Vi spieghiamo l’America di oggi con i numeri di domani.
Suhay: «Gli Stati Uniti non sono la terra delle pari opportunità»
The 51st 12 min di lettura

Suhay: «Gli Stati Uniti non sono la terra delle pari opportunità»

La settima conversazione di The 51st è con Elizabeth Suhay, professoressa di Scienza politica all’American University di Washington. Il sogno americano, le disuguaglianze, il potere delle élite sull’opinione pubblica, la polarizzazione e il racconto personale di una donna senza dimora

L'America è un Paese che ha costruito una parte della propria identità attorno a una promessa: non importa da dove vieni, chi siano i tuoi genitori o quanto denaro tu abbia, perché se lavori abbastanza puoi costruirti una vita migliore. È un'idea che attraversa generazioni, campagne elettorali, storie di immigrazione e successi individuali. Il sogno americano è diventato qualcosa di più di un'ambizione economica: è un modo di interpretare la società, di distinguere il successo dal fallimento e, soprattutto, di attribuirne la responsabilità. Ma che cosa succede quando un Paese continua a credere nella propria promessa più famosa senza essere più d'accordo sulla sua corrispondenza con la realtà?

«Gli Stati Uniti non sono la terra delle pari opportunità», osserva Elizabeth Suhay. Eppure, aggiunge, è vero che molte persone, compresi numerosi immigrati, riescono a migliorare radicalmente la propria condizione economica. La contraddizione sta proprio qui: la possibilità di avere successo non significa necessariamente che tutti abbiano le stesse possibilità di riuscirci. Le opportunità esistono, ma i vantaggi continuano a distribuirsi in modo profondamente diseguale, favorendo chi nasce nelle famiglie giuste e dispone delle conoscenze necessarie.

Professoressa di Scienza politica alla School of Public Affairs dell'American University di Washington e condirettrice della rivista accademica Political Psychology, Suhay studia il rapporto tra opinione pubblica, identità politica e disuguaglianze. Nel suo libro Debating the American Dream: How Explanations for Inequality Polarize Politics (Russell Sage Foundation, 2025) affronta una frattura che attraversa la società statunitense: Democratici e Repubblicani possono condividere lo stesso ideale di mobilità sociale e, contemporaneamente, essere profondamente divisi sulla possibilità che quell'ideale si realizzi davvero. «I Repubblicani tendono a considerare vero questo mito, mentre i Democratici tendono a respingerlo», spiega. Non è soltanto una divergenza economica, ma un modo diverso di leggere le responsabilità individuali, il ruolo dello Stato e le ragioni della povertà.

È una distinzione che diventa particolarmente importante nell'America del secondo mandato di Donald Trump, a poche settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Il costo della vita, l'immigrazione, le disuguaglianze e la polarizzazione continuano a occupare il dibattito politico, mentre gli elettori possono interpretare gli stessi avvenimenti attraverso appartenenze partitiche differenti. Suhay invita però a guardare anche nella direzione opposta: non soltanto a come i cittadini influenzano i politici, ma a come i politici contribuiscono a formare le convinzioni dei cittadini. «Se potessero scegliere, preferirebbero plasmarla piuttosto che rispondervi», osserva, descrivendo il rapporto tra leadership, interessi organizzati e consenso.

Ma la conversazione prende una direzione inattesa quando dalla ricerca si passa all'esperienza personale. Suhay racconta di come l'incontro con una donna senza dimora abbia cambiato il suo modo di guardare alla povertà e ai limiti del sistema di assistenza americano. È il momento in cui le grandi domande sulla responsabilità individuale, sulle opportunità e sulle disuguaglianze smettono di essere soltanto oggetto di ricerca e diventano esperienza vissuta. «Quando vediamo una persona dormire per strada, non dobbiamo presumere che abbia scelto di trovarsi in quella situazione», osserva.

Nella settima conversazione di The 51st parliamo con Elizabeth Suhay di sogno americano, disuguaglianze, responsabilità individuali, potere delle élite e polarizzazione. Ma soprattutto di un Paese che continua a riconoscersi nella promessa delle opportunità, mentre milioni di persone si interrogano su quanto quella promessa sia davvero alla loro portata.

Dieci domande a Elizabeth Suhay. La prima parte da una contraddizione. L'ultima, ancora una volta, dall'America che da questa parte dell'Atlantico continuiamo forse a non vedere.


