«La democrazia è un armistizio». Mattia Diletti usa questa immagine mentre prova a spiegare che cosa sia successo alla politica americana negli ultimi anni. Non un accordo che elimina il conflitto, perché una democrazia vive anche di conflitto, ma qualcosa di più elementare: il riconoscimento che l’avversario abbia comunque diritto di esistere, competere, vincere e tornare a perdere; che alcune regole valgano anche quando favoriscono l’altra parte; che alla fine di una campagna elettorale debba continuare a esistere un Paese nel quale entrambe le parti siano disposte a convivere. Quando, verso la fine della nostra conversazione, gli chiediamo quale sia oggi il minimo terreno condiviso tra Democratici e Repubblicani, la risposta arriva senza molti giri di parole: «Al momento non c’è».
È probabilmente da questa distanza, tra l’armistizio che dovrebbe rendere possibile la democrazia e il terreno comune che Diletti non riesce più a vedere, che bisogna partire per leggere la quinta conversazione di The 51st. Perché nelle sue risposte Donald Trump è ovunque, ma quasi mai è soltanto Donald Trump. È piuttosto il punto nel quale si incontrano trasformazioni che vengono da più lontano: la radicalizzazione della destra, il risentimento di una parte della classe media, le guerre culturali, la crisi del centrismo, la forza delle reti intellettuali conservatrici, il rapporto sempre più stretto tra tecnologia e potere e quella sensazione, difficile da misurare ma politicamente potentissima, che per molti americani qualcosa nel Paese abbia smesso di funzionare come dovrebbe.
Diletti insegna oggi alla Sapienza, dove si occupa di sociologia politica e del rapporto tra attori, istituzioni e società. Ma il suo rapporto con gli Stati Uniti precede lo studio accademico e nelle risposte torna continuamente a una prima impressione, quella maturata durante le sue frequentazioni americane degli anni Novanta: la distanza tra la promessa di libertà ed emancipazione della Rivoluzione americana e la sua applicazione reale, segnata dal peso della razza, della povertà e delle disuguaglianze. È una contraddizione che, per Diletti, non appartiene semplicemente al presente, ma è dentro la storia stessa degli Stati Uniti; il mito americano, dice, è da sempre «un campo di battaglia permanente».
È su quel campo di battaglia che arriva Trump. Diletti lo definisce «il polarizzatore in capo» e, ancora più nettamente, «il primo presidente americano post-liberale», perché nella sua lettura la rottura non consiste semplicemente nell’essere più conservatore dei presidenti repubblicani che lo hanno preceduto. Consiste nel considerare la politica come un gioco a somma zero, nel quale l’avversario smette progressivamente di essere qualcuno da sconfiggere e diventa qualcuno la cui stessa legittimità può essere contestata. Eppure, insiste, sarebbe troppo facile attribuire tutto a Trump: le fratture che ha saputo raccogliere erano reali, economiche e territoriali oltre che culturali, e la sua forza è stata quella di mettere insieme pezzi d’America molto diversi e trasformarli in capitale politico.
È anche per questo che una parte importante della nostra conversazione riguarda ciò che potrebbe restare quando Trump non ci sarà più. Dietro il presidente, Diletti vede reti, intellettuali, funzionari e interessi che non condividono necessariamente lo stesso progetto, ma che in questa fase convergono sulla demolizione di ciò che definisce «le istituzioni dell’America dei liberal». Trump, nella sua lettura, è il Rex Destruens: indispensabile per abbattere un ordine, molto meno utile per capire quale ordine dovrebbe sostituirlo. La vera domanda, allora, non è soltanto quanto durerà il trumpismo, ma quale parte di esso potrà sopravvivere alla figura che oggi riesce ancora a tenerne insieme le contraddizioni.
