Sappiamo ancora molto poco dell'accordo tra Stati Uniti e Iran
Il memorandum proroga di 60 giorni il cessate il fuoco, riapre lo Stretto di Hormuz e rinvia il nodo nucleare. Ma il testo non è pubblico e su molti punti circolano versioni diverse.
L'accordo tra Stati Uniti e Iran annunciato domenica sera resta in larga parte un mistero: il testo del memorandum d'intesa non è stato reso pubblico e su quasi tutti i punti più importanti circolano versioni diverse. Quello che è certo è il quadro generale. Si tratta di un'intesa preliminare che proroga di 60 giorni il cessate il fuoco già raggiunto ad aprile e prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz insieme alla rimozione del blocco navale americano sui porti iraniani. I nodi più difficili, a partire dal programma nucleare di Teheran, sono rinviati a una fase successiva. La firma ufficiale è attesa venerdì 19 giugno a Ginevra.
Secondo le ricostruzioni dell'Atlantic Council, un centro studi statunitense di politica internazionale, il documento è un piano in quattordici punti che mette per iscritto le tregue in Iran e in Libano e indica i temi dei negoziati futuri. A firmare a Ginevra saranno il vicepresidente americano JD Vance e, per l'Iran, il generale Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore e presidente del parlamento, insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Sarebbe il primo incontro diretto a quel livello tra i due Paesi dopo la rottura delle relazioni diplomatiche seguita alla rivoluzione islamica del 1979 e al sequestro del personale dell'ambasciata americana a Teheran.
Sul nucleare l'intesa si limita a far ribadire all'Iran l'impegno a non costruire né procurarsi armi atomiche. Tutto il resto è rinviato ai 60 giorni di trattative che seguiranno la firma: i limiti all'arricchimento dell'uranio e soprattutto il destino delle scorte già accumulate. Teheran possiede oltre 9.000 chili di uranio arricchito, di cui circa 440 vicini al grado necessario per costruire un'arma. L'impegno minimo previsto sarebbe diluire tutto il materiale sul posto, riportandolo a un livello non utilizzabile per scopi militari, sotto la supervisione dell'AIEA, l'agenzia atomica delle Nazioni Unite. Le sanzioni americane verrebbero allentate solo per gradi e in cambio di passi concreti, un meccanismo che Washington ha definito "performance based", cioè legato ai risultati, senza sblocco di fondi finché l'Iran non rispetta gli impegni. Per i 60 giorni della tregua, però, gli Stati Uniti concederebbero a Teheran una deroga per vendere petrolio.
È sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, che le versioni divergono di più. Il presidente Donald Trump ha parlato prima di rimozione "immediata" del blocco navale, poi ha precisato che lo Stretto si aprirà venerdì, con la firma, per consentire lo sminamento. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, che ha mediato l'intesa insieme al Qatar, nel suo annuncio non ha invece nominato lo Stretto. E l'agenzia di stato iraniana Mehr, citata dal Guardian, ha riferito che il memorandum prevede la riapertura entro 30 giorni e secondo "modalità iraniane", una formula molto diversa dalle parole del presidente americano.
Sui pedaggi Trump ha assicurato al New York Times che lo Stretto resterà "permanentemente esente da pedaggi" e che nessuno lo controllerà. Ma prima della guerra l'Iran non aveva mai imposto tariffe di passaggio e nei mesi scorsi aveva anzi discusso con l'Oman l'introduzione di un sistema di pagamento. Il memorandum, in realtà, sospende i pedaggi solo per i 60 giorni della tregua e rinvia a un "dialogo regionale" la gestione futura della rotta. Su questo punto, quindi, l'accordo riporta le cose a come stavano prima del conflitto.
Nella stessa conversazione telefonica il presidente ha descritto concessioni iraniane che Teheran non ha ancora fatto. Ha detto che si sta trattando una sospensione dell'arricchimento per 15 o 20 anni e che gli Stati Uniti lavoreranno con l'Iran per rimuovere tutte le 12 tonnellate di materiale arricchito, ma si tratta di questioni ancora aperte, rinviate ai negoziati futuri. Lo stesso vale per una condizione evocata da Trump, quella di negare la piena revoca delle sanzioni e l'accesso a 25 miliardi di dollari di fondi congelati se il regime reprimesse i manifestanti: una clausola che, stando al New York Times, non compare nel testo attuale del memorandum.
Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi e il mediatore Sharif hanno dichiarato che la fine delle ostilità riguarda tutti i fronti, Libano compreso, dove Israele e il gruppo armato Hezbollah, sostenuto dall'Iran, continuano a combattere. Il presidente Trump, nei primi messaggi sull'accordo, del Libano non ha fatto parola. E Israele, che non ha partecipato ai negoziati, si è chiamato fuori: il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha detto che il Paese non è vincolato dall'intesa e non rinuncerà a smantellare Hezbollah.
Il vicepresidente Vance ha detto a Fox News che l'impegno dell'Iran a non dotarsi mai dell'arma atomica è "incorporato nell'accordo" e che gli Stati Uniti potranno verificarne il rispetto. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, tra i più convinti sostenitori dell'intervento militare contro l'Iran, si è invece detto "in qualche modo preoccupato" perché "la posizione dell'Iran sull'accordo sembra diversa da quella che la squadra negoziale americana sta sostenendo". Secondo Nate Swanson, dell'Atlantic Council, tra le ambizioni del memorandum e ciò che emergerà dall'intesa finale ci sarà probabilmente una distanza significativa.
Sui mercati la reazione è stata immediata. Il prezzo del Brent, il greggio di riferimento mondiale, è sceso di quasi il 5 per cento, intorno agli 83 dollari al barile, ai minimi da inizio marzo. Le borse asiatiche sono salite, con Tokyo e Seul in rialzo di circa il 5 per cento. Diversi analisti avvertono però che il ritorno alla normalità sarà lento. Sgomberare le centinaia di petroliere rimaste bloccate, bonificare lo Stretto dalle mine e rimettere in funzione impianti e infrastrutture danneggiate richiederà settimane se non mesi e molto dipenderà da quando le compagnie di navigazione e gli assicuratori giudicheranno sicura la rotta. L'area più colpita è l'Asia, verso cui è diretto oltre l'80 per cento del petrolio e del gas naturale liquefatto che passa per lo Stretto.
Per il presidente Trump l'accordo ha anche un valore politico interno. Il calo del greggio potrebbe far scendere i prezzi alla pompa, ancora superiori di circa il 37 per cento rispetto all'inizio della guerra, in un Paese dove il malcontento economico pesa molto e un sondaggio YouGov indica che il 63 per cento degli americani disapprova come il presidente sta gestendo l'economia. Resta però il giudizio di fondo di molti osservatori. Nella sua prima parte l'intesa si limita a riaprire uno Stretto che prima della guerra era aperto e a rimuovere un blocco navale imposto dagli stessi Stati Uniti, mentre le ragioni che avevano motivato il conflitto, a partire dal nucleare, restano irrisolte. Come ha detto alla CNN l'analista Karim Sadjadpour, del Carnegie Endowment, un centro studi di Washington, si tratta soprattutto di "una pausa temporanea" in uno scontro destinato a tornare a uno stato di guerra fredda.