C'è un'America che continua ad arricchirsi e un'altra che fatica ad arrivare alla fine del mese. Un Paese nel quale milioni di cittadini affidano i propri risparmi ai mercati finanziari, sperando di costruire una pensione sicura, mentre altrettante famiglie, pur disponendo di stipendi apparentemente adeguati, non riescono ad acquistare una casa o a mettere da parte abbastanza denaro per il futuro. È la contraddizione dalla quale Davide Mamone sceglie di partire per raccontare gli Stati Uniti contemporanei: la distanza tra la possibilità di accumulare ricchezza e un modello di consumo che costringe molte persone a vivere «paycheck by paycheck», stipendio dopo stipendio. Due realtà che convivono nella stessa economia e che contribuiscono a determinare, molto più di quanto si immagini, il rapporto degli americani con la politica.
Mamone conosce gli Stati Uniti attraverso un percorso professionale che lo ha portato ben oltre i tradizionali osservatori di Washington. Cresciuto a Milano, di origini palermitane, vive e lavora a New York, dove si occupa di investimenti, infrastrutture e mercati per FundFire, testata del gruppo Financial Times. Prima ancora, ha lavorato nel giornalismo specializzato in antitrust e nella cronaca locale in Louisiana, entrando in contatto con una dimensione della società americana che raramente trova spazio nel racconto europeo. È proprio questa esperienza a suggerirgli una lettura meno prevedibile del Paese: «Molta più America di quella che si racconta è in realtà unita, o quantomeno non disunita come viene mostrata spesso».
A due settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, la distanza tra le preoccupazioni quotidiane e il dibattito politico nazionale assume un significato particolare. Per Mamone, il problema abitativo rappresenta «il tema economico e sociale più scottante di tutti», una questione destinata a incidere sulle scelte di milioni di elettori che chiedono soprattutto di poter accedere alle condizioni fondamentali per costruire una vita stabile. La casa, in questa prospettiva, non è soltanto un bene economico, ma il punto di partenza di una promessa americana sempre più difficile da mantenere. Una promessa che si confronta anche con le conseguenze delle scelte internazionali, con il costo dell'energia e con un sistema economico nel quale la crescita complessiva non coincide necessariamente con il benessere individuale.
C'è poi un'altra trasformazione che Mamone osserva da vicino attraverso il proprio lavoro: quella dei capitali che stanno finanziando l'espansione dell'intelligenza artificiale. La definisce una «necessaria ossessione», alimentata dalla domanda di energia e infrastrutture indispensabili a sostenere lo sviluppo dei data center. Ma dietro questa corsa tecnologica si nasconde una questione che riguarda direttamente la vita delle persone. Quando i fondi pensione investono, anche indirettamente, nei settori legati all'intelligenza artificiale, il successo o il fallimento di quelle operazioni può riflettersi sulla sicurezza economica dei lavoratori. La tecnologia, dunque, non rappresenta soltanto una nuova frontiera industriale: diventa parte di un sistema di aspettative e rischi che coinvolge intere generazioni.
Eppure, il tratto forse più interessante della sua lettura emerge quando il discorso si allontana dai mercati e torna alle comunità. L'esperienza nelle redazioni locali della Louisiana gli ha insegnato che gli Stati Uniti non possono essere compresi esclusivamente attraverso la polarizzazione politica, le dichiarazioni presidenziali o le dinamiche dei social network. Esiste una dimensione quotidiana nella quale i legami di quartiere, il senso di appartenenza e la disponibilità a collaborare continuano a occupare uno spazio importante. Una realtà che, secondo Mamone, rischia di scomparire quando il giornalismo si concentra soltanto su ciò che accade nelle grandi città o produce attenzione immediata.
Nel nuovo appuntamento di The 51st, Davide Mamone racconta dunque un'America attraversata da contraddizioni profonde, ma anche capace di reagire, adattarsi e costruire. Un Paese nel quale le difficoltà economiche convivono con l'iniziativa individuale, le tensioni politiche non cancellano necessariamente i rapporti sociali e il giornalismo può ancora ritrovare la propria funzione essenziale: aiutare una comunità a comprendere sé stessa.
Dieci domande a Davide Mamone. La prima parte da una contraddizione. L'ultima, ancora una volta, dall'America che da questa parte dell'Atlantico continuiamo forse a non vedere.