Dall’altra parte non c’è però un Partito Democratico già ricomposto. Diletti vede una forza politica che può beneficiare dell’anti-trumpismo e della possibile diserzione di una parte degli elettori che avevano scelto Trump nel 2024, ma che non ha ancora risolto il problema di ciò che dovrebbe tenerla insieme una volta esaurita l’opposizione al presidente. Le primarie del 2028, nella sua lettura, saranno probabilmente il luogo nel quale questa contraddizione verrà affrontata: nuove figure, maggiore radicalità, attenzione al potere d’acquisto e un establishment che proverà a resistere.
E poi c’è una generazione che potrebbe rendere tutto ancora meno prevedibile. Nel lavoro di Diletti compare anche la manosphere, quell’ecosistema digitale nel quale una parte del disagio maschile viene trasformata in identità, pubblico e infine politica. Anche qui evita di dire che esista già un riallineamento definitivo, ma individua qualcosa di più profondo della semplice preferenza elettorale: giovani uomini che percepiscono di aver perso un ruolo, imprenditori digitali capaci di trasformare quella fragilità in seguito e denaro, e un Trump che nel 2024 ha saputo presentarsi come una figura comprensibile dentro quel linguaggio.
La quinta conversazione di The 51st parte allora da una promessa che accompagna gli Stati Uniti fin dalla loro nascita – libertà, emancipazione, possibilità di diventare qualcosa di diverso – e arriva al dubbio che quella promessa non basti, da sola, a tenere insieme una comunità politica quando le parti smettono di riconoscersi reciprocamente. In mezzo c’è un Paese che Diletti aveva provato a leggere già ai tempi di Obama e che oggi ammette di aver capito diversamente: l’America che sembrava avviata verso una nuova coalizione sociale ed elettorale non si è consolidata, le paure della classe media sono rimaste e molte delle domande di cambiamento di allora hanno continuato ad accumularsi senza trovare una risposta.
Dieci domande a Mattia Diletti. La prima parte da una contraddizione. L’ultima, ancora una volta, dall’America che da questa parte dell’Atlantico continuiamo forse a non vedere.
1. Se dovesse spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglierebbe?
“La contraddizione rimane sempre la stessa: la distanza fra la promessa di libertà ed emancipazione della Rivoluzione americana e la sua applicazione reale. È nella natura stessa degli Stati Uniti una competizione brutale fra interpretazioni opposte di quella promessa; quel mito politico è un campo di battaglia permanente: ugualmente, è dalle sue origini che quella promessa vive dentro una contraddizione permanente. In questa risposta, forse, conta la prima impressione, quella precedente lo studio e l’analisi: nelle mie prime frequentazioni degli Stati Uniti, negli anni Novanta, sono sempre rimasto colpito dal grado di razzismo e di ingiustizia sociale che attraversano la società americana. Sono un portato antico, in cui il tema della razza si intreccia con quello della povertà e con altre stratificazioni storiche, culturali e religiose. Un quadro sempre molto complesso, che continua ad attrarmi come un magnete (e che provoca in me una simpatia immediata per i losers d’America).”
2. In “Divisi. Politica, società e conflitti nell'America del XXI secolo” lei sostiene che la polarizzazione americana non sia semplicemente esplosa dal basso, ma sia stata anche costruita e organizzata nel tempo da attori politici capaci di trasformare fratture sociali, culturali e razziali in strumenti di mobilitazione. Dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, siamo ancora davanti a una società polarizzata oppure la polarizzazione è diventata ormai un vero modo di governare?
“Direi entrambe le cose. Trump è il polarizzatore in capo ed è il frontman che impersona, quasi come un personaggio teatrale, la polarizzazione come strategia di governo, ma anche come forma “esistenziale”. La democrazia è un armistizio, basato su un accordo sui diritti universali di tutti e su regole del gioco condivise - una tecnologia di organizzazione del potere politico - che ci permette di non trasformare il conflitto, ogni volta, in guerra civile. Trump rompe con questa tradizione liberale e toglie al nemico - almeno retoricamente - la legittimità a esistere, a partecipare. Quella retorica ha consolidato un culto di parte, dove può esistere un solo modo di essere americano. Se sostieni le tesi dei Birthers come ha fatto Trump - i Birthers hanno animato una teoria della cospirazione per la quale Obama non sarebbe nato negli Stati Uniti, e quindi non avrebbe potuto essere candidato alla carica di Presidente - stai dicendo che un tuo avversario politico è un baro: nei western americani con i bari si rovescia il tavolo e si spara. Trump è il primo presidente americano post-liberale: guarda alla democrazia come un gioco a somma zero, non come un armistizio difeso da valori costituzionali condivisi.