1. Se dovesse spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglierebbe?

“Gli Stati Uniti si vantano di essere la «terra delle opportunità» e, in effetti, è vero che molte persone, compresi numerosi immigrati, riescono a salire nella scala economica e ad arrivare a guadagnare somme enormi. Ma gli Stati Uniti non sono la terra delle pari opportunità. Le ricompense economiche tendono molto più spesso ad andare a chi nasce in una famiglia privilegiata e a chi dispone delle giuste conoscenze”.

2. Nel suo lavoro sul sogno americano descrive un Paese in cui Democratici e Repubblicani possono continuare a credere nella stessa promessa – duro lavoro, successo, mobilità sociale – pur spiegando in modi completamente diversi perché alcune persone riescano ad avere successo e altre no. Esiste ancora un unico sogno americano oppure persino questo mito nazionale si è ormai diviso lungo le linee dell’appartenenza politica?

“Quasi tutti gli americani condividono il sogno americano come ideale: se lavori duramente, ritengono che tu meriti almeno uno stile di vita confortevole, da classe media; e, se sei pigro, la maggior parte degli americani pensa che sia accettabile che tu finisca per essere povero.

Tuttavia, come dimostro nel mio libro, i Repubblicani sono molto più propensi dei Democratici a credere che il sogno americano corrisponda alla realtà dei fatti. In breve, i Repubblicani tendono a considerare vero questo mito, mentre i Democratici tendono a respingerlo”.

3. Lei ha studiato il modo in cui le persone attribuiscono le disuguaglianze alle scelte individuali oppure a condizioni strutturali. Quanto è importante questa distinzione per comprendere l’America di oggi? Dietro molte battaglie politiche apparentemente diverse – sulle tasse, sul welfare, sulla sanità, sull’immigrazione – si nasconde in definitiva una domanda molto più semplice: chi consideriamo responsabile della propria condizione?

“Sì, le questioni legate alla responsabilità sono enormemente importanti nella politica statunitense, così come nella politica di molti altri Paesi. Concentrandoci sulle disuguaglianze economiche, se una persona ritiene che chi ha un reddito basso sia generalmente responsabile della propria condizione economica – per esempio perché tende a essere un lavoratore irresponsabile oppure perché è disoccupato e si rifiuta di cercare lavoro – sarà probabilmente contraria a un’ampia gamma di programmi pubblici destinati ad aiutare i poveri. Sarà inoltre meno incline a sostenere una tassazione progressiva che finanzi programmi di welfare generosi.

Vale il contrario per chi ritiene che le persone a basso reddito debbano affrontare circostanze ingiuste, come la mancanza di opportunità lavorative nelle vicinanze o la discriminazione. Chi attribuisce la responsabilità alle condizioni strutturali tenderà a sostenere un sistema di protezione sociale generoso e imposte elevate sugli americani più benestanti per finanziarlo”.

4. Un aspetto particolarmente interessante delle sue ricerche riguarda il ruolo delle élite politiche nel fornire agli elettori spiegazioni della realtà. Tendiamo a pensare che i politici rispondano all’opinione pubblica. Quanto spesso accade invece il contrario, con gli elettori che imparano dai propri leader politici che cosa pensare di una determinata questione e persino quali questioni dovrebbero considerare importanti?

“I politici rispondono all’opinione pubblica e, contemporaneamente, cercano di plasmarla. Tuttavia, se potessero scegliere, preferirebbero plasmarla piuttosto che rispondervi!

La ragione, a mio avviso, è che i politici, in definitiva, negoziano la propria agenda politica non con i cittadini, ma all’interno di una coalizione di élite politiche: altri politici, dirigenti di partito e di gruppi di interesse, attivisti influenti e finanziatori delle campagne elettorali.

Questa agenda politica è spesso in contrasto con ciò che desidera l’opinione pubblica. I politici riescono con sorprendente successo a persuadere gli elettori del proprio partito ad adottarla.

Naturalmente esistono dei limiti, ed è per questo che il Partito Repubblicano e Trump stanno diventando impopolari. Per esempio, pochissimi americani sono disposti a sostenere la guerra in Iran se il prezzo da pagare è un aumento del costo della benzina”.

