interessante, perché segue il filo di questa intervista: la riscoperta di un’America decisamente meno conosciuta in Europa. Anche in questo caso la mia risposta è: l’America degli ultimi ottant’anni è in parte l’anomalia. L’America che noi conosciamo, in sostanza, è l’America post-bipolare. Ed è un’America diversa da quella che è stata per tutta la sua storia.
Faccio qualche esempio. Gli Stati Uniti hanno fin dalle origini la tendenza a voler propagandare il proprio modello. Tuttavia, fino alla fase dell’unipolarismo americano, in cui gli Stati Uniti sono potenza egemone incontrastata dopo la fine della Guerra fredda, difficilmente impiegano le armi per esportare tale modello. Fin dalle origini, numerose dichiarazioni esprimono l’aspirazione a offrire un sistema migliore al mondo intero: è la visione dell’America come faro. Solo negli ultimi decenni questa tendenza si è però tradotta nell’esportazione rivoluzionaria della democrazia in punta di baionetta. Questa America che noi conosciamo è diversa non solo dall’America delle origini, ma anche da quella della Guerra fredda, quando gli Stati Uniti sono più cauti nei tentativi di esportare la democrazia. Tra l’altro, è proprio Ronald Reagan che inizia questa tradizione che unisce volontà di esportazione del modello democratico e promozione dei diritti umani, quando la seconda generazione di neoconservatori diventa sempre più rilevante nella sua Amministrazione. L’America che conosciamo inizia dunque a palesarsi dalla fine della Guerra Fredda.
Ad esempio, sul libero commercio, se noi guardiamo anche soltanto l’America degli anni Trenta, è un’America protezionista; i vincitori della Guerra Civile americana sono protezionisti; i Padri fondatori stessi erano fortemente protezionisti. A ben vedere, gli Stati Uniti sono stati protezionisti dalla nascita fino al secondo dopoguerra.
L’America delle origini, poi, è un’America poco incline a occuparsi delle questioni del Vecchio continente. La famosa dottrina Monroe, recuperata da Trump, prevedeva proprio che gli Stati Uniti non si sarebbero sostanzialmente occupati delle questioni politiche interne dell’Europa e viceversa. Poi, il tema è indubbiamente controverso, in quanto gli Stati Uniti non se ne occupano anche perché non sono nelle condizioni di farlo, ma anche quando Woodrow Wilson porta il Paese nella Prima guerra mondiale, lo fa solo nel 1917 e solo a causa di scelte strategiche probabilmente sbagliate della Germania guglielmina. Oltretutto, rimanevano fortissime resistenze: Wilson stesso vince le elezioni del 1916 promettendo agli americani di non portarli in guerra, una guerra non voluta da milioni di suoi concittadini. Questa è l’America profonda che rimane, quella che ci siamo dimenticati, e Trump l’ha semplicemente riscoperta.
Lo stesso motto “America First” non è nuovo, ma veniva già utilizzato dagli anti-interventisti nella Seconda guerra mondiale. E il motto viene ripreso da Patrick Buchanan quando crolla il muro di Berlino, ossia nel momento dell’apogeo della potenza americana. Quindi chi vede Trump ancora come una causa deve studiare meglio la storia degli Stati Uniti. Trump è una conseguenza e anche un ritorno, il risveglio di una certa America che noi abbiamo semplicemente dimenticato”.
6. Da direttore del Programma Transatlantico del Comitato Atlantico Italiano, osservi da vicino le trasformazioni del rapporto tra Europa e Stati Uniti. Quanto è solida oggi la NATO, al di là delle dichiarazioni ufficiali e degli impegni formali? E quanto ritieni che gli europei abbiano realmente compreso il cambiamento in corso a Washington? Ti pongo anche una questione più scomoda: non è possibile che Trump, pur con metodi discutibili, abbia costretto l’Europa ad affrontare problemi di sicurezza e autonomia strategica che per troppo tempo aveva preferito ignorare?
“Sicuramente Trump non inventa nulla di nuovo: è fondamentale partire come sempre dalla storia. Tutti i Presidenti americani, da Eisenhower in avanti, lamentano lo scarso impegno europeo nel mantenimento della sicurezza collettiva e chiedono agli europei un maggiore impegno per la difesa del Vecchio continente. Tra l’altro, non sollecitano cambiamenti solo sul piano della sicurezza, ma anche su quello economico. Già Kennedy, ad esempio, riteneva preoccupante l’atteggiamento che stava assumendo l’allora Comunità economica europea nei confronti degli Stati Uniti. Si dimentica dunque che queste questioni sono aperte da tempo e che Trump non è il primo a sollevarle.
