La fondazione che finanzia il Mathias Corvinus Collegium sarà sciolta alla fine di luglio. È l’istituto di Budapest che ha ospitato il vicepresidente JD Vance, Tucker Carlson e alcuni dei think tank americani più vicini al presidente Donald Trump: il fulcro della rete che per anni ha trasformato l’Ungheria nella capitale europea del movimento MAGA, acronimo dello slogan trumpiano “Make America Great Again”.
Viktor Orbán ha perso le elezioni di aprile dopo 16 anni al potere. Il partito Tisza di Péter Magyar ha conquistato 141 dei 199 seggi del Parlamento, raggiungendo la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Pochi giorni fa i magistrati hanno inoltre perquisito le sedi di Fidesz, il partito di Orbán, nell’ambito di quella che appare come un’indagine per corruzione.
Balázs Orbán, avvocato di 40 anni che non ha legami di parentela con l’ex primo ministro, è stato prima direttore politico del governo, poi responsabile della campagna elettorale di Fidesz e infine presidente del collegio. Oggi non ricopre più incarichi nell’esecutivo e si prepara a prendere posto al Parlamento Europeo. “La nostra battaglia continua”, ha dichiarato a Politico. “Non è più soltanto per l’Ungheria, ma per l’Europa”.
L’impero culturale costruito con i beni dello Stato
Il Mathias Corvinus Collegium non nasce come una creatura del governo. Fu fondato nel 1996 da una facoltosa famiglia conservatrice come istituto privato destinato alla formazione dei giovani più promettenti. Porta il nome di Mattia Corvino, il sovrano rinascimentale del Quattrocento che gli ungheresi considerano come un eroe nazionale.
Sotto Viktor Orbán, tuttavia, il collegio si è trasformato grazie al sistema delle KEKVA, fondazioni di gestione patrimoniale di interesse pubblico istituite dal suo governo e finanziate attraverso beni statali. Nel 2020 la fondazione che controlla il collegio ha ricevuto partecipazioni del 10% in due grandi società quotate ungheresi: il gruppo petrolifero MOL e l’azienda farmaceutica Gedeon Richter. Al momento del trasferimento, quelle azioni valevano complessivamente più di un miliardo di euro. Da allora l’istituto si è finanziato in larga parte con i dividendi prodotti dalle due partecipazioni.
I sostenitori delle KEKVA affermavano che il sistema avrebbe protetto università e istituzioni culturali dalle oscillazioni della politica quotidiana. I critici, invece, lo hanno sempre considerato uno strumento per trasferire ricchezza pubblica a strutture vicine a Fidesz, sottraendola al controllo dei governi successivi. Il collegio dichiara di coinvolgere circa 8.000 persone tra studenti e partecipanti, compresi bambini che accedono ai programmi del fine settimana fin dai dieci anni. Offre alloggi, borse di studio, seminari, viaggi di ricerca e corsi di lingua, costruendo un percorso formativo parallelo a quello delle istituzioni scolastiche e universitarie tradizionali.
Il governo di Magyar ha ora deciso di sciogliere le KEKVA che non gestiscono direttamente università. Secondo il calendario pubblicato, la fondazione del Mathias Corvinus Collegium cesserà di esistere alla fine di luglio e i suoi beni torneranno allo Stato. L’istituto potrebbe sopravvivere sotto un’altra forma, ma senza i dividendi di MOL e Gedeon Richter il suo peso politico e internazionale sarebbe drasticamente ridimensionato.
Anche MCC Brussels, la sede aperta nella capitale dell’Unione europea e diventata negli ultimi anni uno dei think tank conservatori più visibili della città, dipende quasi interamente dai finanziamenti provenienti dall’Ungheria. Per continuare a operare dovrà quindi trovare nuovi sostenitori.
Bence Bauer, direttore dell’Istituto tedesco-ungherese del collegio, riconosce che la sovrapposizione tra gli incarichi politici di Balázs Orbán e la presidenza dell’MCC ha offerto un facile argomento ai critici. Sostiene però che la politica rappresenti soltanto una parte marginale delle attività dell’istituto: “Il 99% di ciò che fa MCC non riguarda la politica”. Molti studenti del collegio, ha aggiunto, hanno probabilmente votato per Tisza, lo stesso partito che ora ne minaccia le fondamenta finanziarie.