Le fratture che ha rappresentato però sono reali, e non riguardano solo le cultural wars, ma anche una dimensione sociale, economica, territoriale. Trump nel 2016 e ancor più nel 2024 ha armato e coalizzato uno scontento reale - di poteri economici ma anche di persone tagliate fuori dal benessere, di suprematisti bianchi ma anche giovani latinos arrabbiati con il sistema: tante anime, tante contraddizioni, come solo i leader carismatici sanno sintetizzare - e lo ha trasformato in capitale politico. Usando una sceneggiatura da reality show, che ha bisogno di colpi di scena continui, di nuovi nemici da bruciare sul rogo del risentimento. Questa sceneggiatura sta annoiando sempre di più il pubblico, ma la benzina della polarizzazione strategica à la Trump svanirà davvero solo quando il sistema politico sarà più efficace nel rispondere ad alcune delle paure che spaventano, oggi, i suoi cittadini. Nelle guerre culturali, fra gli estremismi della cancel culture e gli estremismi etno-nazionalisti di Trump, ha vinto Trump. Una matrice reazionaria che in America è sempre stata minoritaria, e che ora si è presa il Partito repubblicano. Trump ha abbracciato la Identity Politics e ha vinto la guerra della polarizzazione identitaria.”
3. Una parte importante della tradizione conservatrice americana si è costruita per decenni contro il “big government”. Eppure lei ha descritto il secondo trumpismo come un progetto che punta a rafforzare l’esecutivo, aumentare il controllo presidenziale sulla burocrazia e modificare l’equilibrio tra i poteri. Come si spiega questa apparente contraddizione? La destra americana ha smesso di diffidare dello Stato oppure vuole semplicemente uno Stato diverso, molto più forte quando è nelle proprie mani?
“Come dicevo prima, Trump non appartiene a una corrente liberal-conservatrice (forse non è nemmeno un’operazione corretta tentare di collocare Donald Trump in una corrente di pensiero, mentre lo è per altre figure di rilievo della sua Amministrazione). Dell’opposizione al Big Government, nell’Amministrazione Trump, troviamo l’avversione per la pressione fiscale e alcuni aspetti della dottrina giuridica originalista (pensiamo alla volontà di smantellare il Dipartimento dell’istruzione). Vi è una certa idea “mercatista” della deregolamentazione (pensiamo all’AI), ma non pare un dogma. Semplificando, in chiave “statalista” troviamo oggi un nuovo dirigismo in economia (che per l’America non è una novità assoluta, in realtà), ovvero una nuova forma di interventismo diretto, che vede la compartecipazione di capitale pubblico in settori strategici: è frutto della dottrina dell’“America First” e di una nuova politica di potenza, legata soprattutto al tema della competizione per il controllo delle risorse naturali.
E poi c’è il Leviatano delle nuove forme del sistema di sorveglianza e sicurezza - che è anche un motore della partnership strategica fra Governo e Silicon Valley - che genererà ulteriori conflitti di natura costituzionale attorno al tema delle libertà individuali, poiché gli aspetti incostituzionali sono molteplici. Infine, c’è il trionfo - dentro l’Amministrazione - della cosiddetta dottrina dell’Esecutivo unitario, riemersa durante l’Amministrazione di Bush jr e oggi portata a regime. È una dottrina che la Corte Suprema asseconda - anche se a corrente alternata - e che rappresenta un altro tassello della cultura post-liberale dell’Amministrazione: a danno dei poteri del Congresso, delle Corti, degli Stati, delle Agenzie indipendenti che valutano l’azione degli esecutivi.”