In particolare, finita la Guerra fredda, mentre l’America resta immersa nella storia, l’Europa si ammanta di irenismo, in una ubriacatura da presunta fine della storia, suscitando l’ostilità di Washington che continua a investire centinaia di miliardi in difesa anche per la protezione del Vecchio continente.
Arriviamo dunque al tema NATO: nel 2014, dopo l’occupazione russa della Crimea, l’Alleanza decide che almeno il 2% del prodotto interno lordo di ogni Paese avrebbe dovuto essere investito in difesa. È naturale che gli Stati Uniti abbiano un ruolo diverso, perché sono una potenza militare insostituibile, quindi non è possibile pensare a una difesa del continente europeo senza Washington; ma comunque tutti devono fare la propria parte. In realtà, fino a pochissimo tempo fa, ben pochi Paesi raggiungevano il 2% in difesa, con l’Italia tra quelli che non la raggiungevano, una situazione che veniva fortemente criticata anche da presidenti più diplomatici come Barack Obama. Pertanto, Trump è semplicemente la manifestazione ultima di un profondo disagio americano verso l’Europa. Questo gli europei faticano a comprenderlo e ad accettarlo, inclusi molti sostenitori in buona fede dell’Alleanza Atlantica. Eppure un’alleanza non può sopravvivere senza una giusta distribuzione degli oneri per la sicurezza collettiva.
C’è poi un altro aspetto poco compreso del modo di agire di Trump. Basterebbe leggere il suo primo bestseller, The Art of the Deal, pubblicato nel 1987, in cui sostanzialmente dice: «Uso le leve a mia disposizione per ottenere il risultato al quale ambisco». E nel caso della NATO la leva è la minaccia dell’uscita degli Stati Uniti, minaccia che Trump usa per spingere gli europei a spendere in difesa. Poi sicuramente, almeno in una parte del mondo MAGA e nello stesso Trump, non c’è quell’atlantismo forte che ha contraddistinto altri presidenti. Anche questo, tuttavia, è un tratto tipico del conservatorismo: un’alleanza è accettabile solo fintantoché serve il Paese, ma quando inizia a essere percepita come sostanzialmente unidirezionale, allora la valutazione cambia.
I punti fondamentali sono due: le richieste di Trump hanno radici lontane e la sua retorica serve a ottenere un risultato politico-strategico. Un risultato che sta effettivamente ottenendo, perché le spese in difesa dei Paesi NATO sono in costante aumento e questo rafforza l’Alleanza, non la indebolisce. Inoltre, spingendo l’Europa a spendere di più in difesa, Trump contribuisce anche al rafforzamento dell’Europa stessa. Il passo che il Vecchio Continente non ha ancora davvero compiuto è riconoscere che welfare e benessere non possono esistere senza sicurezza e che per difendere il nostro stile di vita, purtroppo, sono necessarie anche la deterrenza e le armi. Come recita la famosa frase di Federico II di Prussia: «La diplomazia senza armi è come la musica senza strumenti». E questa è una lezione che l’Europa ha dimenticato e che anche grazie a Trump sta riscoprendo”.
7. C’è un tema che attraversa tutta la storia della politica estera americana: la tensione tra il desiderio di restare fuori dai conflitti del mondo e la convinzione di avere una missione internazionale da compiere. Trump promette di evitare nuove guerre, ma continua a rivendicare una posizione di forza nei confronti di alleati e avversari. Come si conciliano queste due aspirazioni? E quale ruolo immagini per gli Stati Uniti nei prossimi anni, soprattutto nei rapporti con Cina, Russia ed Europa?
“Come detto, negli Stati Uniti esiste da sempre una tensione tra il desiderio di contribuire al progresso del mondo e quello di chiudersi a esso.
È opportuno fare anche qui una piccola chiosa sui conservatori. Per diversi motivi siamo spesso abituati a pensare che l’opposizione a guerre come quella in Vietnam provenisse quasi esclusivamente da sinistra. In realtà, anche i conservatori erano scettici, come lo saranno poi, ad esempio, con riguardo alla guerra in Iraq iniziata nel 2003. Robert Nisbet, tra gli altri, sottolineava che l’attitudine da crociata contro l’Unione Sovietica, che poi sfocia nel Vietnam, era pericolosa per gli Stati Uniti. Basti pensare che la guerra in Vietnam inizia sotto presidenze democratiche e viene conclusa da una presidenza repubblicana, con Nixon e Kissinger – quest’ultimo, tra l’altro, di estrazione europea e vicino al pensiero conservatore.