Per Fidesz, lo smantellamento delle fondazioni è il risultato di una campagna preparata da tempo. Balázs Orbán cita un documento pubblicato a maggio dal Wilfried Martens Centre, il think tank ufficiale del Partito Popolare Europeo, che descrive il collegio e le istituzioni analoghe come parti di un’infrastruttura illiberale transnazionale. Il documento sostiene che il cambio di governo in Ungheria rappresenti la “prima opportunità” per smantellarne almeno una parte. “Reagiremo con ogni strumento legale e politico disponibile”, promette però l’ex presidente dell’MCC.
Il nuovo governo ungherese scioglie la fondazione che ha reso Budapest la capitale europea del MAGA
Il 31 luglio la fondazione del Mathias Corvinus Collegium cessa di esistere e il suo patrimonio torna allo Stato. Senza i dividendi di MOL e Gedeon Richter, l’istituto che ha ospitato JD Vance e Tucker Carlson perde la base finanziaria della propria influenza internazionale.
Valore della dotazione ricevuta nel 2020, tra azioni, contanti e immobili: più dell’intero bilancio annuale ungherese per l’università, quasi l’1% del prodotto interno lordo.
La fondazione cessa di esistere e i beni tornano allo Stato.
Il collegio nasce privato nel 1996. A trasformarlo è stato il sistema delle KEKVA, le fondazioni patrimoniali create dal governo di Viktor Orbán e finanziate con beni pubblici: ora vengono sciolte tutte, tranne quelle che gestiscono università.
Con 141 seggi su 199, Tisza può riscrivere la Costituzione
La maggioranza dei due terzi è la chiave di tutto: senza 133 seggi il governo di Péter Magyar non avrebbe potuto modificare la Legge fondamentale e smantellare le fondazioni.
Da Trump che riceve Orbán al decreto che chiude la fondazione
Tocca ogni tappa per i dettagli.
È il primo incontro ufficiale tra i due leader e apre la stagione dei rapporti diretti tra la destra americana e Budapest.
Allora volto di punta di Fox News, conduce da Budapest per un’intera settimana. Nella stessa estate Dennis Prager interviene al festival del collegio.
La principale conferenza del conservatorismo americano sceglie l’Ungheria. Ne seguiranno cinque edizioni consecutive, finanziate dal bilancio statale ungherese.
Il Segretario di Stato elogia il rapporto tra i due Paesi a due mesi dal voto. Il 21 marzo Budapest ospita la quinta edizione del CPAC.
La visita del vicepresidente appare come una manifestazione di sostegno dell’ultima ora. Gli elettori ungheresi non si lasciano convincere.
Orbán riconosce il risultato. Il Parlamento europeo aveva definito l’Ungheria un «regime ibrido di autocrazia elettorale»: il sistema poteva ancora essere battuto alle urne.
Dopo la modifica costituzionale di giugno, il ministro Bálint Ruff firma lo scioglimento. Balázs Orbán, presidente uscente del collegio, promette di reagire «con ogni strumento legale e politico».
La rete perde il finanziatore, non le sue ragioni
A tenere insieme i nazionalisti occidentali non è una dottrina condivisa, ma una lista di avversari comuni. Sulle scelte concrete le divisioni restano profonde.
Budapest, laboratorio europeo del trumpismo
Donald Trump ricevette Viktor Orbán alla Casa Bianca per la prima volta nel 2019. Due anni dopo Tucker Carlson, allora uno dei volti più influenti di Fox News e oggi imprenditore dei media in rotta con l’establishment repubblicano sulla politica estera, trasferì il suo programma a Budapest per un’intera settimana.
Nella stessa estate Dennis Prager, conduttore radiofonico e cofondatore di PragerU, intervenne al festival annuale del collegio sostenendo che, se la civiltà occidentale fosse stata salvata, a salvarla sarebbe stata l’Europa orientale. Da Budapest sono passati anche Patrick Deneen, teorico del postliberalismo all’Università di Notre Dame, l’ex Procuratore Generale della prima Amministrazione Trump Jeff Sessions e Ben Shapiro, cofondatore del Daily Wire.
Nel 2022 il CPAC, la principale conferenza annuale del conservatorismo americano, ha organizzato in Ungheria la prima di cinque edizioni consecutive. Budapest era così ormai diventata la base europea di un movimento che, in quel momento, si trovava all’opposizione a Washington.