4. Lei studia da molti anni think tank, intellettuali e reti attraverso cui le idee diventano politica e in uno dei suoi lavori più recenti ha ricostruito l’organizzazione degli intellettuali conservatori americani da Reagan a Trump. Quanto del trumpismo di oggi appartiene davvero a Donald Trump e quanto, invece, è ormai un’infrastruttura di idee, persone e organizzazioni capace di sopravvivergli?
“Penso, come tantissimi, che Trump non abbia nulla di ideologico; credo che intenda la Presidenza come uno strumento personale che serve a dispiegare il suo potere con la massima forza possibile: per scopi di natura politica ed economica, ma anche per il suo profitto personale (questa Presidenza si caratterizza anche per essere una cleptocrazia di carattere clanico). Questo atteggiamento può fare il paio con alcune visioni del mondo, queste sì, ideologiche. Credo che questa Amministrazione sia attraversata da reti molto diverse fra loro, che convergono su due cose: 1. chi sono i nemici interni; 2. usare Trump come Rex Destruens per demolire quanto più possibile le istituzioni dell’America dei liberal. Su cosa verrò dopo - dal potere dei big tech alla Thiel alle figure di burocrati/intellettuali alla Russell Vought - ci sono idee molto diverse, credo. Intanto ognuno tesse la sua tela, sperando che arrivi, nel 2028, un nuovo Presidente che normalizzi questa fase rivoluzionaria in un nuovo ordine post-liberale, senza gli eccessi di Trump. Credo che percepiscano Trump come una figura inevitabile e necessaria; soprattutto, non esiste un altro “campione” che abbia la stessa forza coalittiva e carismatica. Il futuro potrebbe essere molto complicato per loro, soprattutto se le cose continuassero ad andare male per gli USA, tanto in politica estera che nella difesa del potere d’acquisto degli americani. Più forte sarà la caduta di Trump, più difficile le acrobazie per allontanarsene: la capacità tenuta del trumpismo nei prossimi mesi determinerà il modo stesso in cui si uscirà dal trumpismo.”

5. Nel 2026 ha pubblicato un articolo dal titolo “Usa, dopo Trump riscossa democratica?”. A poche settimane dalle midterm, la domanda forse può essere rovesciata: essere contro Trump è sufficiente a ricostruire una coalizione democratica oppure il problema del Partito Democratico è proprio riuscire a spiegare che cosa tenga insieme oggi i suoi elettori quando Trump non è sulla scheda?
“Come disse una volta un attore americano, “non appartengo a nessun partito organizzato, sono democratico”. È chiaro che il Partito democratico non abbia terminato la sua traversata nel deserto, ma temporaneamente può beneficiare di due elementi: 1. il ritorno di fiamma, a livello popolare, dell’anti trumpismo; 2. la diserzione elettorale dei “trumpiani occasionali”, quelli che hanno votato per Trump nel 2024 e che ora non sono per nulla contenti di come vanno le cose (non c’è tempo, ora, di spiegare le enormi differenze fra elezioni presidenziali e di midterm, soprattutto in termini di partecipazione: ricordiamo solo quanto queste ultime, di solito, tendano a danneggiare il Presidente in carica). Questo dovrebbe bastare per far vincere i democratici. Dopo si aprirà un contenzioso molto serio, che si risolverà con lo strumento principe dei partiti politici americani: le primarie del 2028.