1. Se dovessi raccontare l'America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglieresti? E perché proprio quella?
“La contraddizione che sceglierei per raccontare gli Stati Uniti di oggi è il contrasto netto che esiste tra il tentativo di migliaia, milioni di famiglie della classe media americana di risparmiare soldi e investire sul futuro loro e dei loro figli, attraverso anche piani pensione privati, da una parte; e il consumismo sfrenato che continua a esistere, soprattutto in grandi città e che spesso costringe le persone a vivere “paycheck by paycheck”, mese per mese. In un certo senso questa contraddizione è ben rappresentata da due dati anch’essi contrastanti: il Paese sta accumulando “nuovi milionari” ogni giorno, persone della classe media che hanno investito in borsa per anni e stanno ora andando in pensione con gruzzoli di risparmio non indifferenti, nello stesso periodo storico in cui cosi tanti faticano ad accumulare ricchezza nonostante abbiano, magari, ottimi stipendi. Sceglierei questa contraddizione perché in un certo senso queste due dinamiche opposte rappresentano il cuore pulsante che determina l’andamento dell’economia e dei consumi e di conseguenza il grado di soddisfazione o insoddisfazione nei confronti della classe politica di oggi”.
2. Il 3 novembre gli Stati Uniti voteranno per le midterm. Al di là della competizione tra Democratici e Repubblicani, quali sono le questioni economiche e sociali che ritieni possano pesare maggiormente sulle scelte degli elettori? E quanto il racconto mediatico riesce a intercettare le loro preoccupazioni reali?
“Il problema abitativo è in assoluto il tema economico e sociale più scottante di tutti e peserà sulle scelte di milioni di persone che sperano in un’agenda politica dettata dal tema della cosiddetta affordability. Il popolo statunitense non ha problemi a lavorare sodo e a fare sacrifici di ogni genere nel sistema in cui vive, a patto che questo sistema permetta loro di avere accesso alle “basi” per costruire: questa base inizia con la casa e in questo momento sostenere un mutuo costa spesso di più che affittare un appartamento, in un Paese dove gli affitti sono già di loro spesso alle stelle. Il secondo tema che evidenzierei è certamente il coinvolgimento del Paese nella guerra in Iran, un qualcosa che una vasta maggioranza degli americani disapprova fortemente, ancora scottata dalle esperienze in Afghanistan e Iraq. È quasi impossibile convincere una maggioranza di elettori che il conflitto sia necessario per un “bene futuro” se le conseguenze, come il costo della benzina e dell’energia, si vivono già nel presente. Credo che il racconto mediatico stia intercettando bene quest’ultima questione ma non come dovrebbe il peso che l’incapacità di acquistare una casa abbia su cosi tante persone”.
3. Nel tuo lavoro per FundFire, testata del gruppo Financial Times, ti occupi di investimenti, infrastrutture e real assets. Che cosa raccontano oggi i movimenti dei grandi capitali sullo stato dell'economia americana? E quali contraddizioni emergono tra le priorità degli investitori e quelle dei cittadini?
“I movimenti dei grandi capitali di oggi raccontano una sorta di “necessaria ossessione” nei confronti della costruzione di nuovi data centers e nell’infrastruttura che sosterrà la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Dico necessaria perché per quanto ci sia un grosso backlash nei confronti di entrambi, sia i data centers che la IA, la domanda di energia è gigantesca, perché l’utilizzo di tools come ChatGPT non sta diminuendo per ora, e questo porta al bisogno di nuove grandi infrastrutture da parte del mercato. La grande contraddizione è che il sistema pensionistico americano, sia quello delle “pension fund” governative che quello dei piani privati 401(k) si basano anche loro, spesso, sull’andamento degli investimenti alla corsa dell’IA. Tradotto nel modo più semplice possibile: un fondo pensione può investire in un fondo privato che a sua volta investe in data centers e scommette sui ritorni che arriveranno da quegli investimenti. Se quegli investimenti dovessero per caso avere “ritorni” sbagliati, i piani pensioni dei lavoratori potrebbero potenzialmente finire a rischio a loro volta, creando problemi a cascata non indifferenti”.