Possiamo dire che la tendenza americana a intervenire nel mondo raggiunge il culmine nella fase unipolare, quando gli Stati Uniti dominano il sistema internazionale, e diminuisce progressivamente con il passaggio al multipolarismo. In un sistema multipolare, con diversi attori che ascendono al rango di potenza, gli Stati Uniti devono scegliere con maggiore cautela in quali conflitti impegnarsi. Diventa quindi fortemente problematica una politica estera interventista e, in conseguenza di ciò, prendono piede visioni del mondo improntate a una maggiore prudenza. Trump, come lo era Obama, è anche il frutto di un’America immersa in un sistema internazionale in profonda trasformazione: non credo che Washington si sgancerà dal mondo – non può farlo perché comunque resta ancora la prima potenza mondiale – ma sicuramente le scelte saranno molto più oculate.
Ora, qualcuno potrebbe citare la guerra in Iran come obiezione. Occorre qui fare un passo indietro. Negli anni Novanta un grande politologo americano, Zbigniew Brzezinski, sostanzialmente dice: «Gli Stati Uniti non possono permettersi l’unione delle forze tra Cina, Russia e Iran. Se queste tre potenze si uniscono, per gli Stati Uniti diventa un serio problema».
Il tentativo di Trump di concludere la guerra in Ucraina mira sostanzialmente a ottenere la maggiore neutralità possibile della Russia nel caso di un futuro scontro con la Cina, nel quale gli Stati Uniti si troverebbero in difficoltà qualora i due rivali fossero uniti da un’alleanza. Tra l’altro, è anche per questo che gli Stati Uniti spingono l’Europa ad assumersi maggiori responsabilità nei confronti della Russia: un altro aspetto spesso poco compreso. Il progressivo disimpegno di Trump dalla guerra in Ucraina non dipende da un rapporto di amicizia con Putin: risponde a una scelta strategica. Gli Stati Uniti non possono occuparsi allo stesso modo di Cina, Russia e poi anche Iran, l’ultimo anello della catena. In conseguenza di ciò, Washington chiede all’Europa di occuparsi di un conflitto che riguarda innanzitutto il continente europeo.
C’è tuttavia un problema. Appare chiaro che concludere la guerra in Ucraina non sia così semplice, soprattutto visto lo scarso interesse russo, almeno per ora, a fare concessioni per la conclusione del conflitto. Gli Stati Uniti hanno comunque bisogno di una Russia non ostile, o almeno non saldamente alleata della Cina, in caso di scontro di potenza. Non riuscendo però a risolvere il nodo della guerra in Ucraina restava l’Iran, l’anello debole della catena da colpire.
Spesso non si capisce che certe decisioni vengono prese anche in risposta a un determinato assetto del sistema internazionale e in previsione del futuro. Allo stesso modo non è stato compreso l’intervento in Venezuela, motivato dal fatto che, qualora si dovesse arrivare allo scontro al vertice, gli Stati Uniti non potranno permettersi di avere in quello che considerano il proprio emisfero Paesi ostili, produttori di materie prime e alleati dei loro rivali. Quello che spesso non si capisce, dunque, è che le scelte di politica estera sono sicuramente dettate dalle persone e dalle idee, ma anche la struttura del sistema internazionale ha un ruolo determinante. E il sistema internazionale impone agli Stati Uniti di risolvere il più possibile tutta una serie di questioni, a partire dal loro emisfero, per trovarsi in una condizione migliore in caso di scontro tra potenze”.
8. Chiudiamo con uno sguardo oltre il 3 novembre. Trump non potrà candidarsi per un terzo mandato secondo le regole costituzionali vigenti, ma il movimento politico che ha costruito sembra destinato a sopravvivergli. Chi potrebbe raccoglierne l’eredità e quale direzione potrebbe prendere il Partito Repubblicano dopo di lui? E, se dovessi scegliere, quale considereresti il lascito più importante di Trump: aver trasformato il conservatorismo americano, aver ridefinito il ruolo degli Stati Uniti nel mondo oppure aver cambiato definitivamente il modo in cui gli americani concepiscono il potere politico?