Alcune sfide al Senato - pensiamo a quella del Michigan, o quella del Texas - ci diranno tanto sul “mood” che potrebbe segnare il dibattito dei dem nel 2027, ma mi pare che ci siano alcune cose che chiedono gli elettori democratici: più grinta, facce nuove, gente che sembri credibile quando si parla di difendere il potere d’acquisto delle classi medie e popolari (Mamdani ha vinto a New York su questo), dei nemici chiari come li hanno i repubblicani (pensiamo all’ostilità contro le Big Tech). Senza contare che oggi, in alcuni casi, è un tema centrale anche la postura verso Israele. Tutto porta a pensare che possano emergere figure radicali, nuove e che sappiano generare entusiasmo soprattutto durante le primarie: l’establishment democratico venderà cara la pelle, ma è in difficoltà. Deve sperare che, in qualche modo, dopo un Presidente lunatico come Trump prevalga “voglia di normalità”, ma non sarà facile (pensiamo a figure come Rahm Emanuel, che da tempo fanno esercizi di radicalità linguistica al servizio di una piattaforma centrista). I democratici sono una “grande tenda”, con tanti interessi, anime, tendenze: l’unificatore giusto può trasformare questa diversità in grandi numeri, ma non sarà semplice.”
6. Lei racconta gli Stati Uniti da molti anni: nel 2009 scriveva “Come cambia l’America. Politica e società ai tempi di Obama”, mentre oggi studia un Paese attraversato dal trumpismo e da quella che ha definito una «guerra civile fredda». E qual è la cosa sull’America che lei stesso, quindici o vent’anni fa, aveva capito peggio?
“Qui la risposta alla domanda è semplice. Avevamo creduto (quel libro era a sei mani) che si stesse consolidando una nuova coalizione socio-elettorale dominante, post-razziale, legata ai centri urbani - un’alleanza fra il terziario avanzato dei colletti bianchi più istruiti e quello arretrato dei lavoratori dei servizi - al voto giovanile (di allora), al voto femminile ecc. ecc. Che si potesse cementare in domande nuove di policy, legate alla richiesta di un cambio di rotta dopo la crisi finanziaria del 2007. Una riedizione in tono minore del cambio di rotta avvenuto dopo il 1929, le cui colpe ricaddero sul Partito repubblicano (senza contare che, nel 2008, gli americani erano anche stufi degli avventurismi militari in stile Iraq). Ma Obama non è Roosevelt, e la storia non si ripresenta mai uguale a sé stessa. Io credo che da allora l’America non si sia ma davvero rimessa in asse, e che ampi strati della classe media americana viva di timori sempre più forti. Un declino relativo del Paese nel sistema mondo, in cui oggi si specchia la paura di non farcela di tanti americani. Non solo Obama non ha risposto a queste paure - per alcune sue colpe, per il suo moderatismo, per una dimensione di sistema - ma ha anche aperto il vaso di Pandora delle domande di cambiamento mancate, oltre che quello del revanscismo bianco (che non ha mai sopportato che un nero fosse diventato Presidente).”
7. In un suo recente lavoro ha studiato la manosphere e la crescente distanza politica tra giovani uomini e giovani donne americani. È una frattura generazionale destinata a modificare stabilmente le coalizioni dei due partiti oppure rischiamo di scambiare per riallineamento politico qualcosa che nasce soprattutto dentro ecosistemi digitali, linguaggi e identità molto più mobili?
“Sarebbe lunga da raccontare, ma diciamo - banalizzando molto - che esiste un problema maschile in occidente, non solo negli USA. Le ragazze, negli Stati Uniti, vanno meglio ovunque a livello scolastico - solo per dirne una - e c’è un problema di “ruolo” per i giovani maschi. Ci sono cicli storici inevitabili, e dopo secoli di primato maschile gli uomini devono fare i conti con la forza emancipatrice del mondo femminile. Il paradosso vuole che, forse, siano più in difficoltà quelli che sono già nati dentro questo nuovo paradigma, piuttosto che le vecchie generazioni. In questo contesto emergono degli imprenditori maschili senza scrupoli che - sul modello degli influencer americani della manosphere - lucrano sulla fragilità maschile. Si fanno capobranco digitale, additano le donne come fonte delle frustrazioni e difficoltà di migliaia di giovani, diventano ricchi grazie ai loro follower. Alcuni di loro nel 2024 hanno trovato in Trump una spalla, un maschio che parla in pubblico come si parla negli spogliatoi maschili, un “bro” anziano ma con il quale ci si può capire (e aumentare l’audience e gli introiti). Non so dire cosa accadrà in futuro, quanto queste nuove forme identitarie si consolideranno.”