L’asse tra MAGA e l’Ungheria è sempre stato squilibrato. Il Paese conta meno di 10 milioni di abitanti e ha un peso economico e militare limitato all’interno dell’alleanza occidentale. Per la destra americana, però, rappresentava la dimostrazione concreta che i conservatori potevano fare molto più che rallentare i cambiamenti progressisti: potevano rimodellare a propria immagine le istituzioni, i media e le abitudini culturali di un’intera nazione.
L’iniziativa era partita dagli ungheresi. Matt Schlapp, presidente dell’American Conservative Union e della fondazione che organizza i CPAC, ha raccontato che l’allora ambasciatore ungherese lo invitò a pranzo a Washington durante il primo mandato di Trump. Fino a quel momento, ha spiegato, la stampa americana gli aveva presentato Orbán come “un dittatore, un fascista, un antisemita”. Dopo avere ascoltato la versione ungherese, Schlapp si convinse che quel racconto fosse condizionato da un pregiudizio di sinistra.
Rod Dreher, scrittore conservatore che ha diretto il progetto internazionale del Danube Institute e ha vissuto in Ungheria fino alla scorsa primavera, riconosce che Orbán ha tollerato “troppa corruzione e cattiva gestione” e che proprio questi problemi ne hanno provocato la sconfitta, nonostante i risultati rivendicati dal suo governo. Per Dreher, l’ex primo ministro è stato “la chiave di volta del ponte” tra i conservatori trumpiani americani e i partiti nazionalisti europei. Nessun altro governo, sostiene, ha saputo rendere altrettanto concreto quel collegamento.
Il pericolo maggiore per l’alleanza, secondo Dreher, arriva però dall’altra parte dell’Atlantico. La rete potrebbe sopravvivere alla sconfitta di Orbán, ma non necessariamente alla presidenza di Trump: l’imprudenza del presidente, ha scritto a Politico, costringe sempre più spesso i partiti nazionalisti europei a schierarsi contro gli Stati Uniti. La perdita di Orbán è un problema superabile; la permanenza di Trump, probabilmente, non lo è.
In Europa, infatti, la vicinanza al presidente americano non costituisce più un vantaggio automatico. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha spiazzato ripetutamente gli alleati. Anche i governi conservatori hanno scoperto che l’affinità ideologica non li protegge dalle pressioni e dalle umiliazioni pubbliche.
Ne sa qualcosa la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che inizialmente aveva coltivato con attenzione il rapporto con Trump, ha preso visibilmente le distanze. Ma anche Jordan Bardella, leader del Rassemblement National francese, insiste ora sull’autonomia strategica europea anziché sull’allineamento con Washington. Persino nell’AfD tedesca l’entusiasmo iniziale per la guerra culturale scatenata dal movimento MAGA ha lasciato spazio a un crescente raffreddamento.
L’imprevedibilità di Trump e la scarsa considerazione mostrata per la sovranità degli altri Paesi hanno inoltre risvegliato un antico e forte anti americanismo, mai del tutto scomparso nella destra europea.
Orbán, in questo senso, non ha fatto scuola: è rimasto un’eccezione. Anche per questo motivo, il movimento MAGA ha cercato fino all’ultimo di mantenerlo al potere. Il Segretario di Stato Marco Rubio si è recato a Budapest a metà febbraio e ha elogiato il rapporto tra i due Paesi. Il vicepresidente JD Vance è arrivato in aprile, cinque giorni prima delle elezioni, in quella che appariva chiaramente come una manifestazione di sostegno dell’ultima ora.
Gli elettori ungheresi, tuttavia, non si sono lasciati convincere. Il nuovo governo di Magyar ora non vuole discutere il futuro dei rapporti con il movimento trumpiano, mentre il Dipartimento di Stato americano non ha risposto alla domanda se l’Ungheria conservi il ruolo privilegiato che aveva durante il governo Orbán. Si è limitato ad affermare che gli Stati Uniti collaborano con il nuovo esecutivo ungherese sui temi della sicurezza, della prosperità economica, dei diritti sovrani e dei comuni “valori di civiltà”.
Un’alleanza senza il potere dello Stato
János Bóka, ex ministro per gli Affari europei e oggi capogruppo di Fidesz in Parlamento, resta ottimista sul futuro dell’alleanza. Il movimento MAGA, ha spiegato, non coincide con Trump, ma rappresenta una componente di una trasformazione più ampia della politica americana: il progressivo e duraturo arretramento dall’ordine internazionale costruito dopo la Guerra fredda.
