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Perché Trump è più pericoloso che mai
Daniel Torok, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA
Politica estera 4 min di lettura

Perché Trump è più pericoloso che mai

L'Economist sostiene che chi spera in un presidente azzoppato sbaglia persona. Al rancore e al dominio si è aggiunta la vendetta e i primi bersagli sono gli alleati.

Chi spera in un presidente americano azzoppato dagli insuccessi sta sbagliando i calcoli. È la tesi di un'analisi dell'Economist secondo cui Donald Trump, proprio perché la sua presidenza vacilla, è diventato più pericoloso di prima. A doverlo temere, sostiene il settimanale britannico, sono soprattutto gli alleati degli Stati Uniti.

L'espressione che circola a Washington è "anatra zoppa" (lame duck), il modo in cui gli americani chiamano chi ricopre una carica ma è ormai a fine corsa e ha perso la capacità di farsi obbedire. Con i guai che si moltiplicano in patria e all'estero, scrive l'Economist, la prospettiva di avere a che fare con un presidente americano azzoppato basta a far tirare un sospiro di sollievo sia ai nemici sia agli amici.

Per gli uomini che governano la Cina, l'Iran e gli altri paesi ostili agli Stati Uniti, sopravvivere alle campagne di massima pressione del presidente sarebbe una vittoria propagandistica destinata a durare. Quegli stessi autocrati non hanno mai condiviso fino in fondo l'orrore per Trump che consuma le democrazie liberali: nel profondo, secondo l'Economist, Xi Jinping e i suoi pensano che tutti gli inquilini della Casa Bianca siano prepotenti egoisti che mettono l'America al primo posto e che alcuni lo nascondano meglio di altri.

Molti alleati e partner vorrebbero invece vedere il presidente arrivare zoppicando alla fine del mandato. Questo non significa che i governi di Berlino, Riad o Tokyo tifino perché perda la guerra in Iran o perché ammetta la sconfitta nel confronto commerciale con la Cina. Un'America indebolita spaventerebbe gli alleati in Europa, in Asia e in Medio Oriente, che nella migliore delle ipotesi sono lontani anni dal potersi difendere da soli senza il loro storico protettore.

Molti governi applaudirebbero invece l'immagine di un presidente furioso e senza amici, indebolito dai propri errori e da sondaggi di gradimento che calano, che si ritira nella fortezza dorata della Casa Bianca a rifinire i progetti per la sua sala da ballo e per il suo arco commemorativo. Il sollievo sarebbe ancora maggiore se una disfatta repubblicana alle elezioni di metà mandato di novembre allentasse la presa di ferro del presidente sul suo partito in Congresso, imponendo qualche limite a quello che l'Economist definisce un modo di governare monarchico.

Chiunque si aspetti un Trump ridimensionato dal fallimento sta però sbagliando persona. La saggezza politica potrà anche dichiararlo la più zoppa delle anatre quando il Congresso ne contesterà le richieste o quando i mercati finanziari daranno un giudizio severo e costoso sulla sua politica economica. Al presidente, secondo l'analisi, può semplicemente non importare. Che siano gli altri a preoccuparsi del Partito Repubblicano, delle politiche pubbliche o del deficit americano. Finché resta comandante in capo delle forze armate può assicurarsi un posto nella storia rifacendo il mondo, oppure rompendolo.

Al posto dell'anatra zoppa l'Economist propone un altro animale: il gorilla di montagna, con la violenza di cui è capace un maschio dorso argentato invecchiato quando sente che il suo tempo sta per scadere. I dorso argentato anziani sono particolarmente feroci con i membri del gruppo che guidano e non esitano a usare canini e braccia contro gli animali subordinati che escono dai ranghi. Quando invece incontrano maschi potenti di altri gruppi preferiscono di solito evitare lo scontro vero e limitarsi a rumorose esibizioni di dominio: battersi il petto, finte cariche, rami strappati dagli alberi. Il settimanale evoca a questo proposito un Vladimir Putin a torso nudo. Senza i post su Truth Social come valvola di sfogo, scrive l'analisi, a un dorso argentato non resta altro.

Nel primo mandato il rancore era il cuore della visione "America First" del presidente. Trump si lamentava che per decenni gli Stati Uniti erano stati derubati sia dagli alleati sia dai partner commerciali. La colpa, diceva, era delle élite che avevano governato il paese dopo il 1945, troppo incapaci o troppo remissive per usare la ricchezza e la potenza americane a vantaggio dell'interesse nazionale. Peggio ancora, secondo lui avevano trascinato l'America in guerre infinite nella convinzione ingenua di poter rendere il mondo un posto più gentile.

Nella seconda presidenza al rancore si è aggiunto un linguaggio da conquista quasi imperiale. Tornato in carica nel 2025, il presidente ha definito "stupidi" i suoi predecessori che avevano rinunciato al controllo americano sulla Groenlandia dopo la seconda guerra mondiale e che avevano consegnato il Canale di Panama a Panama, promettendo di riprendersi entrambi. Non era solo una posa. Il tono è stato fissato a gennaio, quando le truppe americane hanno prelevato dalla sua abitazione il leader del Venezuela e Trump ha potuto scegliere personalmente un governante più docile per quel paese ricco di petrolio. "Il dominio americano nell'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione", si è vantato allora.

Nel sesto anno alla Casa Bianca ai due princìpi guida del rancore e del dominio se n'è aggiunto un terzo: la vendetta. Per l'Economist il desiderio di rivalsa aiuta a spiegare la decisione, presa sei mesi fa, di affiancare Israele nell'attacco all'Iran. "Regime Change", un libro sorprendentemente ben informato sulla seconda presidenza scritto da due corrispondenti dalla Casa Bianca, Maggie Haberman e Jonathan Swan, descrive riunioni in cui il presidente assaporava la possibilità di uccidere i vertici iraniani e distruggere le forze armate del paese, a prescindere dal fatto che ne uscisse un Iran migliore. Il regime iraniano aveva umiliato diversi presidenti americani e aveva provato ad assassinare lo stesso Trump.

L'obiettivo pubblico della guerra poteva essere il rovesciamento del governo iraniano, ma il libro racconta che in una riunione a porte chiuse con i collaboratori più stretti il presidente ha liquidato il cambio di regime a Teheran come "un problema loro". Nessuno ha capito bene se intendesse un problema degli iraniani o degli israeliani. L'intento punitivo, però, era fuori discussione.

Con lo stretto di Hormuz ancora chiuso, gran parte della rabbia del presidente è oggi rivolta agli alleati e ai partner in Europa, in Asia e nel mondo arabo, accusati di non averlo aiutato a riaprire quel passaggio marittimo. Se la vittoria continuerà a sfuggirgli, avverte l'Economist, resterà in modalità vendetta. La lista dei bersagli possibili è lunga. I membri della NATO, in particolare il Canada e la Danimarca, oltre a Ucraina, Corea del Sud e Cuba hanno tutti fatto arrabbiare Trump negli anni. I pesi massimi come Xi Jinping hanno meno da temere.

Un presidente che si considera un maschio alfa fino in fondo non avrebbe mai lasciato la scena zoppicando in silenzio. Ora che il suo dominio è minacciato, conclude l'Economist, il mondo lo troverà più dirompente di prima.

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