8. Per quasi tutta la storia americana le midterm hanno rappresentato anche un meccanismo attraverso il quale gli elettori correggono o limitano il potere del presidente. In un’America così polarizzata, però, un Congresso diviso può ancora funzionare come un riequilibrio oppure rischia di trasformarsi semplicemente in un altro luogo nel quale continuare lo stesso conflitto con mezzi diversi?
“Per ora sarà un luogo che alimenterà ancora il conflitto polarizzato a cui abbiamo assistito. Immaginiamo un Congresso democratico nel 2027: continuerà a fare poche leggi, come ormai accade abitualmente nella dinamica istituzionale americana, e si occuperà soprattutto di riprendersi il suo potere di indagine e sorveglianza rispetto all’azione dell’esecutivo. Trump sarà continuamente sotto accusa nelle commissioni di inchiesta della Camera - anche comprensibilmente, visto il livello di opacità e avidità personale che ha caratterizzato questa presidenza - e questi due anni saranno trasformati in una sorta di processo politico permanente. I Padri fondatori hanno immaginato il potere politico americano come un sistema di istituzioni costrette al compromesso, ma per funzionare serve un minimo di omogeneità culturale fra classi dirigenti, altrimenti il processo decisionale si paralizza, come è paralizzato oggi il Congresso.”
9. Prima ha usato un’immagine molto forte: «la democrazia è un armistizio». Un armistizio funziona soltanto finché le parti riconoscono alcune regole comuni e, soprattutto, la legittimità dell’avversario. Qual è oggi il minimo terreno condiviso che Democratici e Repubblicani devono ancora conservare perché il conflitto politico americano rimanga democratico? E come ci accorgiamo che quell’armistizio sta finendo?
“Al momento non c’è. Credo che tutto questo potrà trovare un termine solo se una parte prevarrà sull’altra, ma non so a che costo (è un orizzonte pessimistico). Non vedo di fronte a noi una “rivolta moderata” e una nuova stagione di centrismo bipartisan (sempre che sia auspicabile): il grande sconfitto di questa età delle destre è proprio il centrismo moderato, come vediamo in Germania, Francia, Gran Bretagna e negli USA, dove il Partito repubblicano è diventato di un attore estremista, lontano dai suoi canoni (quanto può essere rapida una de-trumpizzazione dei repubblicani? Adesso è difficile immaginare un ritorno alla normalità indolore, ma devono accadere ancora molte cose). Su questo vorrei essere molto chiaro: il sistema politico si polarizza a fronte di una radicalizzazione del Partito democratico e a una radicalizzazione, ancora più marcata, di quello repubblicano. Ma solo il Partito repubblicano presenta una componente politica di natura eversiva: pensiamo all’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Il primo passo è “disarmare” questo aspetto eversivo, ma non basterà de-trumpizzare le istituzioni per ridurre la conflittualità.
"Quasi 200 "election deniers" - figure politiche che negano la regolarità del voto presidenziale del 2020, per i trumpiani la madre di tutte le frodi elettorali - si trovano a competere, in queste elezioni di metà mandato, per cariche politiche. Alcuni potrebbero raggiungere posti di rilievo a livello statale, occupando posizioni chiave nella gestione del processo elettorale. Ultimamente, la Corte Suprema ha bloccato il tentativo di Trump di influenzare il voto postale: presto capiremo quanto, e in che percentuale, le istituzioni americane sono in grado di produrre anticorpi liberali contro il virus antiliberale del movimento Maga". A valle, l'antidoto più efficace: il voto.”