Dyana Wing So

5. A poche settimane dalle elezioni di metà mandato, il costo della vita e l’economia rimangono al centro del dibattito politico. Eppure due elettori possono vivere la stessa situazione economica e attribuirne la responsabilità in modi completamente diversi. Quanto votiamo sulla base delle nostre condizioni materiali effettive e quanto, invece, sulla base del racconto che il nostro partito ci propone per spiegarle?

“Questa domanda è centrale in moltissime ricerche di scienza politica sulle elezioni. Gli studiosi hanno riscontrato che gli elettori utilizzano la crescita economica, o la sua assenza, e altri indicatori economici per valutare il Presidente in carica e, in misura minore, il Congresso. Allo stesso tempo, l’economia non è tutto. Gli elettori che si identificano come Democratici o Repubblicani sono molto propensi a votare secondo la propria appartenenza partitica. Come suggerisce la domanda, gli elettori legati a un partito possono accettare l’interpretazione degli eventi economici proposta dal proprio partito, anche quando è funzionale ai suoi interessi: per esempio, attribuendo le attuali difficoltà economiche alle politiche dell’amministrazione precedente. Mettendo insieme questi due elementi, direi che gli indipendenti e gli elettori con un’identificazione partitica debole sono particolarmente sensibili all’andamento dell’economia, ma che la maggior parte delle persone, indipendentemente dal partito, voterà sulla base della propria situazione economica personale quando avrà sperimentato un cambiamento significativo delle proprie condizioni materiali, come la perdita del lavoro”.

6. Il secondo mandato di Trump ha nuovamente posto l’immigrazione e l’identità al centro del conflitto politico. Lei ha studiato anche gli atteggiamenti dell’opinione pubblica nei confronti dell’immigrazione. Quanto dell’opinione pubblica americana sull’immigrazione riguarda davvero l’immigrazione in sé e quanto, invece, la percezione di chi quegli immigrati potrebbero diventare politicamente?

“Quello che sta accadendo attualmente negli Stati Uniti intorno all’immigrazione è complesso. Negli ultimi decenni, il Partito Democratico è stato più favorevole all’immigrazione rispetto al Partito Repubblicano. Questo è legato alla componente multiculturale del Partito Democratico e al carattere più nativista del Partito Repubblicano. Trump ha cercato di demonizzare ulteriormente gli immigrati per giustificare le proprie politiche anti-immigrazione, che soddisfano settori importanti della sua base politica, e anche per attribuire loro la responsabilità delle difficoltà economiche degli americani della classe lavoratrice.

In un’epoca così polarizzata come la nostra, la politica diventa un argomento conclusivo evidente. Alcuni Repubblicani ritengono che i Democratici incoraggino deliberatamente livelli elevati di immigrazione perché sanno che gli immigrati, una volta ottenuta la cittadinanza, tendono a votare per il Partito Democratico. Una versione più estrema di questa argomentazione, la teoria della «Grande Sostituzione», sostiene che i Democratici e altri soggetti cerchino di favorire l’immigrazione di persone non bianche per ridurre il potere degli americani bianchi. Anche se possiamo comprenderne intellettualmente le cause, queste teorie del complotto minacciano il benessere degli immigrati”.

7. Professionalmente, lei studia l’America attraverso dati, esperimenti e opinione pubblica. Ma qual è la sua America personale? C’è un luogo, un’esperienza o un momento della sua vita che ha plasmato il modo in cui guarda al Paese più profondamente di quanto abbia mai fatto qualsiasi ricerca?

“Sono cresciuta in una famiglia della classe medio-alta, il che significa che non ho avuto un’esperienza personale diretta delle difficoltà economiche. Credo che per chi non abbia mai affrontato la povertà o la precarietà economica sia difficile comprenderle davvero attraverso i soli dati delle scienze sociali. L’esperienza di apprendimento più significativa per me è arrivata soltanto di recente: sto cercando di aiutare una donna senza dimora a lasciare la strada e a trovare un’abitazione, cosa che oggi negli Stati Uniti è estremamente difficile. È finita a vivere per strada in seguito a una concatenazione di eventi fin troppo comune: l’insorgenza tardiva di una malattia mentale l’ha portata a perdere i suoi due lavori, e questo ha provocato il suo sfratto.