Alla domanda su chi vorrebbe alla Casa Bianca dopo Trump, Bóka ha risposto senza esitazioni: JD Vance. Il discorso con cui il vicepresidente attaccò le élite liberali europee alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, nel febbraio 2025, potrebbe essere, secondo Bóka, il manifesto di Patriots for Europe, il gruppo della destra radicale al quale Fidesz appartiene nel Parlamento Europeo.
Gergely Gulyás ragiona diversamente. Il giurista di 44 anni, già ministro alla Presidenza del Consiglio e poi capogruppo parlamentare, ha dichiarato a Politico che il sostegno americano conta, ma soltanto fino a un certo punto: “Per l’Ungheria non può sostituire i rapporti europei”. In Germania, i suoi interlocutori sono la CDU e la CSU, i partiti del centrodestra tradizionale, non l’AfD.
Gulyás e Magyar erano amici prima che quest’ultimo rompesse con il proprio schieramento e trasformasse Tisza nel principale avversario di Fidesz. Nelle ultime settimane il nuovo governo ha introdotto limiti di mandato che costringeranno Gulyás a lasciare il seggio. Il politico si è dimesso da capogruppo, sostenendo che il principale partito di opposizione debba essere guidato da qualcuno che possa ricandidarsi.
La maggioranza dei due terzi sta smontando le strutture di potere costruite durante l’era Orbán, arrivando a provocare anche l’uscita di scena del presidente della Repubblica Tamás Sulyok. I sostenitori del governo parlano di rinnovamento democratico, mentre Fidesz denuncia un’epurazione autoritaria. Anche alcune organizzazioni per la tutela dei diritti avvertono, intanto, che la rapidità delle riforme potrebbe a sua volta indebolire lo stato di diritto.
Per anni i critici di Orbán hanno descritto l’Ungheria come qualcosa di meno di una democrazia compiuta. Il Parlamento europeo l’ha definita un “regime ibrido di autocrazia elettorale”. Ad aprile, tuttavia, Fidesz ha perso le elezioni, ha riconosciuto il risultato e ha ceduto il potere. Qualunque cosa fosse diventato, il sistema costruito da Orbán poteva ancora essere sconfitto attraverso le urne.
Boris Kálnoky, direttore della scuola di giornalismo del collegio, considera la decisione del governo un colpo durissimo, ma non pensa che il movimento sia destinato a scomparire. L’iniziativa intellettuale ungherese e le risorse impiegate per sostenerla, riconosce, sono state decisive per costruire la rete internazionale.
Le forze che alimentano il conservatorismo nazionalista in Occidente, però, non dipendono da Budapest: immigrazione, sfiducia nelle élite, insicurezza economica e sociale, cambiamento culturale e convinzione che le società siano state trasformate senza il consenso degli elettori. “Per questo non serve l’Ungheria”, ha osservato Kálnoky.
A tenere insieme i nazionalisti non è tanto una dottrina condivisa quanto una lista di avversari comuni: l’immigrazione di massa, la cultura progressista, i tribunali sovranazionali, le università liberali e i media tradizionali. Sulle scelte strategiche, invece, le divisioni sono profonde: dalla Russia all’Ucraina, da Israele al commercio. Le fratture riemergono ogni volta che l’interesse nazionale dei singoli Paesi incontra i limiti dell’influenza americana.
Schlapp è convinto che l’alleanza resisterà. “Abbiamo costruito amicizie vere all’interno del governo Orbán. Vincere o perdere non cambia le amicizie”, ha dichiarato. CPAC, sostiene, non è mai stata una questione di vicinanza al potere, ma di idee. Non vede quindi ragioni per interrompere il lavoro a Budapest, a meno che esprimere determinate opinioni politiche non diventi pericoloso sul piano legale.
I conservatori americani potranno continuare a invitare gli ex dirigenti di Fidesz e a partecipare ai loro eventi. Ciò che non potranno sostituire è il potere pubblico, insieme alla ricchezza dello Stato ungherese, che ha permesso di costruire e finanziare quella rete. Orbán aveva accettato la gerarchia imposta da Trump ed era rimasto al suo fianco anche negli anni di Joe Biden, quando il leader repubblicano sembrava fuori dai giochi. Ma in politica la lealtà raramente pesa più di una sconfitta.