“È una domanda difficile, perché richiede di valutare ciò che potrebbe diventare chiaro soltanto nei prossimi decenni. Ma qualche indicazione possiamo provare a darla.
Innanzitutto, difficilmente il partito abbandonerà la linea impressa da Trump. Alcune idee potrebbero assumere una forma più istituzionale, ma resteranno perché sono il frutto di un cambiamento dello scenario politico americano che riflette quello dei tempi. Quindi sarà sempre più difficile avere un GOP, ad esempio, completamente aperto al libero commercio come era stato negli anni Novanta-Duemila. Tra l’altro, sarà difficile anche a livello di Paese e a prescindere dalle presidenze: si pensi ad alcune misure prese da Joe Biden che, pur se decisamente meno dure rispetto a quelle trumpiane, non sono state molto gradite in Europa.
Anche in politica estera, Trump ha sicuramente esacerbato alcuni tratti che qualcuno potrebbe definire imperialisti. E tuttavia l’imperialismo, se vogliamo utilizzare parole care a una certa area politico-ideologica, è il tratto tipico delle grandi potenze. Gli Stati Uniti si sono però sempre contraddistinti, nel complesso, per un imperialismo più soft: si pensi al caso della Groenlandia, risolto, dopo uno scontro sicuramente aspro, con una serie di concessioni che permettono agli Stati Uniti di tutelare le loro necessità di sicurezza senza dover ricorrere ad altri strumenti. Questo tipo di impostazione non verrà meno con la fine della presidenza Trump in quanto i presidenti USA potranno sempre meno permettersi di mostrarsi deboli, ora che un’altra potenza sta diventando un rivale alla pari di Washington. Sicuramente questo è un lascito importante di Trump: è un segnale di ciò che verrà. Se la Cina continuerà la sua ascesa, gli Stati Uniti si comporteranno sempre più da potenza classica.
Quanto al conservatorismo, come dicevo, più che di una trasformazione si tratta di una riscoperta della sua natura, diversa da quella che, erroneamente, gli è stata e gli è spesso attribuita. Il mondo vicino a Trump – più che Trump stesso, che non è un ideologo – ha mostrato il volto dimenticato del pensiero conservatore. E non si parla qui delle dichiarazioni roboanti, dell’attitudine trumpiana o del modo con il quale Trump agisce in politica; nemmeno della retorica da lui impiegata. Questo è il lato più immediato ed esteriore della politica, spesso l’unico che viene visto. Si parla del contenuto: è il ritorno di una visione fondata sull’ordine sociale e dell’individuo – e questo nonostante Trump. Il conservatorismo è elevare la spiritualità al di sopra della sola materialità, che pur esiste ed è importante nella vita degli esseri umani; è la consapevolezza che l’economia non può essere tutto, che prima dell’economia vengono l’ordine individuale, la moralità, la fede, la famiglia, il Paese; Paese inteso come nazione ma anche come piccola comunità locale, il piccolo villaggio di contadini che si riunisce attorno alla propria chiesa. Questo è il conservatorismo ed è questa la riscoperta a cui stiamo assistendo.
Infine, Trump è anche l’anticipatore di tendenze già in corso e che arriveranno a piena maturazione nei prossimi anni. Il ritorno di una politica estera più assertiva, ad esempio: prima l’Europa lo capisce, meglio è. Non ci sarà un abbandono della diplomazia, utilizzata fin dagli albori delle comunità umane; ma se si pensa di riuscire a mantenere la propria sicurezza e il proprio stile di vita solo con la diplomazia, in un sistema internazionale multipolare, caratterizzato da minacce crescenti e da molti attori ostili, si avranno pessime sorprese.
L’altra questione che Trump anticipa già con la sua prima elezione, e che poi esplode, è quella dell’immigrazione. Il fallimento dell’integrazione e i problemi che comporta, soprattutto in Europa, stanno causando un risveglio dei popoli sempre meno disposti ad accettare di vedere la propria cultura scomparire, le proprie città diventare insicure e il proprio stile di vita compromesso. Sarebbe utile rendersi conto che l’impostazione di Trump, del mondo MAGA e dei conservatori a lui vicini porta alla luce una serie di problemi a lungo accantonati per ragioni ideologiche, economiche o di opportunità politica, che ora progressivamente esplodono. E quindi torniamo al Trump conseguenza e non al Trump causa”.