A parte un soggiorno in albergo finanziato da un’organizzazione benefica durante i mesi più freddi dell’inverno, ha dormito per strada quasi ogni notte per ben oltre un anno. La vedo ogni settimana e cerchiamo costantemente di migliorare la sua situazione. Non riesco nemmeno a contare quante organizzazioni non profit e agenzie governative ci abbiano detto di non poterla aiutare a trovare un riparo. Gli aiuti offerti dal governo e dalle organizzazioni non profit alle persone senza dimora esistono realmente, ma i bisogni sono enormemente superiori alle risorse disponibili: il fenomeno delle persone senza dimora è in forte aumento negli Stati Uniti.

Dopo aver visto tutto questo da vicino, posso dirle con certezza che, quando vediamo una persona dormire per strada, non dobbiamo presumere che abbia «scelto» di trovarsi in quella situazione. Nella maggior parte delle località statunitensi non ci sono abbastanza posti nei dormitori per accogliere tutte le persone senza dimora, e questo costringe uomini e donne a dormire all’aperto. Anche quando si libera un posto, le strutture di accoglienza spesso non sono adatte a persone con determinate malattie mentali, oppure a chi possiede molti effetti personali da custodire o ha animali domestici. Le soluzioni abitative temporanee per le persone senza dimora sono estremamente insufficienti e quelle a lungo termine, basate sul modello Housing First, sono ancora più rare. Dopo diciotto mesi di duro lavoro, siamo finalmente vicine a ottenere per lei un alloggio nell’ambito del programma Permanent Supportive Housing, che offre una sistemazione stabile accompagnata da servizi di sostegno. Tuttavia, è proprio il programma abitativo che l’amministrazione Trump sta attualmente cercando di sostituire. Sono con il fiato sospeso”.

8. Negli ultimi anni sembra essere diventato sempre più difficile separare ciò che gli americani pensano di una determinata questione da ciò che pensano delle persone che si trovano dall’altra parte dello schieramento politico. È ancora possibile, negli Stati Uniti, cambiare idea su una questione politica senza avere la sensazione di tradire la propria identità?

“Sebbene gli americani tendano a mantenere a lungo le proprie identità politiche, le loro opinioni sulle singole questioni sono molto più flessibili. Se i politici del loro partito cominciano a cambiare posizione e, soprattutto, se le persone della loro cerchia sociale fanno altrettanto, gli americani possono abbandonare vecchie convinzioni con sorprendente rapidità. Detto questo, bisogna osservare quanto sia importante la dimensione sociale. Per un individuo sarà più difficile adottare una posizione associata all’opposizione politica e respinta dalla propria comunità di riferimento. Se una persona decide di andare controcorrente rispetto al proprio ambiente sociale su una questione che considera importante, direi che è già sulla buona strada per cambiare non soltanto opinione, ma anche partito politico!”.

9. Parliamo spesso della polarizzazione americana come se significasse semplicemente che Democratici e Repubblicani si sono allontanati sempre di più. Ma forse la trasformazione più profonda riguarda il modo in cui si percepiscono reciprocamente. Che cosa è più pericoloso per una democrazia: essere in disaccordo con l’altra metà del Paese oppure cominciare a considerarla moralmente illegittima?

“Credo che lei stia descrivendo ciò che gli studiosi di scienza politica chiamano «polarizzazione affettiva»: una crescente avversione nei confronti dell’altro partito, indipendentemente dalle specifiche posizioni politiche proprie o altrui. Nelle sue forme più estreme, questa «avversione» può comprendere odio, pregiudizio e persino disumanizzazione. È davvero molto pericolosa. Le persone che nutrono questi sentimenti estremamente negativi talvolta arrivano a sostenere la violenza politica contro i propri avversari. Detto questo, credo che abbiamo raggiunto il picco della polarizzazione affettiva. Oggi negli Stati Uniti ci sono molti politici e organizzazioni che cercano di superare le divisioni politiche. A favorire il loro lavoro contribuisce il fatto che il Presidente Trump, egli stesso un presidente insolitamente divisivo, stia rapidamente perdendo popolarità”.