4. Hai lavorato anche come giornalista specializzato in antitrust per Global Competition Review. In un'economia dominata da grandi gruppi tecnologici e finanziari, quanto è ancora efficace il sistema americano di tutela della concorrenza? E quale ruolo dovrebbe avere il potere pubblico nel contenere la concentrazione economica?
“Il sistema americano di tutela della concorrenza è oggi più importante che mai, se adottato in una continuità bipartisan che un tempo era tradizionale e che oggi stento a vedere ancora. Ci dovrebbe essere una sorta di patto sociale continuativo che attraversi più amministrazione, tra le agenzie governative che supervisionano la bontà della competizione tra privati – come la Federal Trade Commission e la divisione antitrust del DOJ – e oggi non vedo questo patto. Il problema per chi dal pubblico prova a esercitare la potenza delle agenzie governative e delle leggi per regolamentare il mercato è che ci vogliono anni per stabilire nuovi precedenti in corte attraverso cause legali nei confronti di certi monopoli/mergers, mentre i risultati che si ottengono tramite multe e nuove regole esecutive hanno spesso effetti molto limitati sul mercato stesso”.
5. La transizione energetica negli Stati Uniti è diventata anche una questione di competitività industriale, sicurezza nazionale e scontro politico. Dal tuo osservatorio, quanto incidono realmente le scelte delle amministrazioni presidenziali sulle strategie di investimento a lungo termine? E quanto, invece, sono i mercati a determinare la direzione del cambiamento?
“Credo che incidano tendenzialmente poco e non necessariamente perché i mercati ne determinano la direzione in modo artificioso o fittizio o opportunistico. Sono i bisogni delle comunità a dettare la performance di mercati come la transizione energetica. Basti prendere il recente tentativo dell’amministrazione Trump di demonizzare gli investimenti sul solare e sull’eolico attraverso lo stop, per via di azioni esecutive, a progetti già in corso o in procinto di essere conclusi: è vero che certi segmenti relativi all’eolico stanno soffrendo come conseguenza di quelle azioni, ma l’abnorme bisogno di energia oggi negli Stati Uniti, sia per tenere basse le bollette, sia per soddisfare la rivoluzione dei data centers, non ha fermato mica gli investimenti sulle rinnovabili, incluso il solare. Stessa cosa, ad esempio, per le pratiche di sostenibilità ESG (Environmental, Social and Governance): l’amministrazione attuale sta facendo una guerra alle aziende che le adottano ma le aziende non hanno smesso, generalmente, di fatto, di adottarle. Hanno solo cambiato il nome delle piattaforme, perché c’è richiesta che queste pratiche rimangano”.
6. Prima di lavorare a New York hai raccontato la cronaca locale in Louisiana. Quanto è diversa l'America che emerge dalle comunità locali rispetto a quella descritta dai grandi media nazionali? E quali fenomeni sociali rischiano di rimanere invisibili quando l'attenzione si concentra esclusivamente su Washington?
“È un tema assolutamente necessario. Quando prima dicevo che non si parla abbastanza di quanto profonda sia la ferita per molte famiglie di non poter avere un piano per comprare casa o allargarsi in una seconda casa più grande vendendo la prima, intendevo proprio questo. Un altro fenomeno sociale che rischia di rimanere invisibile se ci si concentra troppo su Washington è che molta più America di quella che si racconta è in realtà unita, o quantomeno non disunita come viene mostrata spesso. Vedo poche divisioni all’interno delle comunità, fuori dal mondo dei reels, degli algoritmi, di TikTok, su aspetti assolutamente fondamentali, a partire dalla necessità di mantenere vivo lo spirito di comunità. Quello spirito – di quartiere, di isolato, di cittadina – è infatti più presente di quanto si creda e sono contento ci siano realtà, come l’organizzazione no-profit Builders, che facciano attività di sensibilizzazione a riguardo. Ho notato che più testate nazionali se ne stanno occupando negli USA ultimamente e questo è positivo”.
7. Hai lavorato nel giornalismo italiano e in quello statunitense, attraversando redazioni e settori molto diversi. In un contesto segnato dalla polarizzazione politica, dalla crisi della fiducia nei media e dalla crescente influenza delle piattaforme digitali, quale credi sia oggi la sfida più importante per il giornalismo americano? E in che cosa il sistema italiano potrebbe imparare da quello statunitense?