9. Simone, dopo tanti anni trascorsi a studiare e raccontare gli Stati Uniti, vorrei chiederti di mettere per un momento da parte la politica, la geopolitica e le relazioni internazionali. Qual è la tua America personale? C’è un luogo, una persona, un’esperienza o un ricordo che rappresenta per te questo Paese al di là delle analisi e delle dinamiche di potere?
“È una domanda molto bella, perché aiuta anche a raccontare un'America diversa da quella che si vede spesso nei film, sui giornali o nei telegiornali. È l’America rurale del Texas, che ho avuto modo di apprezzare durante uno dei miei viaggi nel Paese, osservandola avendo come soggiorno un ranch. Uno spazio tranquillo, lontano dai ritmi accelerati che associamo al mondo americano, dalla frenesia di New York e delle grandi città. Una realtà quasi bucolica, dove al mattino si esce a cavallo con i cowboy per andare a far colazione nel bosco; si mangia come mangiavano i loro padri e i loro nonni, per poi rientrare e partecipare alle attività della comunità, accomunata anche dalla passione per le armi.
È un’esperienza che restituisce un’America distante da quella che siamo abituati a immaginare; un’America con le sue peculiarità e il suo peso politico; un'America che insegna un valore sempre meno difeso nel nostro Occidente, quello della comunità. È un’America in cui si vive in comunità e l’ospite viene accolto – dopo un po’ di diffidenza iniziale – con grande generosità. E questa America insegna anche un'altra cosa: il modo in cui viene spesso raccontata, ossia come l’America ignorante, bigotta e bifolca, è profondamente lontano dalla realtà.
Sicuramente molti di coloro che vivono in queste aree degli Stati Uniti non hanno un’istruzione elevata e non conducono uno stile di vita sofisticato; allo stesso tempo, tuttavia, insegnano molte cose dimenticate e cruciali per la vitalità di una comunità. Si pensi, ad esempio, all'importanza del vivere collettivo, con i momenti di condivisione che stiamo perdendo, come le feste di paese o la partecipazione sentita al rodeo seguita dai balli country. È il volto di un'America viva, profondamente viva, che conserva posizioni e tradizioni che si possono comprendere davvero soltanto vivendo quella realtà”.
10. Qual è l’America che dall’Europa non riusciamo ancora a vedere?
“Mi riallaccio un po’ alle domande precedenti, nelle quali ho già cercato di raccontare alcuni aspetti meno conosciuti dell’America. A mio avviso, un elemento fondamentale per comprendere gli Stati Uniti è domandarsi che cosa intendiamo esattamente quando parliamo di America. Innanzitutto, non esiste una sola America. Non possiamo descrivere adeguatamente gli Stati Uniti senza tenere conto delle profonde differenze che si trovano al loro interno. Naturalmente, gli americani condividono una serie di valori ed esperienze comuni, ma conservano anche marcate specificità locali. Gli Stati Uniti sono un Paese enorme, molto popolato, nel quale esistono differenze fondamentali tra le coste e l’entroterra, tra il Nord e il Sud, anche per ragioni storiche.
È un aspetto che in Europa tendiamo a sottovalutare, soprattutto quando cerchiamo di interpretare gli Stati Uniti attraverso le nostre categorie. Si tratta di un errore che viene commesso, specularmente, tanto a destra quanto a sinistra. A destra, per esempio, si critica spesso il progressismo considerandolo un prodotto tipicamente statunitense, e si finisce così per identificare l’America con il Paese del progresso e di una trasformazione culturale che avrebbe rovinato, o starebbe rovinando, la cultura europea. Dall’altra parte, invece, si tende a guardare soprattutto all’America del Secondo Emendamento, del fervore religioso e del conservatorismo, considerandola un modello da respingere. In entrambi i casi, il problema è che non si riesce a vedere e comprendere l’America nel suo insieme, con le sue contraddizioni e i suoi tratti più peculiari.