10. Qual è l’America che noi europei non riusciamo ancora a vedere?

“Uno dei punti importanti del mio libro Debating the American Dream è che una parte consistente dell’opinione pubblica statunitense ritiene che l’economia americana sia profondamente ingiusta, e il numero delle persone che la pensano così è in crescita. Molte di queste persone hanno posizioni orientate a sinistra in materia di tassazione e assistenza pubblica. Molte nutrono un profondo risentimento verso i ricchi e diffidano delle grandi aziende. Le posizioni di Trump e dei politici repubblicani non devono essere confuse con quelle degli americani in generale. Sta crescendo una forma di populismo economico e mi aspetto che nei prossimi anni trasformi profondamente la politica e le politiche pubbliche degli Stati Uniti”.


Alla fine della conversazione, Elizabeth Suhay indica un'America che, a suo giudizio, noi europei continuiamo a osservare troppo poco. Non è soltanto quella dei comizi, delle dichiarazioni presidenziali o degli scontri quotidiani tra Democratici e Repubblicani. È un Paese nel quale una parte crescente della popolazione considera profondamente ingiusto il sistema economico, diffida delle grandi aziende e guarda con risentimento alla concentrazione della ricchezza: «Le posizioni di Trump e dei politici repubblicani non devono essere confuse con quelle degli americani in generale», avverte. E intravede nell'ascesa di un nuovo populismo economico una trasformazione destinata a incidere profondamente sulla politica statunitense.

È una prospettiva che complica il racconto abituale degli Stati Uniti. Perché dietro un Paese apparentemente diviso su tutto esiste ancora un ideale largamente condiviso: lavorare duramente dovrebbe permettere a chiunque di costruirsi una vita dignitosa. La frattura nasce quando si passa dalla promessa alla realtà. C'è chi considera il sogno americano una possibilità concreta, chi ritiene che sia distribuito in modo profondamente diseguale e chi, da questa differenza, ricava una diversa idea di giustizia, responsabilità e intervento pubblico. Non sono soltanto opinioni economiche: sono modi differenti di spiegare il mondo e di decidere chi meriti aiuto, fiducia o riconoscimento.

In questo senso, anche la politica assume un significato diverso. Suhay ci ricorda che i cittadini non si limitano a scegliere i propri rappresentanti sulla base di convinzioni già formate. Sono anche i leader, i partiti e le comunità di appartenenza a contribuire alla costruzione di quelle convinzioni. Persino l'ostilità verso gli avversari può diventare una forma di identità, fino a rendere più importante chi sostiene un'idea dell'idea stessa. Eppure, secondo la studiosa, le opinioni possono cambiare, le appartenenze possono essere messe in discussione e la polarizzazione americana potrebbe aver già raggiunto il suo punto più alto. Non è una promessa di riconciliazione, ma la possibilità che le divisioni di oggi non siano necessariamente quelle di domani.

Poi c'è l'America che non entra facilmente nelle statistiche. Quella di una donna che, dopo aver perso due lavori e la propria casa, ha trascorso oltre un anno per strada. Suhay racconta di averla aiutata per diciotto mesi e di essere finalmente vicina, insieme a lei, a ottenere un alloggio attraverso un programma di sostegno abitativo che l'amministrazione Trump sta cercando di sostituire: «Sono con il fiato sospeso», confessa. È una storia personale, ma illumina una questione che attraversa tutta la conversazione: quanto siamo disposti a riconoscere il peso delle circostanze nella vita degli altri?

Forse è proprio qui che il sogno americano incontra la sua prova più difficile. Non nella possibilità che qualcuno, partendo dal nulla, riesca ad arrivare ovunque: di quelle storie l'America è piena e Suhay non lo nega, ma nella capacità di riconoscere che, per ogni successo individuale, esistono condizioni di partenza, opportunità, ostacoli e decisioni collettive che nessuna volontà personale può controllare interamente.

Gli Stati Uniti hanno insegnato al mondo a credere che ciascuno possa essere artefice del proprio destino. Elizabeth Suhay ci invita a porci una domanda meno rassicurante, ma forse più importante: che cosa succede a una società quando trasforma questa speranza nella convinzione che ciascuno sia anche l'unico responsabile delle proprie sconfitte?

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Salvatore Stanizzi
Autore

Salvatore Stanizzi

Salvatore Stanizzi è giornalista pubblicista, pubblico impiegato e dottorando di ricerca. Visiting PhD Researcher alla London Business School e alumnus dell’Ambasciata USA, ha svolto esperienze presso Governo e AGCM, ricevendo un encomio.

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