“La sfida principale del giornalismo americano è quella di recuperare appunto il rapporto con le comunità locali, che un po’ si è perso, in parte a causa di perdite importanti nella stampa locale. Si rischia troppo di rimanere un attimo affossati a qualsiasi cosa Trump dica il lunedì o il martedì o a cosa succede nelle grandi città che possa avere un effetto virale. Nonostante le crisi del giornalismo negli Stati Uniti, questo rimane un modello, un sistema assolutamente creativo, frizzante, innovativo, sempre alla ricerca di reinventarsi per sopravvivere alle intemperie del cambiamento dei tempi. Su questo noi italiani abbiamo tantissimo da imparare, sempre ammorbati da forme di pessimismo cronico e cosmico, anche nel giornalismo. Un altro aspetto su cui abbiamo enormemente da imparare: quanto paghiamo i giornalisti. Negli Stati Uniti, nonostante i problemi, ci sono posizioni aperte che fioccano ogni giorno. Quando è stata l’ultima volta che avete visto una posizione aperta pagata dignitosamente in una grande testata italiana?”.
8. Sei cresciuto a Milano, hai origini palermitane e hai costruito la tua carriera a New York. Vivere così a lungo negli Stati Uniti ha cambiato il tuo modo di guardare all'Italia? C'è qualcosa del nostro Paese che oggi comprendi diversamente rispetto a quando sei partito?
“Di sicuro ti menzionerei la relazione che abbiamo con la storia e con la bellezza. Siamo così meravigliosamente circondati da entrambi in Italia, e entrambi ci arrivano in modo diretto e gratuito quasi ogni giorno, che a volte li diamo per scontati. Quando ti trasferisci altrove, questo aspetto, questo elemento viene fuori. Ma onestamente non provo particolare nostalgia per il Paese, anzi: più vivo negli Stati Uniti e più vorrei viverci”.
9. Tra le storie che hai raccontato, le persone che hai incontrato e le esperienze professionali vissute negli Stati Uniti, ce n'è una che ha modificato profondamente il tuo modo di intendere il giornalismo? E quale insegnamento ti ha lasciato?
“Non posso non menzionarti il primo giorno in cui sono entrato nella redazione del The Advocate | New Orleans Times-Picayune a Lafayette, Louisiana, per la mia Fellowship con Poynter Institute nell’estate 2021. Mi è entrata sottopelle l’assoluta necessità di produrre notizie a servizio di una comunità, non semplicemente contenuti. Vivere lì per un anno, camminare e lavorare con una redazione fatta di straordinari giornalisti locali che di quella comunità ne erano (e sono) innamorati e di cui fanno parte, rimane una delle esperienze professionali più importanti della mia vita, forse la più importante di tutte”.
10. Qual è l'America che noi europei non riusciamo ancora a vedere?
“Tre cose: in primis, quella della costante reazione, a volte quasi nervosa, a volte spasmodica, a qualunque cosa accada. A ogni azione c’è davvero una reazione uguale e contraria fortissima che provoca dei costanti momenti di cambiamento. Non mi sembra arrivi questa dinamica in Italia. Per secondo ti direi l’America della curiosità: questo è un popolo che si appassiona a quello che fai e alle idee che hai; ti fa domande precise, ti chiede, cerca di assorbire e imparare, di incoraggiarti. E se non riesce a replicarlo, o ti aiuta ad arrivarci in modo indipendente o ti porta “a bordo” per aggiungere quel pezzettino che manca alla loro struttura di società. La terza cosa riguarda l’immigrazione: oggi in Europa vediamo come si comporta ICE, spesso così ignobile e sadica, e pensiamo a un’America incattivita verso gli immigrati nonostante gli immigrati siano alla base della sua grandezza. Ma ci dimentichiamo troppo spesso di quante centinaia di migliaia di persone questo Paese accolga ogni settimana, anche oggi, offrendo loro prospettive, basate sull’individualismo a servizio delle comunità, che da noi semplicemente non esistono”.