10. Qual è l’America che noi europei non riusciamo ancora a vedere?
“L’America la vediamo sempre, tutta. Con i social media ancora di più, perché sono un’infrastruttura americana. Siamo talmente immersi nell’immaginario americano che crediamo di capire tutto e sapere tutto. Credo invece ci manchino alcune coordinate di comprensione rispetto al nazionalismo americano (anche questo un fenomeno con mille facce), troppo distante dalla nostra esperienza. Il nazionalismo europeo ha portato tante e tali sciagure nella storia del Novecento che lo avevamo sepolto dietro una coltre di pudore, solo ora che viene meno la memoria storica torna in auge. L’American pride Maga ha dei punti di contatto con il nazionalismo estremista europeo, ma il nazionalismo americano rimane un fenomeno diverso, difficile da comprendere per noi.
Manca anche la comprensione del peso della color line, delle tensioni razziali come elemento quotidiano che accompagna l’America dalle origini. Ormai venticinque anni fa, ho girato gli Stati Uniti muovendomi solo in Greyhound: le stazioni dell’autobus erano un punto di contatto interrazziale che generava sempre tensioni non immediatamente leggibili, almeno per un “forestiero”.
Ci sono altre cose che potrei elencare, fenomeni che apparentemente pensiamo di capire - perché appartengono a un’esperienza comune tanto per gli europei che per gli americani - ma che in realtà, negli USA, sono vissute con coordinate culturali diverse (l’esperienza religiosa in primis).
Apparteniamo a una comune storia atlantica, ma varrà sempre la pena scavare dentro questo grande gioco del “trova le differenze”.
Alla fine torniamo proprio lì, alla domanda che chiude ogni conversazione di The 51st: qual è l’America che noi europei continuiamo a non vedere?
Diletti risponde quasi rovesciando la domanda: «L’America la vediamo sempre, tutta». La vediamo nei film, nelle elezioni, nelle serie, nei social media, nelle piattaforme digitali che usiamo ogni giorno e che sono esse stesse, in larga parte, infrastrutture americane. Siamo talmente immersi nel suo immaginario che abbiamo finito per confondere la familiarità con la comprensione, come se vedere continuamente qualcosa significasse automaticamente possedere anche le categorie per interpretarla.
È qui che individua alcune distanze che, nonostante tutto, restano difficili da colmare. Il nazionalismo americano, per esempio, che può avere punti di contatto con le forme più radicali del nazionalismo europeo ma nasce dentro una storia diversa e conserva coordinate che da questa parte dell’Atlantico tendiamo a leggere attraverso la nostra esperienza novecentesca. Poi la color line, il peso quotidiano della razza, che Diletti ricorda attraverso un’immagine di quasi venticinque anni fa: i suoi viaggi attraverso gli Stati Uniti in Greyhound e quelle stazioni degli autobus che diventavano luoghi di contatto interrazziale nei quali percepiva tensioni che, da «forestiero», non riusciva ancora a decifrare completamente. Infine la religione, un altro fenomeno che europei e americani condividono soltanto in apparenza, perché viene vissuto dentro coordinate culturali profondamente diverse.
Forse è proprio questo il paradosso con cui si chiude meglio questa conversazione. L’America è probabilmente il Paese straniero che ci sembra meno straniero: conosciamo i suoi presidenti, le sue città, i suoi conflitti, i suoi simboli e perfino il linguaggio con cui discute di sé. Eppure alcune delle forze che continuano a muoverla – la razza, la religione, il nazionalismo, il rapporto quasi fisico con l’idea di libertà – restano molto più difficili da tradurre di quanto quella familiarità lasci immaginare.
Diletti parla di una «comune storia atlantica» e propone, alla fine, un grande gioco del «trova le differenze». È forse un modo meno rassicurante, ma molto più utile, di guardare agli Stati Uniti: non chiedersi continuamente quanto ci assomiglino, ma fermarsi proprio nel momento in cui siamo convinti di averli già capiti.
Perché forse l’America che continuiamo a non vedere è proprio quella che siamo convinti di vedere benissimo.