A tutto questo si aggiunge un altro errore fondamentale che commettiamo in Europa: non renderci conto di quanto della tradizione americana sia, in realtà, di derivazione europea. Ciò che gli Stati Uniti hanno prodotto nel corso dei decenni non è affatto estraneo al Vecchio Continente. Pensiamo, per esempio, alla cultura woke, che spesso viene rappresentata come un prodotto esclusivo della mentalità americana poi esportato in Europa. In realtà, quel tipo di cultura emerge da un sostrato intellettuale europeo. Non ci sarebbe stata la cultura woke senza alcuni pensatori europei, da Karl Marx a Jean-Paul Sartre e Michel Foucault. Si tratta, in sostanza, di idee e impostazioni che affondano le proprie radici anche nella storia del pensiero europeo. Allo stesso modo, il conservatorismo americano si sviluppa anche grazie all’arrivo di pensatori europei, alla ricezione di idee europee e alla maggiore diffusione del cattolicesimo.
Un esempio aiuta a chiarire quanto appena detto. Se leggiamo i discorsi di George W. Bush e li confrontiamo con i proclami della Rivoluzione francese, troviamo somiglianze incredibili. Non è un caso che Condoleezza Rice, durante l’amministrazione Bush, recandosi a Parigi, abbia parlato di Stati Uniti e Francia come di due repubbliche sorelle, nate da esperienze rivoluzionarie simili. Ritroviamo quindi quella tensione tra tradizione e progresso, tra conservazione e rivoluzione, che attraversa la storia americana fin dalle sue origini. Da una parte c’è chi vede gli Stati Uniti come un Paese vicino ai principi rivoluzionari, dall’altra chi rigetta quell’impostazione e si riconosce in una visione opposta dell’identità americana.
Ecco, forse l’America che noi europei non riusciamo ancora a vedere è proprio l’America europea. Non comprendiamo fino in fondo quanto degli Stati Uniti sia in realtà il prodotto del pensiero, della cultura e della storia del Vecchio Continente. E quanto, dietro fenomeni che consideriamo tipicamente americani, si nascondano radici profondamente europee.”
C'è un filo che attraversa l'intera conversazione con Simone Zuccarelli e che, forse, spiega meglio di qualsiasi sondaggio la difficoltà europea nel comprendere gli Stati Uniti: la convinzione che l'America debba necessariamente corrispondere all'immagine che ci siamo costruiti di essa. Un Paese liberale, globalizzato, universalista, impegnato nella difesa dell'ordine internazionale e disposto ad assumersi responsabilità che oltrepassano i propri confini. Quando quella stessa America sceglie Donald Trump, rivendica il protezionismo, rimette in discussione il rapporto con gli alleati e riscopre il valore delle tradizioni, siamo portati a considerare tutto questo una deviazione, quasi un tradimento della sua identità.
Eppure, nella ricostruzione di Zuccarelli, è proprio quell'identità a essere molto più complessa. L'America protezionista precede quella del libero commercio, l'America diffidente verso gli impegni europei precede quella della NATO, l'America delle comunità religiose e delle tradizioni locali convive da sempre con quella dell'innovazione e del progresso. Trump non avrebbe creato queste contraddizioni: avrebbe dato loro una nuova espressione politica, rendendole impossibili da ignorare.
Il 3 novembre gli americani torneranno alle urne. I risultati potranno rafforzare o indebolire il presidente, modificare gli equilibri del Congresso e condizionare gli ultimi due anni del suo mandato. Ma nessuna elezione potrà cancellare automaticamente le trasformazioni sociali, culturali e geopolitiche che hanno reso possibile il suo ritorno alla Casa Bianca. E se il trumpismo è davvero l'espressione di un'America più antica del suo stesso leader, allora immaginare che possa scomparire insieme a lui significa rischiare di commettere nuovamente lo stesso errore di interpretazione.
Resta, infine, il paradosso più sorprendente di questa intervista. Molte delle idee che oggi gli europei attribuiscono agli Stati Uniti, dal progressismo contemporaneo al conservatorismo, hanno radici profonde proprio nel Vecchio Continente. È per questo che Zuccarelli conclude con una riflessione che rovescia definitivamente la prospettiva: “Forse l'America che noi europei non riusciamo ancora a vedere è proprio l'America europea”.
Forse è questa la provocazione più difficile da accettare. Abbiamo trascorso anni a domandarci come gli Stati Uniti abbiano potuto diventare il Paese di Donald Trump, senza considerare che una parte di quell'America esisteva da sempre. E mentre continuiamo a cercare nell'uomo la spiegazione di un intero movimento politico, rischiamo di non vedere il Paese che lo ha reso possibile.
Perché Trump, prima o poi, lascerà la Casa Bianca. Ma l'America che lo ha portato fin lì non se ne andrà con lui.