L'America che emerge dalle parole di Davide Mamone è più complessa di quella che siamo abituati a osservare attraverso le cronache politiche e il dibattito pubblico. Non perché le divisioni siano meno profonde o le difficoltà economiche meno reali, ma perché esiste una parte della società americana che continua a riconoscersi in esperienze, necessità e aspirazioni comuni, indipendentemente dalle appartenenze politiche. È proprio questa dimensione, spesso lontana dalle telecamere e dalle dichiarazioni della Casa Bianca, a suggerire quanto la rappresentazione degli Stati Uniti sia diventata progressivamente più stretta della realtà che vorrebbe descrivere. Nel tentativo di comprendere le ragioni dello scontro, rischiamo di perdere di vista ciò che continua a esistere al di fuori di esso.
Le contraddizioni individuate da Mamone raccontano un Paese nel quale le opportunità economiche non procedono necessariamente nella stessa direzione. Mentre nuovi capitali affluiscono verso l'intelligenza artificiale e le infrastrutture tecnologiche, milioni di cittadini continuano a confrontarsi con il costo delle abitazioni e con l'incertezza del proprio futuro finanziario. Il problema non riguarda soltanto la distribuzione della ricchezza, ma anche la possibilità di immaginare una prospettiva stabile. Per una società che ha costruito parte della propria identità sull'idea che il lavoro e il sacrificio possano tradursi in progresso individuale, l'impossibilità di acquistare una casa rappresenta qualcosa di più di una difficoltà economica: mette in discussione la credibilità stessa di quella promessa.
Ma è soprattutto nella riflessione sul giornalismo che la testimonianza di Mamone acquista una dimensione più ampia. Ricordando il proprio ingresso nella redazione locale in Louisiana, parla dell'«assoluta necessità di produrre notizie a servizio di una comunità, non semplicemente contenuti». La distinzione è tutt'altro che secondaria. In un sistema dell'informazione sempre più condizionato dalla velocità delle piattaforme digitali, dalla ricerca di attenzione e dalla capacità di trasformare ogni dichiarazione politica in un evento mediatico, il rischio è che il giornalismo finisca per misurare la propria rilevanza attraverso la quantità di reazioni generate, anziché attraverso l'utilità delle informazioni offerte ai cittadini.
La sua esperienza suggerisce invece un'altra possibilità: tornare a considerare le persone non soltanto come un pubblico da raggiungere, ma come comunità alle quali rispondere. È una prospettiva che riguarda gli Stati Uniti, dove la crisi dell'informazione locale ha lasciato territori sempre meno raccontati, ma che interroga inevitabilmente anche l'Italia. Mamone individua nella capacità del giornalismo americano di reinventarsi una qualità dalla quale il nostro sistema potrebbe imparare, senza nascondere un'altra differenza sostanziale: quella delle opportunità professionali e della retribuzione dei giornalisti. Una questione che raramente occupa il centro del dibattito sull'informazione, nonostante contribuisca a determinarne la qualità e l'indipendenza.
Nella risposta conclusiva, Mamone individua tre aspetti dell'America che gli europei faticano a vedere: la capacità di reagire continuamente ai cambiamenti, la curiosità verso le idee e le esperienze degli altri, e una società nella quale l'immigrazione continua a rappresentare una componente fondamentale, anche mentre le politiche migratorie alimentano conflitti profondi. È soprattutto la seconda caratteristica a offrire una chiave di lettura del suo percorso. Descrive gli americani come persone che si interessano a ciò che gli altri fanno, pongono domande, cercano di imparare e, quando riconoscono il valore di un progetto, provano a contribuire alla sua realizzazione. Una disposizione che non elimina le disuguaglianze, ma aiuta a comprendere perché gli Stati Uniti continuino ad attrarre persone, competenze e ambizioni da ogni parte del mondo.
Forse, allora, il punto non è stabilire se l'America sia davvero unita o divisa, né scegliere quale delle due immagini rappresenti meglio la sua identità. Il punto è riconoscere che entrambe possono essere vere, e che nessuna delle due, da sola, basta a raccontare un Paese tanto complesso. Le tensioni politiche convivono con la solidarietà quotidiana, le opportunità con le disuguaglianze, la ricerca del successo individuale con un senso di appartenenza collettiva che continua a manifestarsi lontano dai riflettori.
Perché un Paese non coincide mai soltanto con il rumore dei suoi conflitti. E forse l'America che non riusciamo ancora a vedere è proprio quella che, mentre tutti ne raccontano le divisioni, continua silenziosamente a tenersi insieme.